Autarchia

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come-utilizzare-il-dizionario-latino-italiano_44549da8219df9871aa1318d5b003aebAutarchia, s f., [dal greco autárkeia, composta da auto- (auto) e arkêin (principiare, dominare, governare] è un prestito moderno dal greco antico autárkeia, che significa autosufficienza, o secondo la definizione che ne dà il Bonavilla alla fine dell’ottocento, «principato o dominio di se stesso, e dicesi una virtù che dispone l’uomo a contentarsi del suo senza molestare altrui» (1).

 

Il termine ha una storia molto antica, risalente almeno ad Aristotele, che, secondo Victor Goldschmidt, intenderebbe l’autárkeia in senso più biologico che non invece politico, economico o giuridico (2).

 

Per lo Stagirita è autosufficiente quella polis che non ha mancanze, né eccedenze rispetto ai suoi limiti costitutivi, dal momento che quando giunge alla giusta consistenza numerica dei suoi abitanti assume la sua conformazione migliore: ciò perché «una città che abbia un numero troppo esiguo di cittadini non sarà autarchica (e la città deve essere autarchica), mentre quella che ne ha troppi sarà autarchica per il soddisfacimento delle sue necessità, come una comunità etnica (un popolo), ma non come una città, perché difficilmente potrà avere una costituzione: chi, infatti, potrebbe mai essere il generale di una massa così numerosa?» (Pol. 1326b 3-1326b 10). Stando a quanto ci dice Aristotele, l’aggettivo autarchico contraddistingue una polis che ha raggiunto la sua giusta misura e che è quindi politicamente qualificata (3).

Saranno poi i cinici e gli stoici a fornire una lettura antropologica dell’autarchia, considerandola come la condizione privilegiata del saggio, per il quale la massima virtù e la felicità consistono nel «bastare a se stessi», senza assoggettarsi ai bisogni terreni.

 

Nel corso dell’ultimo secolo, lo svedese Rudolf Kjellén compie un’ulteriore torsione semantica di questa voce, che finisce per rendere unicamente conto di quella politica tendente all’autosufficienza e all’indipendenza economica rispetto al contesto internazionale. Nella forma autarki, il termine è poi passato nel francese autarchie e da questo all’italiano autarchia: anche se l’adattamento esatto del termine greco, avrebbe dovuto essere, per il francese, autarcie, e, per l’italiano, autarcìa (4).

 

autarchia1Questi ultimi decenni hanno segnato, linguisticamente, la ghettizzazione della voce «autarchia», sulla quale pesa l’indebito accostamento col fascismo: che, vale bene ricordarlo, prima delle sanzioni internazionali non ha mai considerato l’indipendenza economica una prerogativa culturale o politica, né ha mai espresso alcuna considerazione critica dell’industrialismo in sé. Ciò per dire che il regime fascista, per ovviare alle restrizioni cui fu costretto, e non potendo ricorrere a scambi commerciali con le nazioni straniere, dovette necessariamente ripensare la realtà economica italiana in un’ottica autosufficiente. Si potrebbe dire, quindi, che il fascismo non scelse, ma fu costretto all’autarchia per sopravvivere.

 

Tuttavia, proprio per quella casuale commistione fra il termine in questione e la particolare contingenza storica determinata dalle sanzioni, l’aggettivo «autarchico» è stato emarginato dal vocabolario quotidiano: anche perché, dopo aver qualificato, all’inizio, i prodotti nazionali di primo livello, finisce subito per assumere un valore definitivamente negativo, quando divennero «autarchici» anche i più ignobili surrogati (5).

 

Sicché: dando ormai per assodato il dato storico-linguistico, e pur considerando tutte le attenuanti del caso, non si può certo accettare supinamente di veder stravolto il senso etimologico di un vocabolo, che, se inteso correttamente, potrebbe invece qualificare un nuovo modo di intendere la comunità, la produzione e i rapporti interpersonali. Si tratta di capire, infatti, tornando alla radice etimologica del termine, che l’autarchia, per un verso, non è scindibile da un sistema di autoproduzione comunitario, di cui parla Maurizio Pallante (6) e per l’altro, esprime un concetto equivalente al vernacolare, nel senso in cui ha chiarito Ivan Illich (7): da ciò consegue che il vernacolare è quel luogo autarchico caratterizzato da una modalità autoproduttiva di beni e di servizi, tale da rendere la comunità bastevole a se stessa e indipendente dal contesto economico esterno.

 

Ma questo luogo autarchico non si dà mai pienamente; esso è più che altro un orizzonte verso cui tendere, e che resta sempre al di là di ogni concreta possibilità di attualizzarlo del tutto. In tal senso, allora, l’autarchia è un processo senza fine, in vista dell’utopia.

 

Note:

1. Cfr. A. Bonavilla, Dizionario etimologico di tutti i vocaboli usati nelle scienze, arti e mestieri, che traggono origine dal greco, Dalla tipografia di Giacomo Pirola, Milano 1819, p. 436
2. Cfr. V. Goldschmidt, Écrits, t. 1, Études de philosophie ancienne, Vrin, Paris 1984, p. 86.

3. Su questo tema ha scritto delle pagine molto chiare Giorgio Agamben: G. Agamben, L’uso dei corpi, Neri Pozza, Vicenza 2014, pp. 251-255.

4. Cfr. A. Nocentini, L’etimologico, Le Monnier-Mondadori, Milano 2010, p. 83.

5. Cfr. M. Cortelazzo – P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli, Bologna 1999, p. 149.

6. Si veda in particolare: M. Pallante, La decrescita felice. La qualità della vita non dipende dal Pil, Editori riuniti, Roma 2005.

7. Cfr. I. Illich, Genere. Per una critica storica dell’uguaglianza, Neri Pozza, Vicenza 2013 (or. Gender, Marion Boyars Publishers LTD, London 1982).

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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