Vernacolare

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Vernacolare, agg., esprime il senso di ciò che è «relativo al vernacolo», termine questo preso in prestito dal latino vernaculus, che vuol dire domestico, paesano, propriamente diminutivo di verna, ovvero «schiavo nato in casa»: il termine è un derivato, con buona probabilità, dell’indoeuropeo *wero-, ‘porta della casa’ (1). E proprio la porta di casa è ciò che separa l’interno dall’esterno, il vernacolare dal civile, il familiare dal politico, il conviviale dall’economico. È dunque vernacolare ciò che attiene all’ambito domestico e che è fatto in casa: «cotidianis et vernaculis rebus satis facere huic populo» (accontentare un popolo come il nostro con spettacoli ordinari e fatti in casa) dicevano i latini; di conseguenza i valori vernacolari esprimono un sapere popolano e casalingo, una eruditio vernacula (2) che non ha nulla da invidiare alla lingua ritenuta «colta».

 

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Il Glossarium mediae et infimae latinitatis considera l’aggettivo vernacolare un termine tecnico, proveniente dal diritto romano, in cui compare a partire già dai documenti più antichi e sino alla codificazione compiuta da Teodosio. Linguisticamente, la voce indica lo spazio entro cui nulla può essere ridotto a merce: «Vernaculum, quidquid domi nascitur, domestici fructus; res quae alicui nata est et quam non emit» (3); vernacolare è dunque ciò che viene fatto, tessuto, coltivato, prodotto in casa, e che non è in alcun modo destinato al mercato, ma al solo uso, o scambio, conviviale domestico.

 

Negli ultimi secoli, in molte lingue moderne, il termine ha finito invece per diventare sinonimo di «dialettale». Il dialetto, d’altra parte, è la lingua che si parla in casa, è la lingua che ci costituisce originariamente come parlanti e che resiste con forza all’univocità semantica, cui tende il mercato. In relazione a ciò, rispetto alla «madrelingua» amministrata dallo Stato, la «lingua dell’uso vernacolare» appartiene a una sorta di anti-economia dell’abbondanza, tesa al dono reciproco (4).

 

La lingua del mondo industriale, la lingua cosiddetta colta, per intenderci, è lingua di privilegi, di mistificazioni, di competizione e di violenza, parlata in funzione dell’esaltazione e della piena realizzazione della razionalità tecnologico-capitalista. Ciò sta a significare che ogni avanzamento dello spazio economico implica un arretramento dell’ambito vernacolare, con la conseguente destrutturazione dei suoi valori.

 

A tal proposito, Ivan Illich – che sul vernacolare ha scritto pagine illuminanti – è molto chiaro quando sostiene che lo scopo della società industriale consiste proprio nell’annullare lo spazio vernacolare e la sua lingua, al fine di ottimizzare i gusti e i bisogni di tutti gli esseri umani. «Una società industriale non può esistere se non impone certi presupposti unisex […]. E anche il presupposto della scarsità, fondamentale in economia, è logicamente basato su questo postulato unisex. Sarebbe impossibile una concorrenza per il ‘lavoro’ tra uomini e donne, se del lavoro non fosse stata data la nuova definizione di attività che si confà a tutti gli umani, indipendentemente dal loro sesso. Il soggetto su cui si basa la teoria economica è proprio questo essere umano neutro» (5).

 

Ma è chiaro che un essere umano neutro parla anche una lingua neutra, che potremmo definire una neolingua economica e tecnocratica, con la quale non è più possibile nominare le cose riferendosi al proprio codice ambientale. Perché nel frattempo, l’orizzonte culturale di riferimento ha subito uno schiacciamento uniformante in ottica biopolitica.

 

Attraverso le parole, il potere controlla i corpi, i bisogni e le relazioni degli esseri umani, che diventano progressivamente sempre meno parlanti e sempre più parlati dalla lingua del potere: chi invece resta radicato al suo ambito vernacolare è capace di sognare i propri sogni senza prenderli in prestito da altri mondi, è in grado di spingersi in profondità, di nominare bene le cose, di distinguere ciò che ritiene buono per lui da ciò che non lo è, di vivere intensamente la propria esistenza, senza scorciatoie, conferendo piena realtà alle relazioni conviviali, alle relazioni non mercificate, che s’inverano attraverso lo scambio e l’autoproduzione di beni e servizi, che non sono merci e che non possono diventarlo in alcun modo.

 

Cfr. A. Nocentini, L’Etimologico, Le Monnier-Mondadori, Milano 2010, p. 1311 (nota relativa alla voce vernacolo).

2. Cfr. G. B. Conte – E. Pianezzolla – G. Ranucci, Dizionario della lingua latina, Le Monnier, Firenze 2004, p. 1641.

3. Il Glossarium mediae et infimae latinitatis, pubblicato inizialmente da Charles du Fresne, signore di Cange, noto ai più come Du Cange, è un glossario di latino medievale e moderno. La citazione si riferisce a:  C. du Fresne et al., Glossarium mediae et infimae latinitatis, VIII, L. Favre, Niort 1883-1887, p. 283.
4. Cfr. F. Milana, Note al testo, in Illich, Genere, cit., p. 229.
5. Illich, Genere, cit., pp. 38-40

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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