Colombia: olio di cacay contro povertà e deforestazione

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cacay-seeds-oil-e1429782902304Arriva l’estate, e le buone notizie diventano più leggere. Questa è la storia di come ci possano essere storie confortanti anche nei posti più bui, come la Colombia, di solito nota alle cronache per i ribelli antigovernativi o il traffico di cocaina.

 

Invece una fonte insperata di ricchezza si è rivelato l’albero del cacay (per i pignoli: Caryodendron orinocense K.) che produce noci ricche di un olio cosi prezioso per la pelle che oggi viene venduto persino da Harrod’s a Londra. Il nome, in italiano, non genera grandi ispirazioni. Ma, fonemi a parte, la buona notizia è un’altra.


Quello che conta, però è che le coltivazioni di cacay stanno spingendo molti contadini colombiani a coltivare aree più povere e a convertire aree prima destinate all’allevamento del bestiame o del tutto non coltivate.

 

Ogni noce di quest’albero contiene tre semi, grandi circa come una noce. Finora alcuni contadini usavano quest’albero per ottenere mangime per le mucche. Ma la sete di bellezza globale ha aperto loro una nuova prospettiva.

 

Per chi volesse provarne le proprietà antiossidanti, l’olio di cacay è arrivato anche in Italia, ma bisogna andarlo a cercare: lo distribuisce la Kahai Co. di Bogotá, che ha come missione quella di promuovere uno sviluppo alternativo in Colombia sostenibile e duraturo (e non illegale).

 

Al momento, il cacay è raccolto prevalentemente da piante spontanee, e sostiene 200 famiglie nella zona del conflitto. I programmi sono di riforestare 5 mila ettari attualmente devastati nella regione amazzonica della Colombia con gli alberi di cacay.
Così, dopo secoli di uso indigeno (i nativi della Colombia del sud lo usano per curare le ferite) e grazie alla voglia di bellezza globale, forse da oggi il cacay servirà anche alla riforestazione dell’Amazzonia e al reddito dei colombiani più poveri. Chi lo sa, forse il famoso olio di Argan ha i giorni contati…

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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