Cyclolenti in Tagikistan: “Hai voluto il trattore? E ora pedala!”

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A Dushanbe (che in tagiko significa Lunedi) c’è Ardasher ad attenderci. Ci eravamo conosciuti in Kazakistan e ci siamo salutati dicendoci: ti chiamiamo quando arriviamo dalle tue parti! Siamo di parola ed un mese più tardi facciamo squillare il suo telefono. Ardasher, Parvina e il resto della grande famiglia ospitano noi e Philipp e Leonie (i cicloturisti tedeschi).

 

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Con la scusa che dobbiamo prepararci per la Pamir ogni pasto è una grande abbuffata. Frutta , dolci, yogurt e chili e chili di plof e pane fatto in casa e cotto a legna. Stringi qui, aggiusta là, olea questa parte, pulisci quest’altra… diamo una sistamata alle bici che non vedranno l’asfalto per un bel po’ di tempo. Trepidanti aspettiamo il DGBAO, il permesso per la regione autonoma del Tagikistan dove si trova il Pamir. È lunedi e non è ancora pronto. Ardasher alza la cornetta, chiama un amico e ritorna con i lascia passare in mano. Anche qui come in Italia le conoscenze contano!

 

Le bici poggiano su dei comodi copertoni sul retro del pick-up che ci porterà a raggiungere i genitori di Tiph a Jafr questa sera. Piccoli come delle formiche appaiono i camion laggiù che frettolosi fumeggiano in entrambe le direzioni scaricando e caricando del nuovo materiale. La vogliono terminare entro la fine di quest’anno l’imponente diga che presto inghiottirà d’acqua tutti questi bei paeisini che vediamo a fondo valle, sarà la più grande dell’Asia Centrale e la più alta al mondo con i suoi 304 metri. Interminabili i greggi di pecore, capre e caproni che occupano l’intera strada che ora è diventata uno stretto sterrato ricavato dalla roccia spaccata nella montagna, a destra c’è il dirupo. Avanti e dietro i pastori governano le mandrie dai loro eleganti cavalli, in mezzo ci sono gli asini che, pazienti, trasportano acqua, cibo e materassi per il bivacco. Migrano tutti a valle dopo aver passato la stagione a pascolare sulle alture. C’è pure un pastore donna, ha il volto tutto coperto !

 

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Non so da che parte girarmi, di fronte una vetta a 4000 mt a sinistra una a più di 5000 mt. Intorno alberi da frutta di ogni varietà, mele, pere, albicocche e prugne: siamo al centro agro-ecologico di Jafr, ci fermeremo qui qualche giorno. Mirzoshoh, il fondatore, ha appreso dal padre le antiche e tradizionali tecniche di agricoltura tagike e da tempo è impegnato attivamente a diffonderle. La sua storia è singolare. Con l’avvento dei trattori e del petrolio veniva preso in giro da tutti perchè lui, che aveva già capito l’importanza di essere autosufficienti, continuava ad usare i muscoli delle proprie braccia e quelli degli animali. Successivamente un gran terremoto e poi una furiosa guerra civile tagliarono fuori tutta l’area dal greggio e qualsiasi tipo di commercio, inclusi i pezzi di ricambio dei trattori.

 

A quel punto, i vicini contadini, che prima lo deridevano, tornano da lui per chiedergli di insegnare loro le vecchie pratiche, le uniche possibili e libere da qualsiasi dipendenza. Urge un cambiamento di rotta, altrimenti, ahimè, ho la vaga impressione che un scenario simile si possa facilmente replicare a livello globale in un futuro non molto lontano, le risorse della Terra non sono infinite, nulla è infinito, nemmeno l’universo a quanto pare secondo le ultime scoperte della fisica quantistica (consiglio a chiunque abbia voglia di introdursi a tale argomento il libro “Il mondo non è come ci appare”, di Carlo Rovelli).

 

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Oggi l’associazione ha l’obiettivo primario di proteggere e sviluppare la biodiversità delle piante autoctone, insegnare la pratica dell’innesto, trasmettere le tecniche naturali di agricoltura e proteggere l’area , piantando degli alberi e istruendo la popolazione locale, dal pesante e rapido disboscamento (avvenuto nel passato per mancanza di qualsiasi altro combustibile per scaldarsi dal rigido inverno) che causa importanti dissesti morfologici (in effetti qui di alberi se ne vedono ben pochi). Grazie agli ultimi 24 anni di lavoro, Mirzoshoh conta oggi 30 varietà di mele, 26 di pere, 24 di albicocche, più svariate di mandorle, uva, pesche, ciliege e noci.

 

Salutiamo i genitori di Tiph che finalmente ci vedono partire con le bici cariche: «È bellissimo quello che state facendo», le loro ultime parole prima di dirci ciao (due giorni fa hanno fatto un giro con le nostre bici e pare che ci abbiano preso gusto a questo mezzo; la prossima volta non la scamperano, ci seguiranno in bici!). Attraversiamo i paesini con i bambini che ci corrono dietro, stanno uscendo da scuola, sono tutti ben vestiti, i maschietti giacca e cravatta con tanto di bandiera cucita sopra. In mezzo a questa natura selvaggia che sovrasta, la vita di campagna e le case di terra che ci circondano, la loro divisa stona con tutto il resto. Stasera si pianta la tenda, era almeno un mese che, tra inviti vari e vacanze, riposava sofferente nel sacco!

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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