Debal Deb: un cammino nella tutela dei semi e della biodiversità

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_MG_1379Incontrare Debal Deb al festival di Scirarindi significa rendersi conto di avere innanzi un grande uomo, accorgersi che con la sua semplice esistenza ha cambiato qualcosa. Tutto ciò che viene detto al di là delle parole, nello sguardo, con la presenza, può toccarci molto più profondamente che in altri modi.

 

In cammino verso il sacro. Un seme dopo l’altro il biologo Debal Deb ha cominciato a restituire sacralità alla biodiversità dimenticata. Un discorso che parte da qualcosa di piccolo come i semi per arrivare ad affermare l’enormità sacra dell’ecosistema nella sua interezza. Questo può sembrare vasto e difficile, ma solo se pensiamo a noi umani come esterni a tale ecosistema. Nelle tribù antiche la sacralità era il miglior metodo di tutela della natura e dell’arte, affinché quanto di più importante venisse preservato e tramandato alle generazioni future.
Se impari a rispettare l’essere vivente più piccolo, più insignificante, saprai prenderti cura del tutto.

 

C’è una sensibilità perduta che oggi sta riaffiorando, riemerge come antichi reperti proprio la consapevolezza profonda della nostra connessione con questo tutto. Racconta Debal Deb che in India ci sono venti specie animali e vegetali considerate sacre, ma solo due fra queste (api e granchi) hanno una “utilità diretta” per gli esseri umani. Eppure di tutte queste venti specie già dai tempi antichi veniva riconosciuta la rilevanza, sono infatti “Keystone species”, ovvero hanno una funzione nell’ecosistema che è pari alla chiave di volta riguardo agli archi romani: sono talmente connesse alle altre che togliendo ognuna di queste crollerebbe l’ecosistema stesso, perché hanno una funzione critica nel mantenimento delle relazioni.

 

Si parla di custodire i semi e nella poesia presente in questo senso di custodia, di protezione, si riconosce l’emergere di una visione di mondo che riscalda il petto di calore radioso. Abbiamo oggi le parole per poter affermare che ogni luogo può avere il proprio seme, che il seme è vita e che la vita non è lotta impietosa, ma abbondanza, moltiplicazione della biodiversità e cura. Un mondo dove si impara ad avere cura è un mondo dove possiamo sperimentare l’intima ricchezza di sentirci al sicuro.

 

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Debal Deb, Daniel Tarozzi e Andrea Degl’Innocenti al Festival Scirarindi

 

Debal Deb non nasce contadino, ma lo diventa proprio per rispondere a questo bisogno di prendersi cura del proprio territorio e di quella infinita varietà che stava scomparendo. Debal Deb, scienziato biologo di Kolkata (India) diventa così contadino per accogliere la responsabilità di quelle 90.000 varietà di riso già scomparse. L’amore per l’azione guida anche attraverso qualcosa che non rientra strettamente nelle proprie competenze. Così di mano in mano è cominciata la coltivazione e il passaggio dei semi, regalati affinché la loro esistenza non andasse smarrita, fino ad arrivare a 1200 tipologie tornate nuovamente fra quelle in uso fra i contadini.

 

La sua è una strada che continua senza sosta, per far vedere con sempre più passi che un’agricoltura sostenibile, senza irrigazione, macchinari, pesticidi, semi modificati è possibile.
È la storia, quella di Debal Deb, di un uomo che va ad affrontare a testa alta le assurdità del nostro tempo, come quella della compagnia “Rice Tec” che ha brevettato le quattordici caratteristiche del riso Thai, rivendicando di averlo “inventato” come un’innovazione e deprivando India e Pakistan di uno dei loro elementi culturali millenari e obbligando i contadini a pagare la compagnia per coltivare il riso.

 

_MG_1352Chi ha il desiderio di realizzare un intento fino in fondo trova una strada possibile, per questo ogni singola persona profondamente determinata fa la sostanziale differenza. Così Debal Deb non si arrende ed inizia a raccogliere cinquanta caratteristiche per ogni varietà di riso e le brevetta, poi le enumera in un libro la cui proprietà intellettuale viene data ai contadini indiani, impedendo che le compagnie possano impossessarsene e tutelando così un bene della collettività.

 

Questo libro è il primo al mondo del suo tipo e nasce dalla domanda che Debal Deb spesso rivolge a se stesso: “Cosa rimarrà di questo lavoro, se domani dovessi morire e non seguire più la salvaguardia dei semi?”. Questo esempio è sicuramente un punto di riferimento per tutti coloro che si occupano di salvaguardia dei semi e di quei beni preziosi che è sacro tutelare e tramandare come un testimone teso al il futuro, ovvero tutto ciò che tocca il vivente; anche in Italia sempre più persone sono sensibili a ciò.
Allo stesso tempo Debal Deb si sta impegnando, con il fine di costruire un documento scientifico, a tracciare e sviluppare diverse tecnologie agricole e trattamenti del suolo per offrire queste informazioni gratuitamente ai contadini, senza che possa esserci sopra una speculazione. Questo proprio nell’ottica di tutelare la proprietà intellettuale e per renderci desti riguardo all’abitudine ai brevetti dei semi e dintorni, che altro non è che l’impossessarsi della vita da parte di pochi.

 

Debal Deb sottolinea che è importante non lavorare unicamente sull’agricoltura, ma anche sulla cultura. Serve la musica, la socialità e il rivitalizzare le antiche tradizioni, perché acquisire consapevolezza sul cibo significa educarsi in maniera più profonda ad una completezza con la vita.

 

Guardando verso questo uomo saggio e parlando di salvaguardia dei semi non riesco ad usare la parola lotta, oppure battaglia. Credo che chi si dedica in maniera così profonda alla vita compia una struggente danza di verità.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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