UE: gli Stati non si esprimono e la Commissione approva 19 nuovi OGM

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Si sa che quando si parla di agribusiness le priorità delle grandi istituzioni sono sempre sovvertite: in primo piano ci sono gli interessi dei colossi delle biotecnologie, mentre all’ultimo posto si trovano la salute dei cittadini e dell’ambiente. Una notizia di pochi giorni fa conferma questa tesi.

 

La Commissione Europea infatti, ha approvato lo scorso 24 aprile 10 nuove autorizzazioni di OGM per uso alimentare, ne ha rinnovate 7 sempre per lo stesso scopo e ha autorizzato l’importazione di due colture floreali per uso non alimentare. Di queste 19 licenze, che si vanno ad aggiungere alle 58 già esistenti, 10 sono rilasciate a Monsanto. Tali autorizzazioni sono relative alla commercializzazione degli organismi geneticamente modificati e le colture interessate sono mais, cotone, colza, soia e lino.

 

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Ma l’aspetto preoccupante di questa vicenda è l’iter attraverso il quale si è arrivati alla delibera. Piccola premessa: proprio in queste settimane è in corso una modifica di tale iter. Il 22 aprile sono stati presentati a Consiglio e Parlamento degli emendamenti alle principali fonti normative sul tema, ovvero il Regolamento 1829/2003 e la Direttiva 18/2001, entrambe emanate dalla Commissione. Nel frattempo, come chiarisce la Commissione stessa in un comunicato stampa, il provvedimento di questi giorni è stato preso facendo riferimento a regole che a breve saranno obsolete.

 

Ma cosa prevedono tali regole? Le aziende private (Monsanto, BASF, Bayer e così via) inoltrano la richiesta di autorizzazione di OGM, che può essere per coltivazione o per commercializzazione di prodotti alimentari e loro derivati. La richiesta è soggetta al parere del comitato per la sicurezza alimentare – l’EFSA – e, per 30 giorni, è pubblicamente consultabile e commentabile. Infine, ritorna sul tavolo della Commissione, che deve recepire le osservazioni pervenute, confrontarsi con gli Stati membri ed esprimere un parere. È fondamentale sottolineare una cosa: se questi non si pronunciano, vale la regola del silenzio assenso. Così è successo pochi giorni fa: la Commissione ha approvato gli OGM, accordando un’autorizzazione valida per 10 anni, in seguito alla “nessuna opinione” da parte degli Stati, sia in primo che in secondo appello. Viene spontaneo chiedersi il perché di questo silenzio, essendo i temi legati alla sovranità alimentare di ciascun Paese di fondamentale importanza. Si tratta di un’omissione colposa o c’è stata la volontà di lasciare campo libero all’operato della Commissione?

 

Sempre stando alla normativa attuale, gli Stati possono esercitare la propria sovranità opponendosi all’applicazione, entro i loro confini, della decisione della Commissione. Per farlo però, devono produrre una documentazione che certifichi da un lato la sussistenza di validi motivi per sottrarsi al provvedimento, dall’altra – e questo aspetto è piuttosto inquietante – devono dimostrare che la loro opposizione non arrecherà danno al mercato, quindi non avrà ripercussioni commerciali ed economiche sulle aziende che hanno inoltrato la richiesta.

 

Quando viene confermata, l’autorizzazione vincola tutti gli OGM e i prodotti da essi derivati a sottoporsi all’etichettatura e alla tracciabilità europea. Da un lato questo potrebbe apparire come un provvedimento di tutela, ma dall’altro rappresenta un giogo al collo di tutti gli agricoltori, che saranno costretti dal mercato ad acquistare gli OGM e a impiegarli nei loro campi, finendo sotto il controllo economico delle grandi aziende chimico-farmaceutiche e contribuendo al degrado dell’ecosistema.

 

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Chiaramente le reazioni da parte del fronte no-OGM sono state forti e decise: lo storico verde europeo Josè Bové sottolinea come la decisione della Commissione sia diametralmente opposta al volere dei cittadini (secondo un sondaggio dell’Eurobarometer del 2010 il 61% degli europei è contrario agli OGM) e perfettamente in linea con gli interessi delle multinazionali dell’agribusiness; l’europarlamentare Tarabella paragona il provvedimento al TTIP e lo identifica come un “cavallo di Troia” degli interessi economici americani in Europa; Greenpeace fa notare che neanche il nuovo quadro normativo in preparazione tutelerà gli interessi dei cittadini, poiché continuerà a lasciare grande libertà d’azione alla Commissione e a legare le mani del Parlamento.

 

Le preoccupazioni di questi e di tanti altri rappresentanti dello schieramento per l’autodeterminazione alimentare e contro la chimica nei campi sono più che legittime e condivisibili. Attraverso una sottile strategia, le decisioni più importanti vengono allontanate sempre di più dagli organi che rappresentano direttamente i cittadini – il Parlamento Europeo in questo caso – e gestite da pochi amministratori, nominati e non eletti, che continuano a cedere alle pressioni dei rappresentanti del mercato. Questo è un processo molto pericoloso, che anno dopo anno sta erodendo la nostra sovranità e privandoci di una fonte di vita irrinunciabile: il cibo.

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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