Trivellazioni: stop nell’Artico e in Croazia. L’Italia si mobilita contro il petrolio

Nei giorni in cui la Shell rinuncia alla ricerca di idrocarburi nell'Artico, anche i piani fossili della Croazia sembrano affondare. In Italia, invece, la strategia energetica del Governo segue la direzione contraria. Contro le estrazioni petrolifere si allarga sempre più la mobilitazione nel nostro Paese. Le trivelle uniscono in un secco 'no' tantissimi cittadini, movimenti, associazioni e dieci Regioni che hanno depositato in Cassazione sei quesiti referendari contro le trivellazioni.

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“Un’enorme vittoria per milioni di persone che si sono opposte ai piani di Shell, e nello stesso momento è un disastro per le altre compagnie petrolifere che hanno interessi in quella regione. Shell ha scommesso pesantemente sulle trivellazioni nell’Artico e oggi ha rimediato una sonora sconfitta, sia in termini di costi che di reputazione pubblica. Quello del colosso petrolifero anglo-olandese era diventato il progetto petrolifero più controverso al mondo: ora Shell torna a casa a mani vuote”.

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Così il Direttore esecutivo di Greenpeace International Kumi Naidoo ha commentando la decisione di Shell di rinunciare alla ricerca di idrocarburi nell’Artico, dopo un tentativo fallimentare di trivellazione al largo delle coste dell’Alaska.

 

Greenpeace chiede ora al presidente degli Stati Uniti Barack Obama – che di recente si è recato in Alaska per parlare di cambiamenti climatici – “di cogliere la palla al balzo e cancellare ogni altro futuro progetto di trivellazione nell’area”. “Rendere l’Artico un’area off-limits per le compagnie petrolifere potrebbe essere un’opportunità unica per proteggere in modo permanente la regione. Se vogliamo contrastare con serietà i cambiamenti climatici, dobbiamo rivoluzionare totalmente il nostro modo di pensare. E trivellare nell’Artico non è compatibile con questo cambio di visione”, conclude Naidoo.

 

Greenpeace riferisce anche che la campagna per salvare l’Artico continuerà ora “con maggiore passione e con più forza” per chiedere “l’istituzione di un santuario nelle acque internazionali attorno al Polo Nord”.

 

Intanto, affondano anche i piani fossili della Croazia. Ad allontanare le trivelle dalle coste croate il calo del prezzo del petrolio e le nuove elezioni.

 I contratti con le compagnie petrolifere assegnatarie dei “lotti” di estrazione non sono stati firmati e l’intero progetto di sfruttamento intensivo degli idrocarburi offshore è rimandato, almeno sino alle prossime elezioni, previste per la seconda metà di novembre.

 

Diversamente da quanto annunciato, nella sua ultima riunione prima dello scioglimento del Parlamento l’esecutivo croato non ha affrontato la questione trivelle, né avviato un nuovo round per ricevere nuove offerte dalle compagnie petrolifere per lo sfruttamento degli altri lotti disponibili.

 

Inoltre, negli ultimi mesi, alcune delle aziende che avevano avuto in concessione dieci delle ventinove aree in cui è suddiviso il piano croato hanno fatto marcia indietro. Sette di quei lotti erano stati assegnati a un consorzio che includeva la Marathon Oil e la OMV. Queste compagnie hanno rinunciato definitivamente alle aree opzionate, mancando persino di “congelare” le concessioni ottenute, che sono state quindi rimesse.

 

Si fanno inoltre sempre più insistenti le voci che vorrebbero anche la INA – una delle altre aziende interessate – in procinto di ritirarsi da questa impresa. Dei dieci lotti già assegnati, l’unico che al momento manterrebbe qualche chance di sfruttamento in futuro sarebbe quello assegnato a un consorzio formato dall’italiana ENI e dalla MedoilGas, la stessa compagnia responsabile del progetto Ombrina Mare in Abruzzo.

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“Siamo davanti a un fallimento clamoroso della strategia fossile croata, che fa venir meno lo sciocco mantra del “’se lo fanno i nostri vicini, perché non farlo anche noi?’, ripetuto in questi mesi dalle lobby petrolifere e dal governo italiano”, commenta Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia. “Il tutto avviene per giunta nei giorni in cui anche la Shell interrompe le sue attività petrolifere nell’Artico. In vista della Conferenza sul Clima di Parigi, le grandi superpotenze mostrano segnali inediti di impegno per la riduzione delle emissioni e le compagnie petrolifere arretrano. A non accorgersi della direzione in cui vanno l’industria energetica e il mondo restano solo Renzi e il suo esecutivo”.

 

Tra l’altro, come spiega Greenpeace “l’avanzata delle trivelle si regge su fragili presupposti: le compagnie petrolifere sono ‘invitate’ a estrarre nei nostri mari, a fronte del versamento di royalties tra le più basse al mondo, con la garanzia di procedimenti di analisi delle loro istanze indeboliti, di iter di approvazione ultrasemplificati e valutazioni ambientali che ignorano i rischi peggiori di questi impianti. Diversamente, le misere e qualitativamente povere riserve di petrolio e gas sotto i nostri fondali non varrebbero un piano di investimenti, né la realizzazione di infrastrutture energetiche”.

 

“La strategia energetica del governo Renzi è sbagliata e procede in direzione ottusa e contraria”, aggiunge Boraschi. “Non genera ricchezza, né occupazione, né tanto meno ridurrà la dipendenza energetica dell’Italia. Le trivelle uniscono tantissimi cittadini, movimenti, associazioni e governi locali in un secco ‘no’: è ora che, almeno per pudore della democrazia, Renzi li ascolti”.

 

E contro i piani fossili del Governo si mobilitano anche i consigli regionali che – avvalendosi per la prima volta di questa facoltà prevista dalla Costituzione – hanno votato per indire un referendum sullo Sblocca Italia e sul Decreto Sviluppo, i congegni normativi che oggi accelerano e facilitano l’avanzata delle trivelle nei nostri mari.

 

I rappresentanti dei Consigli regionali di dieci Regioni – Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise – hanno depositato infatti in Cassazione sei quesiti referendari contro le trivellazioni entro le 12 miglia e sul territorio. Capofila dell’iniziativa è la Basilicata.

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Si tratta della prima volta che dei quesiti referendari sostenuti dai Consigli regionali vengono presentati da dieci Regioni, che rappresentano il doppio del quorum richiesto.

 

I sei quesiti chiedono l’abrogazione di un articolo dello Sblocca Italia e di cinque articoli del decreto Sviluppo. Questi ultimi si riferiscono alle procedure per le trivellazioni. Su cinque articoli oggetto dei quesiti referendari presentati in Cassazione dai dieci Consigli regionali, è attesa anche la decisione della Consulta che si pronuncerà da gennaio ad aprile sulla questione trivellazioni.

 

“Chiediamo che non ci siano trivellazioni entro le 12 miglia e che siano ripristinati i poteri delle Regioni e degli enti locali mettendo inoltre i cittadini al riparo dalla limitazione del loro diritto di proprietà perché, ad esempio, un articolo dello ‘Sblocca Italia’ prevede che per 12 anni sia concesso il permesso di ricerca sui terreni privati alle società estrattrici”. È quanto sottolinea il presidente della Basilicata, Pino Lacorazza, presentando i quesiti antitrivelle in Cassazione.

 

“Nella nostra Regione, la Basilicata – ha spiegato il presidente Pino Lacorazza – abbiamo già la presenza di 70 impianti di trivellazione: non è che siamo affetti dal ‘nimby’, ossia che non vogliamo ‘sporcare il nostro giardino e spostare il problema in quello degli altri, ma crediamo che la politica energetica dell’Italia debba raccordarsi con l’Unione europea, che non può soltanto occuparsi di moneta e burocrazia”.

 

Secondo di Lacorazza, “più che fare altre trivellazioni, il nostro Paese deve limitare i consumi energetici e arrivare alla piena efficienza energetica costruendo diversamente gli edifici e ammodernando quelli già esistenti”.

 

Fonte: Greenpeace

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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