Perché le banche italiane falliscono?

Il presidente del consiglio Matteo Renzi è tornato ad esprimersi sul tema della solidità del sistema bancario italiano ribadendo che non c'è un rischio sistemico e che le banche italiane sono solide. Cosa intendeva dire e cosa possiamo aspettarci nei prossimi mesi?

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Quando il primo ministro Renzi dichiara pubblicamente che “le banche italiane sono sicure e non corrono alcun rischio di tipo sistemico” non solo sta dichiarando il vero, dando un encomiabile esempio di trasparenza, ma ci sta anche spiegando con precisione cosa accadrà nei prossimi mesi.

 

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Forse pochi avranno fatto caso ad una precedente frase pronunciata, sempre pubblicamente, da Renzi, frase con la quale dichiarava candidamente che “ci sono troppe banche nel sistema bancario italiano”. Una frase buttata là, verso la quale chi l’ha sentita non avrà messo nessun tipo di attenzione ma che al contrario ci dà un quadro piuttosto verosimile del futuro prossimo.


Quello che è simpatico è che questi personaggi non nascondono lo stato dell’arte e ce lo comunicano chiaramente, pubblicamente e in modo piuttosto preciso. Bisogna solamente soffermarsi sul significato delle dichiarazioni e leggerle nella direzione giusta. Vi do’ un suggerimento: noi non siamo di loro gradimento e il nostro benessere non è un loro obiettivo. Una volta che avrete digerito questa realtà e ne avrete trasformato il disgusto in uno strumento interpretativo delle loro dichiarazioni, potrete capire meglio la portata di certe esternazioni pubbliche.

 

Il significato delle dichiarazioni di Renzi è quindi presto scoperto.
Nel sistema bancario italiano ci sono troppe banche, troppe piccole banche che gestiscono montagne di denaro a favore di imprese locali, risparmiatori di campagna, interessi minori. Piccole banche che, come tutte, hanno buchi neri di debiti inestinguibili ma verso i quali hanno fatto temporaneamente fronte raccogliendo il risparmio privato in forma di capitale o ibrido. Il tempo di queste piccole banche, dai grandi portafogli, è finito, hanno fatto il loro dovere rastrellando ricchezza e risparmi ed ora non servono più. È venuto il tempo di poche grandi banche, magari estere.

 

Le frasi di Renzi, pronunciate in momenti diversi, significano chiaramente che non è in corso una crisi bancaria, più o meno sistemica, ma una ristrutturazione programmata di un intero settore.
Nessun rischio occorre per le banche italiane perché quello che avverrà non dipende da forze esterne ma da azioni che potranno essere contemperate e controllate adeguatamente in funzione dello scopo ultimo. Qual è lo “scopo ultimo” di tutto questo?

 

È naturale pensare che le banche che ricadranno nel giudizio “troppe” saranno le piccole e locali, quelle, per intenderci, che hanno un rapporto diretto sul territorio e che, nel tempo, hanno saputo raccogliere e mantenere la grande quantità del risparmio italiano; a favore, è plausibile, di poche grandi banche italiane ma anche estere. Fra qualche anno il sistema bancario italiano sarà molto diverso da come lo conosciamo.

 

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Perché eliminare le piccole banche? Perché, come le amministrazioni comunali, sono quelle ancora in grado di mantenere un rapporto diretto con le persone e goderne della fiducia. Perchè sono radicate. Uno degli obiettivi è stato centrato: distruggere la fiducia nel sistema bancario locale che, per inciso, “non è troppo grande per non fallire”. In effetti questo messaggio ci è arrivato forte e chiaro con il fallimento delle prime tre banche locali italiane.

 

Sappiamo benissimo che incrinare la fiducia dei cittadini in quelle istituzioni finanziarie che ancora ne godono di sufficientemente, quali le casse di risparmio o i crediti cooperativi, significa minare alle fondamenta la capacità di tutti noi di resistere ai cambiamenti che ci vogliono imporre.
Ma non solo. Questa ristrutturazione del sistema bancario è uno di quei casi che si possono definire “due piccioni con una fava”. Noi, ovviamente, siamo i piccioni.

 

Mentre c’è la corsa ad accaparrarsi a poco prezzo le piccole banche “fallite” , infliggendo un grave colpo alla capacità di affidamento dei cittadini italiani, la fava in questione è la ciliegina sulla torta: aggredire violentemente quella che è la ricchezza italiana più ambita da tutte le forze finanziarie del mondo, ovvero il nostro risparmio privato.

 

Assieme al Giappone siamo il paese più risparmiatore del mondo: le guerre, combattute per la gloria di altri sul nostro suolo e con il sacrificio delle vite dei nostri antenati, ci hanno insegnato ad accumulare perché un giorno una nuova guerra, un nuovo periodo di stenti, nuove tragedie avrebbero potuto di nuovo abbattersi su di noi. Da qui la tendenza dei nostri bisnonni e nonni a lavorare sodo per “mettere da parte”. I nostri genitori hanno acquisito, invece, la tendenza all’accumulo in periodo di crescita economica e il risultato è stato il più grande risparmio di tutto il mondo, da decenni fermo nelle, appunto, piccole banche locali.

 

Questo risparmio è stato intaccato solo in minima parte dall’attuale crisi economica: da qualche parte anche noi, ereditandolo forse geneticamente, abbiamo appreso l’arte dell’arrangiarsi e risparmiare per tempi ancora più duri. In un qualche modo ci siamo riusciti a non intaccare quel piccolo grande gruzzoletto faticosamente risparmiato dal nonno, dal papà e da noi, suscitando però l’attenzione di quel buco nero finanziario a caccia di nuova ricchezza da buttare in quella tragedia che si chiama finanziarizzazione dell’economia. Tutto quel denaro non poteva, e non può, a loro avviso, rimanere fermo nei conti correnti, nei libretti di risparmio, girare per bot o al massimo aiutare i piccoli imprenditori locali.

 

Mentre il sistema bancario viene ristrutturato, la grande ricchezza italiana viene violentemente rastrellata e sarà un grandissimo risultato ottenuto in concomitanza con l’altro grande risultato previsto: fiducia esaurita nel sistema delle banche locali italiane. Bingo! Tre piccioni, molto grossi, con una sola fava!

 

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Non è ancora tutto.

Lo so che vi è bastato tutto ciò a rovinarvi la colazione, ma non bisogna mai smettere di seguire le molliche di pane per non farsi cogliere impreparati.

 

Il nostro Governo ci ha messo di nuovo sulla strada giusta, con un suggerimento che non avrei notato se non avessi la “fortuna” di vivere in una delle zone colpite dal fallimento pilotato di una di queste banche che non erano troppo grandi per non fallire.

 

La domanda che vorrei vi poneste ora è la seguente: se il cittadino medio perde la fiducia nelle banche che, a quanto pare, “rubano i soldi”, ma non è sufficientemente interessato ai grandi sistemi bancari, dove metterà i suoi soldi? In chi altri di alternativo pone la sua fiducia finanziaria il risparmiatore locale?

 

Ecco a chi giova tutto ciò. E se pensate che questo attore del mercato è controllato dal Governo che già ha disposto l’utilizzo di questi fondi, ecco che comprenderete come si concretizza, sistemicamente e a concatenazione, l’ulteriore tassello per rastrellare il risparmio italiano.
Cercate di pensare a cosa farà la massa dei risparmiatori con quel che rimane del loro denaro e lì si consumerà il prossimo atto di questa rappresentazione.

 

Tutto questo è solo probabile, frutto di mie ponderate considerazioni, ma vedrete che fra qualche anno questo scenario sarà molto vicino a ciò che sarà accaduto. Saperlo aiuta, non come quei compaesani che credevano ciecamente alle parole “ha mai visto una banca fallire?”. Bè … adesso si. E probabilmente sono solamente le prime.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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