Divenire ed essere comunità: l’Asilo nel bosco e Community School come realtà comunicanti

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Contesti come L’asilo nel bosco  e la Community School  sono fondamentali perché diventano punti concreti attorno ai quali una comunità può nascere ed esistere.

È la sensazione forte che ho ricevuto dal secondo incontro fra genitori e maestri a L’asilo nel bosco: sedute sotto l’albero c’erano un gruppo di persone unite nell’intento di avere cura e occuparsi al meglio di una comunità di bimbi in crescita, tutti portando le proprie individualità e percorsi di vita, ognuno presente e partecipe.  Questo è contro corrente rispetto ad una modalità dominante indiretta, effimera. Qui ci si guarda in faccia, si incontrano le persone responsabili e ci si confronta. Veniamo connessi da un contesto reale.

 

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Così sono preziosamente reali i nostri venerdì, quando i bimbi “grandi” del progetto Community School vengono a trovare i “piccoli” a L’asilo nel bosco. Il senso di completezza nasce dalla percezione che queste realtà camminano insieme. Sono i momenti in cui sento di star partecipando a qualcosa di bello e sacro. Questi bambini, questi ragazzi, ci danno l’occasione di divenire una comunità reale. La vita è un tessuto dove ogni filo si intreccia profondamente con gli altri e l’incontro tra diverse età è la forza che lo sostiene. Forza che sta anche nella possibilità che ogni genitore, educatore e maestro ha di appropriarsi, afferrare, stringere e poi diffondere l’arte dell’avere cura.

 

Il mio pensiero è all’incontro sotto l’albero e ascolto la nostra attitudine verso la bellezza. Intimamente credo che guardare i bimbi sia ammirare la vita stessa e questo è uno sguardo che si espande a macchia d’olio, perché se ci interessiamo del benessere di una vita in evoluzione non possiamo occuparcene solo per qualche mese, per un anno o due. Avere cura porta a non avere confini stretti.

 

Sospinta da un forte vento guardo al mondo che li aspetta e mi chiedo, quale potrà essere una scuola che prosegua il nostro impegno, chi sarà a stare loro vicino quando a 17 anni o 20 anni si interrogheranno, quale mondo gli risponderà? Essere responsabili diviene bisogno impellente.

 

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Avere cura, ovvero prestare attenzione, occuparsi in prima persona dello spazio, delle cose, delle persone immediatamente circostanti. Come atto di responsabilità, di risposta al meccanismo di delega, avere cura come modo di custodire ed abitare il proprio territorio. Il territorio della vita, della crescita, dell’educazione. Si parla spesso di riappropriazione, ma credo che molti terreni non siano stati sottratti, ma piuttosto da noi abbandonati, lasciati disabitati al di là del nostro naso, della nostra coscienza. Chi si impegna ad avere cura non si annoia, osserva, vede quello che accade intorno e fa il possibile per prenderne parte. Chi ha cura non è povero, perché la fatica di un giusto sforzo porta a frutti di una ricchezza non qualificabile.

 

Siamo vittime di allucinazioni collettive perché il nostro sguardo è continuamente distolto, distratto e la nostra naturale attitudine alla bellezza viene usata come strumento di manipolazione, però allo stesso tempo la realtà rimane. È ancora lì, che ci aspetta. La realtà attende il ritorno del nostro sguardo, il momento in cui la nostra attenzione come una fiamma si accenderà nuovamente. Abbiamo così la possibilità di riavvicinarci all’antico senso di coscienza, cum-scire, sapere insieme. Il sapere, senza l’altro, senza la comunità manca di essenza, di sapore. Nella luce di una comunità di individui sorge e cresce la vita. Ragionare con questa comunità bambina mi fa capire che non importa mangiare tutti lo stesso cibo, ma sedere alla stessa tavola.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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