“Dall’Albero” a Roma: la prima formaggeria vegana d’Italia

Possiamo alimentarci in maniera sostenibile, etica e salutare, ispirandoci alla tradizione italiana, senza rinunciare al gusto? La prima formaggeria vegana italiana dice di sì, invitandoci a provare i suoi formaggi.

(Foto di Dall'Albero)

Giulia Dentice, ideatrice della prima formaggeria vegana d'Italia (Foto di Dall'Albero)

Giulia Dentice, ideatrice della prima formaggeria vegana d’Italia (Foto di Dall’Albero)

Si chiama “Dall’Albero” la prima formaggeria vegana d’Italia, nata a Roma, grazie all’intraprendenza – e un pizzico di coraggio – di Giulia Dentice, una ragazza giovane, vegana per motivi etici, che ha ideato il progetto, scaturito dalla scoperta e dallo studio di fermentazione di basi vegetali. Giulia non è una di quelle persone che si improvvisa lanciandosi nella produzione di un prodotto senza prima averlo studiato e sperimentato.

 

Dopo essersi laureata in giurisprudenza alla Queen Mary University of London, ha frequentato il “Plant-Based Nutrition” del T. Colin Campbell Centre for Nutritional Studies dell’Università di Cornell e ha partecipato a corsi e seminari di cucina crudista e vegana tenuti da diversi chef, tra i quali Vito Cortese e Simone Salvini. La passione per le tecniche di fermentazione degli alimenti nasce però all’estero, in Guatemala e Nicaragua, dove ha studiato Permacultura.

 

Tutti gli alimenti si prestano ad essere fermentati ma diciamo che in Italia non ne abbiamo una grande varietà e quantità, forse perché non sono proprio specialità tipiche della nostra gastronomia. “Dall’Albero” nasce, dunque, per colmare un vuoto nel mercato e introdurre nella nostra capitale un’evoluzione culinaria. Una passione che questa giovane artigiana vuole trasmettere, condividendo le sue scoperte, i “fromaggi” – come li chiama lei – di vario tipo, stagionati e spalmabili, ispirati dalle ricette tradizionali, ma senza uova, latte e derivati, creati semplicemente con tre ingredienti di base: anacardi, acqua e fermenti vivi. Non contenendo glutine sono adatti anche ai celiaci o agli intolleranti e sono prodotti senza l’utilizzo di conservanti, addensanti e additivi.

 

“Le nostre creazioni, senza ingredienti di origine animale, sono privi di colesterolo e lattosio. La prevalenza degli acidi grassi è di tipo monoinsaturo, come nell’olio d’oliva. Contengono tocofenolo, un composto delta della vitamina E con forti proprietà antiossidanti. Sono presenti notevoli quantità di proteine, Calcio, Zinco, Manganese e Fosforo. I fermenti vivi presenti nei fromaggi e negli Yonut (l’alternativa allo yogurt) sono benefici per la flora batterica intestinale e la salute del nostro apparato digerente” dichiarano sul sito.

 

Perché hanno scelto di creare formaggi senza latte? “Perché si può ed è meglio per tutti. Non esistono mucche “da latte”. Come qualsiasi mammifero queste femmine producono escrezione mammaria per la crescita del figlio dopo una gravidanza. Cosa implica questo? Inseminazioni artificiali, gravidanze ripetute e una vita di dolore e schiavitù. Madri vengono separate dai figli appena nati, diretti al macello, dove le madri li raggiungeranno non appena la loro “produttività” verrà a mancare”.

(Foto di Dall'Albero)

(Foto di Dall’Albero)

Sono sicura che nonostante l’impegno di Giulia, qualcuno potrebbe comunque arricciare il naso, per quanto riguarda la sostenibilità e l’eticità dei prodotti, dal momento che gli anacardi non sono a chilometro zero (i principali produttori al mondo sono Brasile, India e Nigeria), e, spesso, ingredienti provenienti da questi paesi celano abusi e assenza dei diritti dei lavoratori. Giulia avrà pensato anche a questo aspetto! Magari sta già sperimentando nuovi prodotti realizzati con ingredienti nostrani, chissà! Io andrò presto a trovarla per assaggiare i suoi formaggi vegani (sinceramente non vedo l’ora).

 

D’altronde, senza allontanarci troppo, anche in Italia abbiamo i nostri problemi di sfruttamento dei lavoratori nelle coltivazioni e nella raccolta di pomodori o arance, per esempio, come ci raccontano i fatti di cronaca, ma non mi sembra che gli italiani, soprattutto quelli che tendono a puntare il dito, si facciano così tanti scrupoli a consumarli in nome della coerenza, rinunciando ad acquistarli se di dubbia provenienza.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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