Fattobene, alla riscoperta degli oggetti tipici italiani

Modiano, Crystal ball, Eritrea, Tamarindo, Leone, Coccoina, Linetti. Nomi che suscitano tanti ricordi, sorrisi e a volte qualche lacrima. Ma che sono anche una preziosa testimonianza di un'intera cultura, spesso opere d'arte che esprimono l'anima di un tempo e di un luogo. Per questo motivo, una coppia ha deciso di collezionarli e metterli in vendita. Così è nato l'archivio Fattobene.

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Fattobene è un archivio di oggetti tipici italiani che esistono da sempre. Saponi art déco e tessuti popolari, caraffe da osteria o bevande dai nomi antichi, come il rosolio o il ratafià. Per trovarli, Anna Lagorio e il suo compagno, gli ideatori di questa iniziativa, hanno viaggiato da nord a sud in cerca di archetipi della tradizione che il tempo non ha scalfito e che oggi fanno parte del nostro immaginario collettivo. Ogni oggetto li ha colpiti per motivi diversi: una grafica o un design unici, una storia curiosa o la sua semplicità apparente, perché anche una candela può diventare un’opera d’arte! Molti di loro sono impossibili da reperire fuori dalla regione d’origine. Per questo, hanno deciso di creare un luogo dove i lettori possano scoprirne le storie.

 

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Che cos’è Fattobene?

 

È una collezione in continuo divenire di oggetti tipici italiani frutto di una minuziosa mappatura di tutto il paese, che stiamo attraversando alla ricerca di prodotti iconici e dare vita a un atlante della nostra cultura materiale. L’idea è portare nuova attenzione verso il nostro patrimonio industriale e scoprire che anche oggetti “anonimi” come un sapone, una colla o una candela possiedono storie speciali, che val la pena raccontare.

 

Com’è nata l’idea?

 

L’idea è nata durante un viaggio al sud: ad un certo punto, eravamo in un bar in Calabria e abbiamo bevuto una Brasilena, una bevanda al caffè tipica del posto. In Calabria è considerata un vero e proprio culto, mentre nelle altre regioni è praticamente sconosciuta. Così, ci siamo chiesti: “Chissà quanti altri prodotti non riescono a uscire dalla dimensione regionale?”. E a quel punto, abbiamo iniziato una piccola ricerca. Siamo partiti dalla tradizione contadina, scoprendo un universo fatto di tessuti, fiaschi, coperte, vassoi. Poi, a poco a poco, abbiamo messo a fuoco un’altra particolarità italiana: qui, esiste ancora un grande distretto industriale, che produce oggetti rimasti uguali da almeno cent’anni. A quel punto, è nata l’esigenza di creare Fattobene: volevamo cominciare a raccogliere le storie di questi prodotti “fatti bene” e dare vita a un nuovo modo per parlare del paese, più fresco, positivo: gli oggetti che entrano nella nostra selezione hanno superato indenni almeno due guerre mondiali, ma oggi vivono in un mondo parallelo. Così, abbiamo pensato che ci fosse bisogno di riportare a galla questa produzione, creando una sorta di atlante industriale.

 

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Dietro ogni prodotto c’è una storia. Ce ne è qualcuna che ti ha colpito particolarmente?

 

Certo: per me la storia è il cuore di ogni oggetto. Ho scoperto tante cose che nemmeno immaginavo.  Mi ha colpito molto, ad esempio, che il farmacista Carlo Erba, prima di inventare il famoso Tamarindo, sia stato il primo in Italia a sperimentare l’uso terapeutico dell’hashish nella sua farmacia di Milano, a metà ’800. Oppure, che a Taranta Peligna, un piccolo paesino dell’Abruzzo, ancora oggi ci sia un lanificio che produce le coperte usate da Giorgio De Chirico e dalla sua famiglia. Posso dire che forse le storie più curiose sono quelle degli oggetti che abbiamo sotto gli occhi da sempre: ad esempio, sai perché il vaso dell’Amarena Fabbri è bianco e blu? Perché all’inizio del novecento, con lo stile liberty, andavano molto di moda le cineserie e Fabbri decide di produrre un vaso “talmente bello che tutti i baristi vorranno esporlo in vetrina”. Insomma, un sofisticato strumento di marketing ante litteram. Potrei andare avanti per ore a raccontare piccoli aneddoti… Personalmente, poi, penso anche che una rilettura del passato sia interessante per poter sfatare alcuni luoghi comuni: in fondo, ciò che vogliamo far emergere è che il made in Italy non è tanto una questione identitaria, quanto di scambi e intrecci continui, rielaborati dalla capacità progettuale di alcuni imprenditori illuminati.

 

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Perché secondo te è importante che questo patrimonio industriale e artigianale non vada perduto?

 

Viviamo circondati da un grande senso di uniformità: i grandi marchi danno vita a città sempre più simili fra loro e fare acquisti da una parte all’altra del mondo è ormai un’esperienza anonima. In questo contesto, il nostro patrimonio industriale rappresenta un antidoto contro l’uniformità globale. Inoltre, credo che in questo momento, ci sia un grande desiderio di rileggere il paese, rimetterlo a fuoco, capirne le dinamiche interne. Il fatto di raccontarlo dal punto di vista degli oggetti tpici italiani, ci permette di spaziare in tutte le regioni, facendo emergere un quadro ricco e stratificato. Perdere tutto questo, significherebbe rinunciare a una parte molto grande del proprio sé collettivo.

 

Durante la vostra ‘caccia’ di prodotti e delle loro storie, quali peculiarità geografiche o differenze nelle varie parti d’Italia avete notato che vi hanno colpito?

 

In alcuni casi, la posizione geografica così fortunata del nostro paese è stata determinante per la nascita di alcuni prodotti: penso, ad esempio, all’industria del sapone in Liguria, dove, nell’800, la zona fra Portofino e Marsiglia era considerata la migliore del mondo, o alla liquirizia in Calabria: qui, nel ’700 arrivavano spedizioni da tutta Europa per studiare da vicino la pianta e cercare di riprodurla. In realtà, vale anche il contrario: alcune zone molto povere, hanno sviluppato manifatture originali, come ad esempio, le scope del Polesine che, un tempo, erano famose in tutta Italia: qui, i contadini coltivavano il sorgo per le galline e, con i resti della pianta, fabbricavano le scope di saggina. In quest’ottica, il territorio diventa un elemento attivo del processo industriale, agendo come stimolo per l’ingegno.

 

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Cos’è cambiato oggi? Vengono ancora realizzati prodotti simili a questi ‘archetipi della quotidianità’?

 

Tutti gli oggetti che entrano a far parte del sito sono ancora in produzione: per noi, è essenziale muoverci sul piano dell’attualità. Non volevamo dare vita a un progetto nostalgico. Per questo, oltre a raccontare le storie abbiamo deciso di aprire uno shop online: molti dei nostri utenti, dopo aver letto i racconti, ci scrivevano per chiederci dove avrebbero potuto comprare quegli oggetti, così abbiamo pensato di farlo noi. E’ un modo per rendere forte il progetto, per dargli radici e farlo crescere in un circuito virtuoso con le aziende.

 

I prodotti presenti sul sito sono in vendita?

 

Lo shop online aprirà il primo novembre prossimo. Per l’occasione, lanceremo una “scatola di Natale”, con una selezione di cinque oggetti tipici italiani. Abbiamo pensato di usare la scatola come strumento di comunicazione a 360 gradi: in questo modo, infatti, chi la acquista potrà immergersi nei racconti degli oggetti per poi farne esperienza diretta, toccandoli con mano. Inoltre, i testi di accompagnamento saranno stampati dalla tipografia Fratelli Bonvini di Milano con le loro macchine storiche di fine ottocento. Un legame con il passato riattualizzato in chiave contemporanea.

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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