No alle trivellazioni petrolifere: la battaglia per il mare Adriatico

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Cosa accomuna la Regione Marche con la Regione Puglia? Una battaglia per la difesa delle coste.

 

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La Regione Marche, infatti, nei giorni scorsi ha fatto sapere che “è contraria alle trivellazioni nel Mare Adriatico“. La giunta, presieduta da Luca Ceriscioli (Pd), anche nella riunione con 6 presidenti delle Regioni, tenutasi a Termoli nel luglio scorso, aveva espresso un no netto e ribadito l’intenzione comune di avviare un dialogo con il Governo.

Sebbene contraria a nuove trivellazioni petrolifere, la Regione Marche conferma tuttavia l’arrivo di due ulteriori piattaforme per l’estrazione di gas metano previsto dai governi precedenti e in una nota sottolinea che “trivellazioni al largo della costa marchigiana per la coltivazione di gas naturale sono effettuate da decenni e le piattaforme produttive in Mare Adriatico sono svariate decine, autorizzate da governi precedenti”.

 

L’arrivo di due ulteriori piattaforme per l’estrazione di gas metano, “oltre ad essere fatto noto da molto tempo, non comporta rischi maggiori di quelli che sono stati monitorati per precedenti operazioni analoghe, specie in considerazione dello sviluppo di tecnologie sempre più sicure”. Le piattaforme saranno posizionate una a 45 km (Clara NW) e l’altra a 60 Km (Bonaccia NW) dalla costa e le operazioni “non interferiranno con le zone marine tutelate”.

 

Lo scenario del rischio, si legge ancora: “è calcolato in base a un protocollo di sicurezza che tiene conto di elevati e rigorosissimi standard e le piattaforme non potrebbero operare se l’Ente concessionario non avesse già assunto obbligatoriamente tutte le responsabilità e dato garanzie (anche economiche) in caso di incidenti”.

 

Dalla Regione sottolineano che si tratta di concessioni “a capitale prevalente Eni e non a compagnie petrolifere private, come viene erroneamente riportato su alcuni articoli di stampa, per la coltivazione di metano e non di petrolio e sono attive addirittura dal 1980 (‘Clara’) e dal  1988 (‘Bonaccia’)”. Pertanto, sottolineano dalla Regione Marche, “le relative procedure per l’emissione della Valutazione di impatto ambientale (Via) non hanno nulla a che vedere col decreto Sblocca Italia, dal momento che si stratta di concessioni statali risalenti a trent’anni fa”.

 

In questo caso, infatti, sottolineano dalla Regione, “non c’è proprio nulla da ‘sbloccare’, perché si tratta di procedimento già di competenza statale su cui le Regioni, dal 2010, sono chiamate a dare un parere consultivo e non vincolante”.

La Regione Marche, inoltre, “resta contraria ad ogni attività di studio e di ricerca condotta mediante metodi invasivi e pericolosi e sui quali, anche attraverso l’Arpam, ha facoltà di controllare, al fine di prevenire eventuali modifiche ambientali prodotte anche in relazione a inquinamento e sedimenti”.

 

Anche la Puglia combatte questa battaglia. Una battaglia contro le trivelle nel Mare Adriatico.

 

L’area più a rischio perché a ridosso delle Tremiti e Vieste è la stessa di un anno fa: la zona vicina alla Croazia, fra il Gargano e l’isola di Lagosta. La minaccia oggi rischia di essere sempre più grave, con tre milioni di ettari di Adriatico a rischio. I croati hanno infatti destinato nuove concessioni a svariate multinazionali del petrolio.

 

Quanto petrolio ci possa essere in questo mare, è difficile stimarlo.

 

“Che invece, al netto dell’opzione di un disastro in grande stile, il danno di immagine all’industria del turismo sia comunque grave, è una certezza”, sostiene in una nota Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia sul sito ufficiale della associazione, dove è possibile firmare la petizione.

 

“Danni certi – si legge su Il Quotidiano Italiano BAT – anche per il “sistema pesca” che, solo per l’Italia, in Adriatico -dalla Puglia al Friuli- vale circa 374 milioni di euro l’anno (dati IREPA, 2012)”.

 

Per non parlare dell’alta probabilità di incidenti petroliferi in quel mare, che colpirebbe anche l’Italia. “Non è forse il caso che l’Italia richieda alla Croazia di attivare le procedure della Convenzione di Espoo sulla valutazione di impatto ambientale transfrontaliero?”, continua il sito di Greenpeace.

 

Sono quasi 100mila gli italiani che hanno firmato la petizione per chiedere al Premier e ai ministri del turismo e dell’economia della Croazia di fermare il progetto di ricerca di idrocarburi e trivellazioni nell’Adriatico e salvaguardare lo spazio naturale tra Italia e Croazia. Su change.org, famoso sito di petizioni, il contatore è arrivato a circa 28mila firmatari , con anche un enorme mobilitazione di piazza. Il tutto si è tradotto in un tempestivo ricorso al TAR, da parte della Regione Puglia, per fermare le autorizzazioni.

 

Questa iniziativa può dare il via a un a richiesta referendaria. Per poter firmare e permettere il referendum per eliminare le trivelle in mare c’è tempo fino al 30 settembre.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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