Lettere dal fronte. Italia, terra di socialità

write_down_the_darkness1“L’arte delle relazioni è come una danza, la forma d’arte per eccellenza, quella in cui tutte le arti convergono e di cui sono preparazione”
Henning Köhler (1)

Sono lettere anche se viaggiano attraverso oceani digitali, sono delle tracce che hanno preservato qualcosa dell’anima che aveva quello scriversi che oggi avviene attraverso una tastiera piuttosto che una penna e rispondono di quell’intimo bisogno di comunicare, raccontarsi lasciando una traccia di sè.

Riflettendo sull’Italia che cambia, non ho potuto impedire ai miei pensieri di spingersi in quella dimensione, quella di chi va e di chi torna, di chi si interroga su quale sia il luogo giusto per costruire la propria esistenza, dove sia casa, ma soprattutto, casa cos’è?
È un tema che torna, oggi mi riferisco soprattutto ai giovani, a chi comincia una vita, fiori di questa terra per cui le domande sono urgenti e fondanti. Dove sono le radici? Qual è il terreno che permetterà ai fiori di divenire frutti maturi, che doneranno un giorno semi a loro volta?

Metà delle persone che conosco tra i venti e i trent’anni hanno deciso di andare e cercare, capire cosa significa vivere in un altro paese, al di là del fronte. Non voglio dare un parere, ma osservare cosa si cela dietro il movimento di queste storie. Ho scelto per parlarne mio fratello, a Febbraio partito per lavoro in Germania: hotel, aiutocuoco, vent’anni appena compiuti. Le sue parole sono segni da raccogliere, testimonianze di quelle che sono le vene, la vita che vi scorre dentro, il cuore di questa Italia dove noi abitanti siamo intimamente coinvolti. Messaggi in tempo reale da oltre confine:

“Ho finito ora di leggere la lettera a papà, ancora complimenti per il modo di scrivere, ma soprattutto per il contenuto, il quale mi torna parente e un po’ mi commuove ora che sono qui dove la magia è poca, molto poca, immerso nella vita di persone immerse nei loro mondi che corrono con giacche e cravatte verso dove? (uomo dimmi, dove corri senza l’arte?).
Mi fai sentire un po’ lontano, le amicizie l’amore: familiare, fraterno, relazionale, i legami, le sensazioni e i sapori che mi hanno accompagnato per una vita, sono lì in Italia, ora ricordi di sporadici momenti di verità, mentre qui mi concedo questi rari momenti per rendermi conto di quante cose mi mancano, ed è grazie a storie come queste, storie che stanno scrivendo un libro di storia contemporanea, che mi ricordo quanto io mi sento di non corrispondere a questo mondo, la carriera, la pensione…oppure anche si, ma non è abbastanza, ho bisogno dell’arte e non intendo solo quella che dipingi con un pennello o disegni con una matita, quella che preferisco tra le tante, psicologia, matematica, natura… è l’arte di vivere insieme e stare bene, e assaporare certi momenti, certe persone, certe sinergie, ognuna nella perfezione di ogni sua irregolarità, mi piace poi calarmi nell’osservazione delle dinamiche che le hanno create belle e irripetibili.”(2)

Jair

Jair (fratello dell’autrice dell’articolo) da piccolo

Queste parole colgono l’essenziale. Uscendo dall’Italia capita di incontrare i confini della nostra identità tramite le differenze. Nominare “l’arte di vivere insieme e stare bene” significa aver carpito una delle chiavi della nostra identità come popolo: Italia, terra di socialità.

Noi che ci descriviamo sempre in difetto individuiamo nuovamente le nostre qualità collettive per capire chi siamo, perché capendo ciò saremo in grado di accogliere la sfida di abitare un luogo che è anche la nostra casa. Essere convinti di non avere valore è un pensiero che non ci serve. Riscoprire la nostra qualità relazionale è invece importante, perché è quella che ci contraddistinguerà viaggiando ed è la stessa che utilizzeremo nelle esperienze dell’Italia che cambia, non c’è opposizione tra dentro e fuori quando c’è relazione. Pensare globalmente e agire localmente, è la strada che guida l’Italia alla sua rinascita.

Accanto al nostro retaggio culturale, pongo il nostro retaggio sociale, la socialità: calore nei rapporti, convivialità nel sedersi a tavola e mangiare insieme, affettività. Questi ingredienti caratterizzanti sono pezzi del nostro codice e si intessono nelle esperienze di innovazione nate sul territorio e negli incontri con altri popoli. È giusto sperimentare tutte le prospettive necessarie, incluso il vivere oltre confine, per affinare la nostra qualità sociale ed essere pronti a prendere in mano con responsabilità le nostre azioni e produrre scelte efficaci per il nostro doppio destino, di singoli e facenti parte di una collettività.

La forma emerge dal movimento ed è attraverso le domande, le difficoltà, il desiderio e la necessità di andare a fondo che aiutiamo l’acqua a schiarirsi e mettiamo a fuoco l’immagine del “chi sono” “cosa voglio fare” “dove”. Casa è quel luogo in cui l’identità si dispiega e grazie alle interiorità, grazie ai nostri moti di passione, d’anima e di poesia che la forma che emerge da noi Italia è una forma artistica. L’Italia acquista bellezza attraverso l’espressione dei talenti, delle progettualità e delle affettività di coloro che la abitano.

“Fratello, fratello di sangue, fratello d’anima, fratello di storia. Fratello che sei come uno scrigno celato sul fondo d’un vasto mare, prezioso e talvolta segreto. Fratello che oggi cresci, che da piccolo prima di andare a dormire facevi la lista delle persone che ti volevano bene, a quell’appello non manca nessuno, anzi, sarebbe sicuramente più lungo e non di poco. Tu, che nella distanza ti avvicini, per sbaglio lievemente ti sveli, che quasi mi commuovi, che semini la stessa meraviglia che sprigiona il tuo sorriso in questa foto di te bimbo. Tu, essere unico e speciale, che guardo crescere con orgoglio, che seguo da lontano, ma che mai abbandono con lo sguardo, non più. Sono fortunata ad averti incontrato e ti mando il più grande degli abbracci, che possa scaldarti anche in quella fredda e frettolosa Germania, che anche questi momenti e questi sforzi, vedrai, non passeranno invano. Con affetto, tua sorella”.

Sabina Bello

1.  Henning Köhler, pedagogista tedesco e autore del testo “Non esistono bambini difficili”
2. Salvatore Jair Bello, tratto da una conversazione con un amico

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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