2 Ruote di Resistenza: i no che aiutano a crescere (prima parte)

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2 Ruote di Resistenza ha appena terminato il viaggio di andata.
In questo momento siamo in sosta in terra lucana, a Trecchina, ne approfittiamo per svuotare le borse, fare il bucato, dormire, ma soprattutto riordinare appunti, foto, video e programmare la ri-partenza verso il Nord. Dal 14 agosto, infatti, saremo di nuovo in sella alle nostre bici per raggiungere la prima tappa del nostro tour narrativo-musicale  a Montemurro per TarantellArte.

 

danieleNica

 

Basilicata, terra di giacimenti petroliferi, terra ricca di risorse dicono le multinazionali. E ritorna la riflessione sullo sfruttamento del suolo in contrapposizione con il concetto di bene comune… ma ne riparleremo!
La scelta di utilizzare la bicicletta ci ha permesso di riflettere sugli evidenti meccanismi di sproporzione di forze, di sopraffazione tra i mezzi di trasporto su strada. Una perfetta metafora del potere.

Come ricorderete, siamo partiti da Bussoleno, nel cuore della lotta No Tav. La lotta contro la grande opera è solo un addentellato del grande confronto che si sta giocando tra democrazia e velocità, come aveva già anticipato Ivan Illich nel suo saggio Energia ed equità, noto anche come Elogio della bicicletta.

 

Fin dal 1973, nel pieno della crisi petrolifera, Illich notava come lo spropositato aumento della produzione energetica non avesse prodotto altrettanta ricchezza, ma anzi avesse aumentato la diseguaglianza sociale. Si è infatti arrivati a misurare il benessere di una società in base alle necessità energetiche, dopo averle artificialmente aumentate. Viceversa, sempre secondo Illich, un minore uso di energia riequilibra le relazioni sociali: equità ed energia crescono in maniera parallela solo fino a quando non si supera una soglia pro capite, oltre la quale l’uso di energia non garantisce l’equità. E questa soglia, ce ne siamo accorti pedalando lungo le strade d’Italia, si configura sui 25 km/h, cioè la velocità della bicicletta!

 

Daniele e Nica a Sperlonga

 

Sono passati 50 anni dal boom economico e il modello che ne è conseguito (aumento della velocità e del traffico privato) mostra la corda. Eppure l’imperativo è ancora costruire prediligendo l’alta velocità in nome di un ipotetico risparmio di tempo che si fa sempre più economia. Invece di cambiare il modello si induce la gente a credere che la crisi possa risolversi spingendo ancora il pedale, investendo ancora in grandi opere, perché l’edilizia è la madre del benessere… Costruire, costruire, costruire. Sulle strade secondarie esistenti non viene più fatta manutenzione e ce ne siamo accorti a nostro rischio percorrendole in bicicletta. Quale è la soluzione proposta dal mercato? Mettere in circolazione auto sempre più potenti! Che rivendicano il monopolio delle strade e reagiscono con sempre maggiore intolleranza agli “intrusi”, gli utenti deboli della strada.

 

Gli articoli contro la “pericolosità” dei ciclisti si sprecano. Perché tanto odio? Forse perché siamo il simbolo del “freno al progresso”, siamo i “comitatini” (parola di Renzi) che fermano lo “sviluppo”. Davvero basta così poco? Il gigante dello sviluppo ha i piedi così d’argilla da poter essere fermato da due ruote e una catena?
Fatto sta che con le nostre limitate forze, concedendoci tutte le soste necessarie e anche qualcuna piacevole, abbiamo agevolmente coperto il territorio dello Stivale, trovando numerose testimonianze di quanto questi “comitatini” la sappiano lunga sull’uso del territorio e sul concetto di bene comune.

 

Sì è vero, la bicicletta abbassa la velocità media su strada, ma sarà davvero un male? Non parliamo di autostrade, ma di strade secondarie. Aumentare la velocità significa diminuire la scelta di strade a propria disposizione, dover sempre più dipendere da itinerari preordinati. Da qui le autostrade e le linee ferroviarie AV. Peccato che svilupparle significhi, inevitabilmente, togliere spazio a strade e linee “normali”.

 

Tra i tanti esempi che si potrebbero fare abbiamo trovato particolarmente scandaloso il caso della Calabria. Prima di partire ci eravamo divorati “L’Italia in seconda classe” di Paolo Rumiz e i capitoli sulla Calabria ingolosiscono  e imbelviscono  allo stesso tempo per la combinazione di Storia, Natura ed occasioni sprecate. “Non è la fatica, è lo spreco che mi fa incarognire”, cantavano  i Perturbazione. Di quanto tempo rubato dovrebbero chiedere conto gli studenti, lavoratori e agricoltori 2.0 dell’associazione I Sognatori, che tra Torre di Ruggero, Chiaravalle e Cardinale fanno argine allo spopolamento e ricevono in cambio l’esortazione a comprarsi un’improbabile auto privata ciascuno!?
Aumentare a dismisura la flotta di Frecce disponibili per raggiungere le solite 10 città comporta l’isolamento progressivo degli altri settemilanovecentonovanta Comuni italiani. Ne vale la pena?

 

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Il suolo, l’aria, l’acqua sono risorse limitate, di cui bisogna disciplinare il consumo. Per il nostro bene. Eppure man mano che si “scende” verso Sud si incrocia sempre lo stesso pattern di Grande Opera, a cui tocca al “comitatino” di turno fare argine.
È il caso del progetto di Bretella autostradale Cisterna-Valmontone (LT), un souvenir di quando la Cassa del Mezzogiorno aveva favorito la fioritura delle industrie da Pomezia in giù. Sono passati anni, piani regolatori, governi e giunte regionali, eppure nessuno ha avuto il coraggio di accantonare definitivamente il vecchio sogno di collegare i sei comuni di Aprilia, Cisterna, Velletri, Artena, Cori, Lariano, Valmontone e Labico con una variante di 35 km da due corsie per senso di marcia (più corsia d’emergenza) e quattro svincoli. Il Comitato No Bretella/No Corridoio  fa osservare che sarebbe più urgente mettere in sicurezza la Pontina. Non sarà una soluzione… troppo economica?

 

E che dire della battaglia che sta portando avanti il movimento Salviamo le Apuane in terra lunigiana? Il territorio da anni è sottoposto ad una massiccia e selvaggia escavazione di marmo, dalla quale -essendo il marmo ormai in quantità ridottissima- si estrae soprattutto carbonato di calcio, che serve l’economia di privati, e senza tener conto dei danni ambientali. Ma avremo modo di approfondire la questione nella seconda parte dell’articolo, dedicata allo sfruttamento del suolo.

 

Ancora le Apuane sono protagoniste di un altro buco! La Grande Opera di turno consiste nella costruzione di un tunnel di collegamento di oltre 4 km tra la strada della Garfagnana e Massa Carrara, che attraversa il Monte Tambura. Motivo addotto: agevolare il traffico su gomma del marmo. Ora, già detto che marmo non ce n’è quasi più; il territorio in questione è di natura carsica e vi scorrono molte sorgenti di acqua; inoltre le strade di collegamento esistono già, allora a chi serve davvero il tunnel? Presto detto: 542 milioni di euro è la cifra stimata per la sua realizzazione, quasi quanto il tunnel in Valsusa, che sulla carta è un progetto molto più grande. La differenza è che in Garfagnana sarebbe finanziato completamente da privati in project financing in cambio dell’estrazione del marmo. Chi sono questi privati? Non è dato sapere.

(segue…)

 

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Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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