Maternità in Italia: è tempo di cambiare

In Italia il parto viene visto come un momento pericoloso e poco naturale e viene fortemente medicalizzato. L'informazione è scarsa e i costi per la sanità pubblica sono molto elevati. Ecco le proposte della Rete Sostenibilità e Salute, di cui fa parte anche Italia Che Cambia, per ricondurre la maternità a una dimensione più naturale.

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È desolante la scarsa attenzione pubblica che si rivolge alla maternità in Italia e al modo in cui avvengono le nascite nei nostri ospedali, e pochissima la consapevolezza negli operatori che le attuali scelte assistenziali possano avere  profonde ricadute negative per le donne, i genitori e i loro figli. Il modello attuale di assistenza è emanazione della società patriarcale. I ginecologi si sono appropriati della nascita e hanno avuto la presunzione, manipolando il processo, di poter rendere più efficiente e sicura la produzione di bambini senza capire che, modificando in modo violento lo scenario del generare, potevano compromettere la salute delle generazioni future.

 

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Quanto accade nelle nostre sale parto è  conseguenza anche del sentimento oggi dominante, la paura. Essa, alimentata dalla cultura del rischio, ci porta a vedere la catastrofe dietro ad ogni angolo. I  medici alla paura reagiscono  aumentando il controllo sul processo del parto e interferendo in ogni modo  coi complessi sistemi neuro-ormonali che in milioni di anni di  evoluzione  sono stati messi a punto per garantire il massimo successo  riproduttivo della nostra specie. E anche le donne oggi chiedono più esami, più controlli e accettano supinamente ogni intervento, convinte di conquistarsi così un bambino perfetto.

 

Ma non è così, tanti  interventi  hanno un prezzo che le madri e i bambini pagheranno negli anni futuri, come ci stanno mostrando tanti studi  epidemiologici, le  ricerche sulla fisiologia degli ormoni del parto, gli studi sull’importanza del microbioma  nella maturazione del sistema immunitario e quelli  di epigenetica sulle  modificazioni nell’espressione dei nostri geni che l’ambiente induce in una fase  estremamente sensibile della  vita.

 

Non corrisponde ai criteri dell’appropriatezza quanto accade  in Italia dove si osserva:

 

- Un eccesso di tagli cesarei, il 36 % dei parti, il più alto in Europa
- Un’eccessiva percentuale di parti indotti
- Il monitoraggio cardiotocografico continuo  applicato di routine
- Il ricorso elevato all’infusione con ossitocina (44-75% nelle nullipare, 25-40% nelle pluripare)
- L’ uso di posizioni obbligate per partorire, di solito la posizione litotomica
- L’episiotomia senza necessità (42% delle donne)
- Il taglio precoce del cordone ombelicale
- La separazione del neonato dalla madre dopo il parto

 

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È molto difficile riconoscere che proprio partorire  in ospedale oggi  è un fattore di rischio: rischio di interventi dannosi praticati senza necessità, rischio per le donne di essere espropriate dal diritto di vivere una esperienza ricca e di crescita, rischio di iniziare con difficoltà la prima relazione col proprio figlio appena nato,  maggior vulnerabilità  rispetto a patologie che possono comparire successivamente.

 

Proporre anche in Italia, come avviene in altri paesi, l’organizzazione di servizi pubblici in tutto il territorio per il parto a domicilio, in Centri nascita accanto agli Ospedali o in Case Maternità, con l’assistenza delle ostetriche, non deve essere più un tabù. Non è giustificabile l’ignoranza della quasi totalità della classe medica che continua a proclamare insostenibile il  rischio del parto extraospedaliero, e a criminalizzare questa scelta da parte delle donne. Ormai la letteratura disponibile sul tema è abbondante e di qualità, e consiglia di  offrire alle donne la scelta del luogo del parto.

 

Nel Regno Unito le linee guida del 2014 raccomandano fra i punti prioritari da implementare che tutte  le donne devono essere informate, se la gravidanza è normale, che:

 

1)    se hanno già partorito, quando il parto avviene a domicilio , in Case Maternità , di fronte a uguali outcome rispetto ai parti ospedalieri,  si osservano  meno interventi  e più soddisfazione delle donne.
2)    se sono al primo figlio, vi è un leggero aumento di esiti avversi neonatali  se partoriscono a domicilio, ma una netta riduzione per la madre di  avere  interventi come l’episiotomia , il taglio cesareo, parti operativi, l’epidurale. Se scelgono il parto in casa vanno comunque sostenute in questa scelta.

 

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È necessario un cambiamento culturale che  deve coinvolgere tutta la società e  deve investire il modo con cui vengono formati i professionisti che lavorano attorno alla nascita, perchè ogni gesto, ogni parola, ogni pratica  di chi assiste deve essere  indirizzato a mantenere al centro la donna e a proteggere la fisiologia di un processo molto delicato.

 

Ogni donna ha una storia diversa; ci vuole ascolto, pazienza, bisogna avere fiducia in lei e trasmetterle fiducia. Vi è invece una evidente sfiducia da parte dei ginecologi nella sua capacità di partorire senza qualche tipo di “aiuto“ e una diffusa indifferenza clinica allo stato emotivo della partoriente. Certo non basta la diffusione delle conoscenze evidence-based in ostetricia per migliorare l’assistenza in Italia, dove il parto indisturbato è diventato quasi una rarità. La concentrazione dei parti in strutture sempre più grandi rende difficile un’assistenza attenta ai bisogni delle donne e dei bambini, soprattutto per la rigidità dei protocolli e per l’atmosfera di tensione che si respira.

 

Oltre a investire di più in una diversa formazione del personale sanitario, bisogna pensare a un modello diverso per il percorso nascita e nel farlo dobbiamo  volgere lo sguardo a quanto accade in altri paesi  che hanno cercato di  risolvere il  problema dell’eccesso di medicalizzazione. E bisogna permettere alle donne di scegliere e che ognuna possa trovare la sua strada su come, dove e con chi partorire.

 

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Non va dimenticato inoltre che incrementando il parto extraospedaliero vi sarebbe un notevole risparmio nella spesa sanitaria. Le ostetriche, con un’adeguata formazione a lavorare in autonomia, sono le figure più adatte a seguire con continuità le donne con una  gravidanza  fisiologica nelle strutture consultoriali, come si afferma nelle linee guida sulla gravidanza fisiologica prodotte dall’Istituto Superiore di Sanità. La continuità dell’assistenza in gravidanza è fondamentale e le donne oggi per ottenerla sono costrette a rivolgersi ai ginecologi privati.

 

Per questo noi proponiamo che:

 

•    in tutto il territorio nazionale i servizi consultoriali e ospedalieri prevedano che la gravidanza fisiologica possa essere seguita  con continuità dalle ostetriche.
•    in ogni Punto Nascita ospedaliero siano presenti dei percorsi per la fisiologia  con l’assistenza delle ostetriche.
•    In ogni Punto Nascita sia previsto un numero di ostetriche sufficiente a garantire un’assistenza individualizzata one-to-one.
•    venga proposta dal Governo una Legge che preveda la creazione in ogni Regione di servizi pubblici che offrano il parto in Centri nascita all’interno o accanto all’Ospedale, in Case Maternità o a domicilio.
•    in tutto il nostro paese, e non solo in alcune Regioni, si preveda un rimborso per le spese sostenute per il parto a domicilio o in Casa Maternità  se effettuati con professioniste private.
•    non vengano chiusi i Punti Nascita valutando solo il numero dei parti, ma la qualità del servizio offerto oltre che le condizioni territoriali.
•    invece di essere chiusi, ove possibile, alcuni Punti nascita vengano trasformati in Centri Nascita gestiti in autonomia dalle ostetriche, come avviene in altri paesi.
•    la formazione delle ostetriche debba offrire maggiori strumenti per lavorare in autonomia, e  la formazione dei medici sia  volta  alla conoscenza e alla promozione della fisiologia, oltre che alla gestione della patologia.

 

Rete Sostenibilità e Salute

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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