Io faccio così #57 – Roberto Mancini: come ti cambio l’economia per superare il capitalismo

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Personalmente, provo un’eccitazione strana quando vengo a contatto con una nuova idea. Non con un’idea qualsiasi, ovviamente: parlo di quelle rarissime idee che ti colpiscono in profondità perché aggiungono dei tasselli a quel mosaico abbozzato che hai sempre in un angolo della mente e che s’intitola “La mia rappresentazione del mondo”. Quelle che ti fanno cambiare paio d’occhiali, che ti forniscono una nuova chiave di lettura con cui ti sembra di poter abbracciare tutto.

 

Che posso dirvi, soffrirò di una malattia strana, sta di fatto che le idee mi eccitano. Amo quell’attimo di epifania in cui un’idea nuova ti esplode sotto la pelle e ti sembra di capire improvvisamente tutto. Purtroppo non mi capita spesso. Anzi è vero il contrario: mi capita molto di rado, tanto più di rado quanto più vado avanti con gli anni. Mi è successo quando ho scoperto per la prima volta la teoria della relatività, quando ho letto “Modernità liquida” di Zygmunt Bauman o “Shock Economy” di Naomi Klein, quando ho incontrato la meccanica quantistica e una manciata di altre volte. Recentemente qualcosa di simile mi è capitato quando ho intervistato Roberto Mancini, professore di Filosofia teoretica all’Università di Macerata e di Economia umana all’Università di Mendrisio, Svizzera, autore del recente saggio Trasformare l’economia. Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche.

 

 

Mi è capitato spesso di chiedermi: “Cos’è il capitalismo?”, dandomi ogni volta risposte diverse. E’ un modello economico? Un’idea del mondo? Un modo di vivere? Un insieme di valori? La risposta ovvia, che mi sono sempre dato, è che il capitalismo è tutte queste cose insieme. Tuttavia non mi è mai sembrata sufficiente: mancava di chiarezza e non definiva come questi aspetti stavano insieme, qual era la forma risultante complessiva.

 

Ecco in poco più di 20 minuti d’intervista Roberto Mancini mi ha fornito la forma esatta del capitalismo, tanto che ora ce l’ho bene impressa in mente: è un albero.

 

CHIOMA, TRONCO, RADICI

 

Per Mancini il capitalismo non è semplicemente un sistema economico ma una civiltà, cioè come una struttura complessiva che colonizza e condiziona tutti gli aspetti della vita. Esso si presenta come un organismo a tre livelli, molto simile a un albero: un livello superficiale, la chioma, che è quello dell’organizzazione economica, delle imprese, delle banche, delle borse; un livello intermedio, il tronco, importante perché svolge una funzione vitale di mediazione, che è il capitalismo come cultura e come organizzazione politica: rapporti di forza politici, governi, ma soprattutto linguaggio quotidiano, categorie di interpretazione della realtà come competizione, flessibilità, mercato; infine il livello più profondo, le radici, ovvero il livello del mito: quell’intuizione iniziale che non viene messa in discussione e a partire dalla quale si pensa alla vita in un certo modo.

 

Ma in cosa consiste il mito del capitalismo? E a quando risale? “Se il capitalismo come organizzazione è moderno, il mito ad esso sotteso è antico quanto la storia dell’occidente” afferma  Mancini, che ce lo rappresenta come un quadrato fatto da quattro asserzioni semi-assiomaiche: 1. “L’uomo è egoista e calcolatore per natura”, 2. “La natura è avara e non ci dà ciò di cui abbiamo bisogno per vivere tutti, dunque la competizione è obbligata”; 3. “La morte vince sulla vita, quindi non dobbiamo convivere ma sopravvivere, ovvero differire il momento della morte scaricando prima le situazioni di morte sugli altri (morte civile, morte sociale, morte giuridica, ecc)”; 4. “Gli dei possono pure esistere ma sono indifferenti a noi per cui dobbiamo cavarcela da soli”. Dentro questa cornice abbastanza cupa e angosciosa è cresciuta la cultura del capitalismo.

 

LE TRE SVOLTE NECESSARIE

 

Dal momento che il capitalismo abbraccia ormai tutti gli ambiti della nostra vita e permea la nostra società sia a livello economico, che politico-culturale, che mitico, una vera e propria alternativa al capitalismo deve necessariamente contemplare tre svolte: una svolta a livello tecnico organizzativo, una svolta a livello culturale e politico e una svolta a livello mitico o “spirituale”, intendendo con spirituale non un aspetto religioso quanto l’orientamento al senso della vita. Dunque l’alternativa al capitalismo non si trova in una semplice ricetta economica ma risiede in un processo più complesso e multidimensonale. E la prima svolta necessaria, afferma Mancini, è proprio quella spirituale: “Occorrono persone orientate diversamente verso il senso della vita: non nasciamo per competere, produrre, lavorare, accumulare e poi morire, non è questo il destino umano. Se io mi convinco profondamente di ciò non accetto più un’economia capitalista e allora cambiano gli stili di vita, cambiano le scelte quotidiane.”

 

La seconda svolta è di tipo politico-culturale: “Dovremo sostituire la parola competizione con cooperazione, flessibilità con dignità e costruire un altro orizzonte in cui questi concetti diventino categorie di uso quotidiano. Inoltre si costruiranno non più politiche di asservimento ai mercati, in cui i mercati finanziari sostituiscono la democrazia, ma politiche che invertano la tendenza, cioè che sacrifichino i mercati per elevare e sviluppare la democrazia. Il livello intermedio è particolarmente importante perché assicura la mediazione fra l’orientamento e il senso delle persone e le tecniche economiche.”

 

Infine l’ultima svolta è quella da cui spesso tendiamo a partire: le ricette economiche, i nuovi modelli tecnici. Essi altro non sono che il frutto delle svolte precedenti, dunque restano schemi sterili e difficilmente applicabili se non arrivano alla fine di un percorso e una presa di coscienza collettivi. Tuttavia esistono già alcuni modelli che negli anni e in alcuni luoghi specifici hanno dimostrato di poter fungere da alternative valide al capitalismo: vediamo quali sono.

 

LE ALTERNATIVE

 

Foto di Steve Rotman via Flickr

Foto di Steve Rotman via Flickr

Nel suo libro Trasformare l’economia Mancini passa in rassegna e analizza i vari modelli di altra economia alla ricerca di nuove vie percorribili. Dal modello delle relazioni di dono dell’Africa e dell’America Latina, all’Economia gandhiana, passando per quella islamica, quella olivettiana “di comunità”, l’economia di comunione di Chiara Lubich, la bioeconomia di Nicholas Georgescu Roegen (da cui attinge ampiamente il modello della decrescita), l’Economia del Bene Comune di Christian Felber, l’Economia partecipativa e solidale.

 

“La conclusione a cui sono giunto - afferma Mancini – è che non esiste un modello supremo di ‘altra economia’ ma dobbiamo lavorare ad un modello integrato. La soluzione, se la troveremo, arriverà dall’incontro delle culture. Se noi lavorassimo a un modello integrato dove si raccogliesse il meglio che questi modelli ci danno potremmo mettere a punto un metodo per la scienza economica, che sia un modello di servizio all’umanità e in armonia con la natura.”

 

“Non basta la lotta alla politica dell’auterità, se restiamo dentro ai parametri del capitalismo e sosteniamo che lo stato deve investire per generare lavoro restiamo sempre all’interno di questo sistema che ha le crisi come dinamica strutturale della propria riproduzione. Occorre una rivoluzione nel modo di sentire e di pensare in modo che l’essere umano ritrovi la sua dignità, in modo da non poter essere più trattato né come un esubero (un essere inutile) né come una risorsa (un essere strumentale che però non ha un suo valore autonomo).”

 

IL RUOLO DEI MEDIA

 

A dispetto di tutte le iniziative nate e che continuano a nascere nei territori, i media continuano a dipingere il nostro paese come privo di speranze. Come mai? “Tutto quello  che cresce in una società per potersi sviluppare ha bisogno di rispecchiarsi, deve trovare uno specchio sociale che lo rende riconoscibile e l’amplifica. Oggi tutti i nostri specchi sociali, dai media, alla scuola, all’università, agli intellettuali, ai social network, difficilmente sono in grado di rispecchiare il meglio che cresce in una società, che resta non rappresentata, mentre grande rispecchiamento hanno tutti i messaggi negativi. La rassegnazione viene rispecchiata, l’iperadattamento, il cinismo diventano il principio di realtà. Le realtà feconde vengono ricacciate in una zona d’ombra dove non vengono riconosciute al punto che anche i loro protagonisti spesso sono divisi, frammentati, dispersi.”  

 

LA GLOBALIZZAZIONE

 

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Foto di Lars Plougmann via Flickr

Un trasformazione dell’economia è realizzabile all’interno di una società globalizzata? Per Mancini “La globalizzazione ha significato non una unificazione dell’umanità ma una divisione sistematica dell’umanità nell’unica unificazione realizzata che è stata quella sotto il mercato”. Per creare una vera alternativa dobbiamo “ritrovare il rapporto fra persona, comunità e coralità, intendendo con quest’ultima l’appartenenza a una cittadinanza umana globale. Non sarà un movimento di globalizzazione intesa come omologazione e sradicamento. Dovrà essere un rilocalizzare per permettere un tessuto democratico della società, che non potrà essere né individualista né massificato ma dovrà avere comunità aperte, non sette xenofobe, razziste, ripiegate su se stesse sul modello leghista.

 

Lo spazio comunitario è senza dubbio quello più adatto per esercitare la pratica democratica, la cura concreta del bene comune: “La comunità è la dimensione che permette alla persona di fiorire e di esprimersi. Poi c’è un livello più grande, quello della coralità: la nazione, il continente, la globalità. Siamo spesso ignari della cittadinanza cosmopolita, dell’appartenenza ad un unica cittadinanza mondiale. Però la coralità è indispensabile, da un lato nel nome di una stessa dignità umana, dall’altro perché le sfide maggiori che ci si presentano sono sfide di portata mondiale: dal mercato globale, alla sfida ecologica, al cambiamento climatico. O si costruisce una risposta globale democratica col concorso delle tradizioni e dei popoli oppure le nostre risposte rischiano di essere sterili e dal fiato corto.”

 

Dopo l’intervista, prima di salutarci, Mancini ci accompagna in una trattoria a conduzione familiare a poche decine di metri dall’Università. Macerata è una cittadina graziosa, vi si respira un’atmosfera genuina. Mentre mangiamo degli ottimi Vincisgrassi penso a tutte le realtà che abbiamo incontrato in giro per l’Italia e alle nuove che continuano a segnalarci, che prima o poi incontreremo, penso ai dati macroscopici sui cambiamenti dei consumi, sull’esplosione del biologico e del chilometro zero e la crisi della grande distribuzione e vedo tutte queste nozioni inquadrate nella cornice teorica che ci ha appena fornito l’intervista. Una svolta spirituale sicuramente è già in corso e si vedono i segnali di quella culturale-politica. Quella tecnica sembra ancora lontana ma chissà, probabilmente sarà inevitabile. 

 

 

Per saperne di più leggi:

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Roberto Mancini

Trasformare l’Economia
Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche

 

io-faccio-cosi-libro-70810Daniel Tarozzi

Io faccio così
Viaggio in camper alla scoperta dell’Italia che cambia

 

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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