Migranti, benvenuti a Riace: dove l’utopia è normalità

Restituire dignità ai migranti e rivalutare, allo stesso tempo, i borghi abbandonati. È stato definito “modello Riace”, il sistema di accoglienza e integrazione messo in atto in un paese della Calabria grazie al sindaco Mimmo Lucano che da oltre dieci anni promuove la cultura dell'ospitalità.

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“Utopia della normalità”. Così Domenico Lucano, sindaco di Riace, ama definire la straordinaria esperienza di accoglienza che ha realizzato nel Comune che amministra da tre mandati. Solo recentemente è balzato agli onori della cronaca, quando il “Fortune” lo ha inserito nella lista dei 50 uomini più influenti al mondo, ma è da più di dieci anni che Mimmo Lucano ha avviato il progetto di accoglienza per la rivalutazione dei borghi abbandonati.

 

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Il sindaco racconta come il 1998 sia stato un anno di svolta per lui. A Riace ci fu uno sbarco di migranti, in quella stessa terra che aveva sempre visto partire i suoi abitanti e che – a poco a poco – si stava spopolando come tutto il resto della Calabria.

 

Forte degli anni di attivismo politico e sociale, insieme ad un gruppo di amici, ha fondato l’associazione “Città Futura”. A partire dal 2000 Riace si è attivata sui progetti legati al Sistema Protezione Richiedenti Asilo Rifugiati del Ministero degli Interni, guidata da una prospettiva di solidarietà e rinascita del paese. Dopo aver ristrutturato e rimesso a nuovo le abitazioni, una parte di esse viene destinata al “turismo solidale”, un’altra viene messa a disposizione per ospitare i rifugiati. Così il “sistema” di accoglienza ha riacquistato umanità, restituendo dignità alle persone e spogliandosi delle connotazioni politiche e burocratiche assunte negli ultimi decenni.

 

 

Oltre all’assistenza giuridica e sanitaria i migranti ricevono beni di primissima necessità ma, per fare sì che il denaro non venga disperso ma rimanga all’interno della comunità del paese, non vengono consegnati ai migranti soldi in contanti ma buoni spendibili solo nel paese che li ospita. In questo modo, anche l’economia locale ne giova e – lentamente – anche qui sta ricominciando a girare.

 

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Il “modello Riace” è andato oltre la prima assistenza e sebbene sia un luogo di passaggio che la maggior parte dei migranti ospitati decide di abbandonare per raggiungere il Nord Europa o le altre mete obiettivo del proprio viaggio, alcuni decidono di restare. A Riace sono stati attivati dei programmi di inserimento lavorativo grazie all’insegnamento dei mestieri. Oggi nel centro del paese sono attivi quattro laboratori artigianali: legno, ceramica, vetro, ricamo e sta per aprire una bottega dedicata alla lavorazione del cioccolato.

 

 

Grazie alla politica di accoglienza adottata dal sindaco Lucano, oggi Riace è un borgo di 1800 anime, i migranti censiti sono 400 e si contano oltre 20 diverse nazionalità. Fino alla fine degli anni novanta questo Comune era in una fase di lento declino a causa del flusso migratorio della popolazione locale in cerca di opportunità verso il nord del paese o nelle grandi città. Nella parte storica del borgo il numero di abitanti era circa dimezzato, scendendo da 3000 a 1650. Solo nei mesi estivi conosceva un parziale ripopolamento ma dopo la festa patronale dell’ultima settimana di settembre, in paese si diceva che “dopu e da festa, mancu i muschi” (dopo la festa, non si vedono neanche le mosche).

 

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Lo spopolamento dei piccoli borghi, è un fenomeno sempre più diffuso in Italia e nel 2007 sono stati censiti ben 2831 paesi a rischio. Ma il modello proposto dal sindaco di Riace funziona davvero, è facilmente esportabile ed economicamente sostenibile. Pochi giorni fa il presidente della regione Mario Oliverio ha fatto sapere che la Calabria è pronta a mettere in campo un progetto di accoglienza come quello di Riace negli altri comuni della regione disposti a farlo. L’utopia della normalità è pronta per essere emulata.

 

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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