CycloLenti in Kazakhstan: il deserto kazako, “depressione totale”

Immense distese, acqua bollente, sterrati polverosi: una "depressione totale". Marco e Tiphaine, i CycloLenti in giro per il mondo, ci raccontano il loro passaggio nel deserto del Kazakhstan

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Il silenzio è spezzato da cavalli al galoppo e versi di dromedari. In queste immense distese lo sguardo si perde all’orizzonte e scruta 20-30 km per volta. Non c’è un albero e non ti puoi nascondere nemmeno se vuoi fare pipì. Il sole splende alto e l’ombra è preziosa quanto l’acqua! Una rampa per controllare le auto in ebollizione ci offre un riparo vitale per le ore di punta. Di tanto in tanto si fermano delle auto e ad ogni foto richiesta ci lasciano qualcosa: una busta di cetrioli, acqua, una scatoletta di pesce del mar Caspio e una bottiglia con su scritto “Kazakhstan Cola”. Con questo caldo qualsiasi cosa che sia liquido e per di più fresco non può essere assolutamente rifiutata.

 

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Andiamo in depressione, meno 40 non sono ovviamente i gradi, ma i metri sotto il livello del mare. Sulla mappa digitale di fronte a noi dovrebbe esserci un braccio del Caspio, invece c’è solo sabbia gialla e a strati bianca. Come si sa entrare in depressione è facile, ma uscirne è dura. E così lo è allegoricamente anche per noi. La terra è fine come borotalco ne respiriamo in gran quantità ad ogni sorpasso di camion. Arranchiamo sullo sterrato polveroso, un cartello segna 12% di pendenza in salita.


Sarà l’acqua di pozzo bevuta a Shetpe o qualcos’altro, ma oggi stiamo davvero male di pancia e il sole picchia più del solito. Nemmeno alla pausa pranzo riusciamo a riposare come si deve a causa dei 45°C e delle maledette mosche! Chiediamo alle nostre gambe di sacrificarsi e portarci almeno fino al prossimo villaggio. Una iurta in un giardino appena fuori Saiutes mi ispira buone vibrazioni. Chiediamo di mettere la tenda, ci offrono da mangiare e piango quasi di gioia quando ci propongono una bella doccia fredda. Domani si resta qui, il nostro corpo necessita riposo!

 

Mi piace lo stile delle case kazake, sono “minimal”, senza fronzoli e con ambienti multiuso. Praticamente le stanze sono vuote. Per mangiare si stende una tovaglia e dei tappetini a terra, un cuscino se invece si vuole dormire… niente di più niente di meno! In quelle più sofisticate al massimo ci puoi trovare un divano. Questa sera ci aspetta un vero e proprio rito. Preparano il Beshbarmak, il piatto nazionale. Le donne mangeranno in cucina, i “veri” uomini nel salone. Solo alla mamma è consentito restare per il tempo necessario alla preparazione finale del piatto, poi di là con le altre!

 

 

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Il tavolino regge un grosso vassoio il cui fondo è coperto da enormi rettangoli di pasta cotta. Al centro una bella testa di pecora a cui non manca nulla. Con un gran coltellaccio si scuoia la pelle, poi tocca alla lingua, alle orecchie, al cervello e così via. Il tutto viene mescolato con la pasta, delle cipolle e delle patate. Sei mani si allungano verso il vassoio. Si immergono quasi completamente nel piatto. Con le dita si taglia la pasta fino a ricavarne un pezzo sufficientemente ampio per raccogliere il resto del condimento. Mani e bocca grondano di grasso, una tazza di shubat e due tovaglioli vengono fatti passare tra le sei persone che circondano la tavola. A pasto concluso, ci si sposta indietro di 50cm.

 

Una persona passa con una bacinella e versa dell’acqua da una brocca per consentirci di pulirci dall’unto, eppure il bagno con sapone e acqua corrente è nella stanza affianco, ma per gli uomini è meglio farsi servire. Infine, i palmi rivolti verso l’alto si fanno passare con un gesto davanti agli occhi. È l’equivalente islamico del nostro segno della croce. Le danze sono chiuse. Le donne ritornano, sparecchiano e si occuperanno di preparare il tè e lavare i piatti. Gli uomini sono liberi di andare a poggiare il loro pesante culo altrove.

 

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Se prima il paesaggio offriva piacevoli scenari, da quando abbiamo superato la depressione, non resta che un immenso piattume. Sarà così fino al confine uzbeko e oltre. Ho la stessa sensazione di quando si guarda verso il mare aperto solo che davanti a me il mare è fatto di terra. Nemmeno più i cammelli ci sono a farci compagnia, ad essi si sono sostituiti interminabili file di pali elettrici che continuano fino a sbiadirsi con l’orizzonte. Gli ultimi 100km prima della frontiera non hanno nemmeno più l’asfalto. Avanziamo come lumache tra il vento che ci rema contro, il fondo che è sempre più sabbioso, il sole che non smette di fare la sua parte e le mosche che adesso pure mentre pedaliamo non si staccano dalle nostre facce!

Le auto sollevano grandi polveroni che ci coprono per intero e che ben aderiscono alla nostra pelle sudata e appiccicaticcia. C’è gente che paga per farsi spalmare della terra in viso, noi l’abbiamo gratis, guardiamo positivo! La gola, perennemente secca non trova pace, deve accontentarsi di acqua bollente al forte gusto di plastica… mhhh! Per fortuna ogni tanto la gente si ferma per offrirci dell’acqua in bottiglia. Una spedizione di tre camion di soldati si ferma per donarci delle razioni di cibo militare: “ne avrete bisogno! E mi raccomando parlate bene del Kazakhstan”.

 

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Usciamo dal territorio kazako entro l’ultimo giorno utile, ma il visto per il prossimo Paese non parte prima di domani. Tentiamo la fortuna, ma niente da fare. Questa notte la passeremo nella “terra di nessuno” aspettando che un libretto con su una foto, delle scritte e un simbolo d’appartenenza ci dia il permesso di poter calpestare il suolo che dall’altra parte prenderà il nome di Uzbekistan!

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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