“Laudato Sì, trivelle No”: una guida al referendum del 17 aprile

Cosa vorrebbe dire la vittoria dei “sì” e quanto questa potrebbe incidere sulla possibilità di cambiare la politica energetica nel nostro paese? In vista del prossimo referendum popolare del 17 aprile, abbiamo intervistato il Presidente dell'associazione Cetri-Tires Angelo Consoli che insieme al Presidente della Fondazione UniVerde, Pecoraro Scanio, ha curato e pubblicato l'ebook “Laudato Sì Trivelle No – Manuale di Sopravvivenza per italiani che non vogliono morire fossili”.

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copertina-libroA pochi giorni dal referendum che consentirebbe di abrogare la legge per il prolungamento delle concessioni rilasciate per 17 piattaforme entro le 12 miglia marine fino ad esaurimento dei giacimenti di gas e petrolio, contenuta nella “legge di stabilità 2016”, che va nella direzione opposta rispetto agli impegni presi alla conferenza per il clima COP21 dello scorso anno, ho appreso con grande entusiasmo che Angelo Consoli ha curato e pubblicato insieme al Presidente della Fondazione UniVerde, Pecoraro Scanio, un ebook dal titolo molto eloquente: “Laudato sì / trivelle no”. L’ebook è in Creative Commons (licenza libera) e scaricabile gratuitamente  nelle sue due versioni: ridotta e integrale e costituisce un’ottima guida per le persone che hanno ancora le idee confuse sul referendum ed il suo importante significato politico e simbolico.

 

Angelo Consoli è Presidente dell’associazione Cetri-Tires (Circolo Europeo per la Terza Rivoluzione Industriale), nonché Direttore dell’Ufficio Europeo dell’economista, attivista e saggista americano tra i più influenti della nostra epoca, Jeremy Rifkin; tra i suoi saggi di maggior successo ricordiamo: “La civiltà dell’empatia”, “La terza rivoluzione industriale” e “La società a costo marginale zero”.

 

Il Governo ha fatto di tutto per intralciare il Referendum sulle trivelle e disincentivare l’afflusso dei cittadini alle urne, da ultimo l’annuncio ufficiale dell’astensione al voto del partito di maggioranza che lo rappresenta, il PD. Come è possibile?
Perché è un “Governo fossile”: legato a paradigmi economici del secolo scorso ed estremamente negativi per il paese. Del resto l’inchiesta sul petrolio in Basilicata  è l’ennesima dimostrazione che quando ci sono di mezzo i fossili, c’è corruzione. Qui oltre che inquinamento fisico e ambientale, si tratta di inquinamento morale e questo è un Governo fortemente inquinato da questo punto di vista. Ricordo soltanto un fatto: il Governo italiano è l’unico in Europa e direi nel mondo, che ha tassato le energie rinnovabili.

 

Nella direttiva europea, il famoso “20-20-20”, dicono di fare esattamente il contrario: bisogna tassare l’energia fossile e detassare in tutti i modi possibili l’energia rinnovabile. Il Governo italiano ha invece detassato l’energia fossile incentivandola in tutti i modi, mentre ha tassato e burocratizzato il più possibile l’energia rinnovabile. Si calcola ad esempio che in Italia per farsi autorizzare un impianto fotovoltaico di piccole dimensioni (ad es. di 20 GW che potrebbero servire una piccola impresa) ci vogliono 125 adempimenti, quando ad esempio in Germania ne bastano 2!

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L’Ing. Angelo Parisi, membro del Comitato Scientifico del Cetri, spiega qual è la vera ragione per cui è preciso interesse delle lobby del fossile prolungare le concessioni oltre il periodo di scadenza. Vuole dirci qual è?

Hanno una franchigia al di sotto della quale non pagano royalties (ovvero quote in denaro che le compagnie petrolifere versano ogni anno allo stato, alle regioni e ai comuni per lo sfruttamento delle risorse petrolifere) e quindi hanno tutto l’interesse ad estrarre a ritmi bassissimi per non sforare la franchigia, preferendo allungare i tempi delle concessioni. Tenete poi presente che le royalties in Italia sono già le più basse al mondo. Figuratevi ad esempio che Chavez in Venezuela faceva pagare il 75%, noi invece facciamo pagare il 7% di royalties e come se non bastasse, non le facciamo pagare affatto se producono meno di una certa quantità di materiale fossile.(L’articolo a cui facciamo riferimento si chiama: “Gli scrocconi del fossile” da pag 117 a pag. 120 dell’ebook, n.d.r.).

 

Cosa risponde a chi dice che le rinnovabili non sono ancora in grado di far fronte al fabbisogno energetico del paese?
Mi fanno sorridere. Dappertutto abbiamo raggiunto e superato la “grid parity”: abbiamo cioè ottenuto la convenienza economica ad installare e sfruttare fonti rinnovabili anziché fossili, con 4/5 anni di anticipo rispetto al 2020 (come indicato nella direttiva europea sopra citata n.d.r.) e quindi chi ha costruito un impero finanziario ed economico sulle fonti fossili si sente minacciato perché la sua energia ad altissimi costi marginali verrà messa in crisi e già oggi lo è dalle energie rinnovabili a bassi costi marginali. Come dice il rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), in Italia, (a dispetto degli ostacoli, n.d.r.), siamo primi al mondo per uso di energia solare (ed abbiamo una leadership storica nel campo della geotermia, n.d.r.).

 

Cosa risponde a quelli che opinano che se vincessero i “sì”, si perderebbero tanti posti di lavoro o addirittura si dovrebbe dire addio alla produzione di energia made in Italy?
La verità che non ci viene detta è che il modello fossile, ovvero quello della seconda rivoluzione industriale, è un modello ad altissima intensità di capitali e a bassa intensità di lavoro, poiché il lavoro lo fa prevalentemente la macchina, che necessita di un notevole esborso economico per essere messa in funzione.

 

L’approvvigionamento di energia da fonti fossili, è centralizzata e verticistica nonché geopoliticamente molto instabile, poiché le fonti combustibili fossili sono a disposizione solamente in pochi paesi e laddove c’è petrolio arrivano anche guerre (come abbiamo visto fin troppo bene negli ultimi anni! n.d.r.), instabilità, fame,  povertà. Non è un caso se la Basilicata, che è anche la regione italiana più ricca di petrolio d’Italia, sia anche tra le più povere, dove inoltre c’è anche il tasso di disoccupazione più elevato!  Quindi le fonti fossili non producono lavoro ma lo inibiscono.

 

Mentre per produrre lo stesso quantitativo di energia con le rinnovabili c’è bisogno di una collaborazione fra gli operatori della rete di piccole e medie imprese, tutte locali e non rilocalizzabili. Ed anche il privato cittadino non è più semplicemente un consumatore, ma diventa un “prosumer”: produttore/consumatore di energia. In Cetri-Tires abbiamo fatto un calcolo basato su delle ipotesi più pessimistiche possibili per arrivare alla conclusione che per unità di energia prodotta, le rinnovabili generano 6 volte più posti di lavoro: ci sono gli installatori, i manutentori, i sistemi di coibentazione e di efficientamento termico ed energetico degli edifici e così via, tutti ad alta intensità di lavoro. Ma se poi esaminiamo tutte le tecnologie di cui ci parla Jeremy Rifkin: l’internet dell’energia, le “smart grid”, la sensoristica, l’idrogeno etc., possiamo arrivare facilmente a 20/30 volte più posti di lavoro. Quindi stiamo tranquilli che per ogni posto di lavoro che si perde in un impianto estrattivo, ce ne saranno 15/20/30 che si creeranno nel modello energetico basato sulle fonti rinnovabili.

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Quello del 17 aprile è un referendum storico, visto che è il primo che viene indetto per volontà dei Consigli regionali. Ma quanto inciderà realmente sulla possibilità di cambiare la politica energetica nel nostro paese?

Se a questo referendum vincessero i Sì, diventerebbe politicamente insostenibile continuare queste politiche pro-fossili e la prima cosa che bisognerebbe fare, sarebbe porre una volta per tutte sull’agenda politica la legge per la transizione energetica. Quindi bisognerebbe cambiare completamente registro: decarbonizzare il più rapidamente possibile il paese; solo così questa problematica potrebbe essere posta con forza sull’agenda politica dai cittadini, dalle organizzazioni della società civile e dagli ambientalisti e sarebbe difficile ignorarla.

 

Se invece dovessero vincere i No al referendum o comunque non si raggiungesse il quorum, ci sarebbe una battuta d’arresto, o perlomeno un rallentamento nella battaglia per la decarbonizzazione del paese. Comunque più ci si sarà avvicinati al 50% + 1 degli aventi diritto al voto, più avremo la possibilità di far sentire la nostra voce per domandare la rimessa della politica energetica. Diciamo comunque che sarà tutto direttamente proporzionale al risultato ottenuto.

 

Comunque, anche se dovessimo rallentare, questo non significherebbe un’inversione di tendenza, poiché è ormai scritta ed è inarrestabile anche con tutti i bastoni tra le ruote che dovessero inventarsi questo Governo fossile e i futuri Governi fossili a venire. Non è più possibile convincere gli Italiani a tornare indietro: la rivoluzione è già cominciata e non finirà di certo qui! Infatti nonostante la burocratizzazione eccessiva, la disincentivazione anche retroattiva delle rinnovabili a favore dell’energia fossile operata dal Governo Renzi e la tassazione, gli Italiani hanno fatto molto: nel complesso siamo al 40% di elettricità prodotta da fonti rinnovabili e quasi al 20% dell’energia primaria.

 

Quindi tanto di cappello agli Italiani, che nei fatti hanno dimostrato di voler andare nella direzione opposta rispetto al Governo: speriamo sappiano dare un messaggio forte chiaro anche nel referendum di domenica!

 

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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