Servizio

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Servizio s.m. [dal latino servitiu(m)] derivato del verbo servire, è l’atto compiuto dal servus, termine di origine indoeuropea, conservato nell’avestico pasuš-haurvō, che significa guardiano del gregge, ma anche garzone, custode e controllore dei beni del padrone. L’azione verbale è espressa dal latino servare, custodire, osservare con attenzione, da cui serbare, corrispondente al greco horáō guardare, che deriva dalle radici *swer- e *wer-.

 

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In ambito indoeuropeo la schiavitù è un’istituzione sconosciuta, e ciò spiega il motivo per cui originariamente il termine servus significa esclusivamente guardiano o osservatore, e si trasforma in schiavo solo nel momento in cui alcuni elementi della civiltà mediterranea interferiscono con la struttura della famiglia latina.

Il servizio, che deriva da servus, consiste etimologicamente in un’attività lavorativa di un prestatore d’opera subordinato; il termine può anche significare un oggetto o un insieme di strumenti che servono a conseguire un determinato scopo.
Proprio in quest’ultima accezione strumentale i servizi sono intesi attualmente nel linguaggio comune. Il problema, però, è che nelle moderne società questi servizi non svolgono più la funzione di mezzo, ma fungono ormai da fine dell’agire umano, ovvero invece di servire a qualcosa, si servono di chi li usa per giustificare la loro presenza. Non servono, ma asserviscono chi crede di fruire del servizio stesso.

 

Si pensi, ad esempio, alle piste ciclabili, considerate da tutti come servizi all’avanguardia delle società industriali. A prima vista, potrebbe sembrare che un tale servizio serva davvero a consentire lo spostamento in bici a chi volesse evitare l’uso di un’automobile, ma in realtà non è così. La pista ciclabile è pensata a prescindere dalle automobili, che sono le nuove divinità indiscutibili della società contemporanea.

 

Le città metropolitane, infatti, sono centrate urbanisticamente sulle automobili, e le piste ciclabili – ma lo stesso si potrebbe dire per gli altri servizi come le zone pedonali o le aree a traffico limitato – sono pensate non come alternative ai mezzi motorizzati, ma solo come spazio ludico da destinare allo svago del dopolavoro, al divertimento, alla salute, alla cura del proprio fisico (anche se in giro non resta granché ossigeno respirabile).

 

Il ciclista e il pedone si presentano come figure parziali. Ovvero sono ciclisti e pedoni solo fintantoché non cominciano a vivere sul serio salendo in macchina. Perché questa è l’unica dimensione possibile in una società che fa del motore la sua divinità.
In tal senso, allora, i ciclisti e i pedoni, che desiderano essere tali fino in fondo, se vogliono sopravvivere (perché il rischio di venire investiti è altissimo, e le statistiche parlano di una mortalità pari ai livelli di una guerra civile) sono costretti a servirsi del servizio pedonale o ciclabile restandone però imbrigliati. La loro sottrazione alla cultura dell’automobile finisce per relegarli all’interno di un recinto, separati dal contesto. Rispetto al mondo che viaggia a ritmi sostenuti (ma che in realtà vive la condizione della stasi da ingorgo) essi vivono ap-partati: d’altronde la cultura dell’appartamento imperversa indisturbata nelle civiltà industriali.

 

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La vita negli appartamenti, la vita scissa e compartimentata, consente al potere di frammentare il corpo sociale, che non ha più modo di scambiarsi beni e favori, e finisce così per aver bisogno dei servizi – spesso a pagamento – che asserviscono chi li usa.

 

 

Il servizio della società industriale, quindi, più che liberare l’uomo da un peso, lo schiavizza e lo rende servo. Esso è infatti sempre pensato in funzione dell’economia tecnica e del suo sistema ideologico indiscutibile, secondo cui la rapidità e la competizione sono i due capisaldi su cui fondare le dinamiche sociali. E poco importa poi se l’eccessivo ricorso ai motori congestiona il traffico bloccando la circolazione. L’importante è continuare a predicare l’«ideologia della corsa», che per incrementarsi inventa servizi collaterali che la alimentano e la mantengono. Anche i cosiddetti servizi urbani – spesso inefficienti – sono pensati in funzione della rapidità di spostamento da un luogo all’altro della metropoli.

 

 

Il servizio non viene mai erogato per l’uomo, per il suo benessere, per il suo compimento, ma solo nell’illusione di migliorare le sue prestazioni lavorative e produttive. In tal senso però il servizio asservisce e schiaccia chi se ne serve, non liberandolo da nulla, ma contribuendo oltretutto a emarginarlo ancor più dal contesto sociale.

 

 

Il pedone e il ciclista diventano un problema per la società turbo-capitalista, tanto che, per evitare di incrementare la carneficina quotidiana, si pensano per loro dei servizi ad hoc. Ma la realizzazione di questi servizi comporta una spesa che deve poi essere recuperata in qualche modo attraverso la tassazione o il pagamento dei servizi stessi (che più che servire, costano).

 

 

I servizi quindi non fanno altro che complicare la vita alle persone e finiscono per aumentare la spesa pubblica, incrementando così anche i prelievi che lo stato effettua sugli stipendi, costringendo le persone a lavorare di più e più a lungo, per vedersi poi relegati ai margini della società, schiacciati proprio da quel servizio che si sperava servisse invece di asservire.

 

 

Un ciclista – se ci tiene alla sua incolumità fisica – non ha la libertà di andarsene in giro per la città, ma deve usufruire scrupolosamente del servizio che gli impone un tragitto, gli dice dove passare e quali zone evitare.

 

 

Allo stesso modo, il servizio scolastico dice cosa devi studiare, il servizio medico come bisogna curarsi, i servizi pedonali dove si può camminare in libertà, e i servizi per gli anziani indicano come questi ultimi – ormai non più utili alle dinamiche produttive – devono vivere, per non parlare poi dei servizi d’intelligence, che invece di servire alla popolazione diventano il braccio armato del potere che imperversa nel mondo.

 

1. Cfr. G. Devoto, Dizionario etimologico, Le Monnier, Firenze 1968, p. 388; M. Cortellazzo – P. Zolli, Il nuovo etimologico, Zanichelli, Bologna 2015, p. 1509; A. Nocentini, l’Etimologico, Le Monnier, Milano 2010, p. 1097.

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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