Repubblica Nomade in Cammino a Cuncordu: bellezza e dolore nel Sulcis

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Portoscuso anticamente Puerto Escuso, etimologicamente “porto nascosto”: di qui iniziamo il nostro “Cammino a cuncordu”  alla ricerca della Sardegna più nascosta.
Lo abbiamo già definito un “cammino sentimentale”, perché è alle emozioni che questa terra e i suoi abitanti sanno suscitare che ci affideremo nel corso di queste cinque settimane a piedi attraverso l’isola.

 

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Lasciato l’abitato di Portoscuso, ci addentriamo nell’area industriale, dove percorriamo chilometri tra impianti e capannoni, per lo più deserti. Arriviamo all’impianto ALCOA dove due lavoratori ci mostrano il luogo che hanno attrezzato per il presidio che dura ormai da un anno e mezzo, da quando la multinazionale statunitense ha chiuso i battenti e si è aperta una lunghissima trattativa per cercare di rilanciare l’attività produttiva. Attendono i compagni per il cambio turno dopo aver passato qui l’ennesima notte.

Il Sulcis vive da tempo una crisi profonda dalla quale non pare sia possibile uscire senza restare impigliati nel retaggio di un modello di sviluppo miope che ha visto il susseguirsi di decenni di scelte industriali devastanti per il territorio e ora nei volti e nelle parole di queste persone capiamo quanto possa apparire complessa una soluzione.

 

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Procediamo verso Carbonia, città nata in epoca fascista per garantire al regime l’approvvigionamento energetico basato sul carbone, negli anni dell’autarchia. Qui visitiamo la Grande Miniera di Serbariu, ora trasformata in Museo del Carbone, dove abbiamo modo di scendere nelle vecchie gallerie minerarie e “toccare con mano” quali erano le condizioni di lavoro e di vita in quella organizzazione altamente strutturata che era la miniera.

 

“Minatore” è un termine generico – ci spiega Mauro Villani, il direttore del museo – in realtà ci sono almeno una settantina di ruoli differenti, ma, è anche un termine identitario forte, un destino: chi è “minatore” lo è per tutta la vita. Una vita spesso breve e in condizioni drammatiche fino a un’epoca non così lontana nel tempo: sono i nomi dei nostri nonni che compaiono nei registri della miniera, dove si entrava anche a 12 anni, si lavorava a cottimo e si poteva morire senza che i compagni di squadra potessero interrompere il lavoro fino alla fine del turno, pena la perdita del salario o perfino il licenziamento.

 

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E’ bello sapere che oggi i giovani di Carbonia scelgono di sposarsi in una sala della Miniera proprio per un tributo a questi nonni che non hanno magari mai conosciuto.

 

Dopo aver sentito il rumore assordante dei macchinari del sottosuolo, usciamo nel silenzio dei nostri pensieri.
Continueremo a camminare in terra sarda, affascinati dai paesaggi mozzafiato, i colori accesi, i profumi intensi ma anche consapevoli che qui bellezza e dolore convivono da tempi immemori e sotto i nostri passi si può “ascoltare” la voce di un mondo intriso di sofferenza e fatica.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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