Gruppo Acquisto Terreni: ecco come si realizza un sogno impossibile!

Ottenere un casale agricolo è possibile, pur non avendo soldi in partenza, con un Gruppo Acquisto Terreni. Lo dimostra la storia del GAT di Scansano di cui torniamo ad occuparci proponendovi la seconda parte dell'intervista che abbiamo realizzato qualche mese fa con Emanuele Carissimi.

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La scorsa settimana abbiamo pubblicato la storia del GAT di Scansano. È da sempre una delle nostre storie più forti e non siamo quindi rimasti stupiti quando abbiamo visto che questo articolo è stato letto e condiviso da migliaia di persone.

 

Cosa colpisce così tanto la nostra fantasia? Il ritorno alla campagna? Il fatto che si possa ottenere un casale con decine di ettari di terra senza sborsare quasi un euro? La capacità di sognare l’impossibile che spinge alcuni ragazzi ad imbarcarsi in un’impresa apparentemente impossibile e ci da speranza per “quel sogno” che sempre coltiviamo ma che non abbiamo mai avuto il coraggio di realizzare?
Non lo so. Forse un po’ di tutto questo e molto altro. Chissà.

 

In ogni caso, come promesso, torniamo oggi ad occuparci di GAT e lo facciamo proponendovi la seconda parte dell’intervista che abbiamo realizzato qualche mese fa con Emanuele Carissimi.

 

Partiamo dalla fine. Emanuele mi ha chiamato dopo la pubblicazione del nostro articolo dicendomi che una marea di persone lo avevano contattato. Ci ringraziava e sottolineava che ora i ragazzi di Scansano sono alla ricerca di nuovi soci che vogliano investire nel progetto. Negli anni, infatti, alcuni sono usciti, altri hanno investito su altri GAT e ora è il momento di far crescere ulteriormente il sogno! Se qualcuno di voi fosse interessato ad investire su questa idea, quindi, può contattare subito Emanuele

 

Ma torniamo all’intervista.

 

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Emanuele, alcune persone mi chiedono cosa accade se i soci lavoratori, una volta ottenuto il casale, passano tutto il tempo a “poltrire”!
Se gli abitanti del casale non fanno il loro lavoro o lo fanno male possono essere sostituiti o gli può essere tolto l’usufrutto della società. Ma è difficile che accada. Una volta ottenuto il capitale, infatti, è improbabile che chi si è impegnato così tanto, non si dedichi poi al cento per cento al progetto!

 

Anche nel nostro caso, siamo sottoposti alla decisione della società per evitare di essere dominanti. Abbiamo sempre cercato di avere la totalità dei consensi, si cerca sempre di mediare per avere la massima soddisfazione possibile. È anche per questo che si possono cambiare le cose, nessuno deve poter imporre.
Io sono il presidente della società come funzione e posso prendere decisioni autonome solo per le decisioni ordinarie della azienda, tutto quello che esula dal business plan iniziale o dall’accordo tra i soci deve essere valutato dall’assemblea.
Ci troviamo una volta l’anno. I soci sono sparsi per tutto il Paese ed è difficile fare più incontri. Ci possono, però, essere assemblee straordinarie se ci sono emergenze.

 

Come si crea un GAT?
Prima di tutto bisogna avere un terreno di riferimento e un progetto da applicare a quel terreno. Poi vanno fatte le valutazioni di fattibilità di gestione. Il progetto GAT, perché funzioni, deve avere un immobile o dei terreni che coprano almeno il 60-70% del capitale richiesto: questo garantisce la copertura del finanziamento. Ci sono spese fisse, che vanno fatte a prescindere dalla grandezza dell’azienda e che in verità non danno ritorno economico, che richiedono tempo per essere assorbite. Se il terreno ha un valore alto, la perdita causata da queste spese è minima. Ecco perché, in genere, il valore di un GAT che funzioni va dal milione di euro in su.

 

Con il capitale iniziale abbiamo coperto le spese preventivabili: ristrutturazione del casale, macchinari, tre anni di stipendi garantiti per la start up e i soldi per le modifiche: recinti, piante, frutta e quello che serviva per partire. In questo caso 1 milione e 500 mila euro, diviso in 100 quote da 11.500 euro. Le abbiamo vendute tutte entro un anno.
Dal quarto anno l’obiettivo era che l’azienda si automantenesse; il nostro obiettivo iniziale era creare un’alternativa al sistema di coltivazione e commercializzazione e per essere tale doveva essere funzionale. Ci siamo dati tre/quattro anni di start up con l’obiettivo di raggiungere l’autosufficienza economica, energetica e alimentare.
Abbiamo purtroppo “sgarrato” di un anno, ma ora dovremmo avere i primi utili!

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Secondo te, come mai i soci hanno deciso di investire su questo progetto?
È difficile capire cosa li abbia spinti: all’inizio credo fosse solo l’idea! Considera che quando abbiamo raccolto le prime settanta quote non c’era niente da mostrare, solo la mia faccia e un progetto, un sogno. In Italia esisteva una sola esperienza GAT, niente di strutturale. Piaceva l’idea quindi. Poi abbiamo capito che a molti piaceva l’idea di mettersi insieme e fare insieme qualcosa per cambiare. Mi ha sollevato vedere che ci sono tante persone mosse da questa mentalità; persone che magari non sanno come fare qualcosa e hanno bisogno di qualcuno che lo ha già fatto le glielo metta a disposizione.

 

Per la maggior parte dei nostri soci l’aspetto economico non è quello determinante; quello che conta è che ci sia l’impegno nel realizzare qualcosa di importante. Ovviamente, non vogliono buttare via i loro soldi e sono attenti a dove li investono. Volevano una motivazione nel fare un passo di questo genere, e noi gliel’abbiamo data.

 

Come avete trovato i primi soci?
All’inizio ci siamo dovuti inventare di tutto, non c’era un metodo, abbiamo fatto vari tentativi. Siamo partiti dagli amici e dai parenti; poi abbiamo iniziato a fare divulgazione, incontri.
L’interesse c’è ed è tanto, ma le persone non sanno chi siamo e chi c’è. Se si insiste e si fa divulgazione, qualche giornalista ti contatta, la novità piace sempre. Alla fine è arrivata persino la televisione, con, Riccardo Iacona.
La trasmissione di Iacona è andato in onda nel 2012. Quando la mattina alle 6 ho aperto il computer c’erano centoventi richieste per diventare soci. In una settimana le richieste erano ottocentocinquanta.
Avevamo un potenziale di dieci milioni di euro. Impressionante.
Per esperienza i soldi ci sono, sono più di quanti ne abbiamo bisogno. La questione è far sapere alla gente che esistiamo.

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Quali le vostre più grandi difficoltà?

Appena entrati nel casale, il nostro tecnico ha aperto le pratiche per la ristrutturazione. Lì sono cominciate le prime problematiche perché non risultava tutto come doveva essere. Abbiamo perso tempo a capire cosa dovevamo e cosa potevamo fare, la burocrazia non aiuta. Hanno allungato le tempistiche, e hanno snaturato il progetto così com’era all’inizio: volevamo fare un agriturismo, e abbiamo dovuto aspettare cinque anni. La struttura ora è pronta ma con un ritardo che ha comportato anche dei costi. Abbiamo dovuto abbattere una porzione di casale. Il vantaggio è stato che pur dovendo aumentare i costi, abbiamo potuto lavorare sul nuovo. Tutta la struttura nuova è fatta con materiale naturale, legno ad alta coibentazione. La parte centrale è antica e ma tutto il resto è nuovo.

 

Da un punto di vista energetico siamo autonomi, e pur avendo la legna abbiamo fatto in modo di consumarne il meno possibile. Spesso non dobbiamo accendere il camino perché è troppo caldo e d’estate si sta benissimo senza condizionatore.
C’è voluto più tempo e soldi del voluto ma la soddisfazione è tanta.
Abbiamo cercato di abbassare le spese il più possibile per la ristrutturazione. Tutto quello che potevamo fare da soli lo abbiamo fatto.
Abbiamo usato molto internet, e preso cose a prezzi decisamente più bassi. Alla fine abbiamo speso meno di 1000 euro a metro quadro.

 

Chi te lo ha fatto fare? Ovvero, come ci sei finito a fare un GAT?
Pur essendo perito agrario e laureato in scienze naturali, avevo fatto del mio hobby la mia professione: ero un consulente informatico, ai tempi in cui ancora conveniva!
Il lavoro mi dava il denaro per portare avanti i miei progetti. Ma dopo un po’ le strade erano sempre le stesse, e i posti sempre uguali ed io ero sempre seduto in macchina o su un treno… ero sempre in giro. Non era quello che volevo fare.
Dopo un po’ le soddisfazioni economiche non compensavano più la mancanza di altro. L’agricoltura, invece, mi dà sempre soddisfazione. Alla fatica fisica mi sono abituato dopo due o tre mesi. Ma lo stress è infinitamente minore rispetto a quello della mia vita precedente!

 

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È stato difficile compiere il salto dalla città alla campagna?
Io reputo semplice vivere in campagna. Più difficile è entrare nell’ottica di vivere in campagna. Noi abbiamo fatto un progetto che comporta l’essere in contatto con la natura, quindi bisogna dimenticare tante cose imparate in città. Noi abbiamo internet e tutti i comfort, ma l’approccio alla vita deve comunque essere diverso. Siamo isolati, devi imparare a fare tutto.

 

Abbiamo visto che tante persone hanno un’immagine idilliaca e bucolica della campagna e poi si scontrano con la realtà del tanto lavoro, tanta fatica. Fatica che secondo me è relativa per chi non la prende come un lavoro.
La parte più difficile da accettare, è la continua variabile dovuta al clima che ti costringe costantemente a riprogrammare tutto il lavoro,a doverti adattare a quanto succede. Per fortuna ho incontrato la permacultura che mi ha guidato e mi permette di progettare costantemente in modo sostenibile e meno energivoro possibile (sia per me che per l’ambiente).

 

Chiusi in casa in città non siamo abituati a adattarci. In campagna devi stare attento a tutto. Sono convinto che i giovani possono fare la differenza. La campagna è una cosa per giovani, non per vecchi.
Alcuni giovani sono abituati a lavorare, altri no. Quando sei in campagna è difficile avere rapporti sociali di un certo tipo. E per i più giovani questo è un problema. Ecco perché molti dopo un mese si stancano e se ne vanno, la convivenza non è sempre facile in un posto come questo.
Noi siamo comunque sempre alla ricerca di qualcuno che voglia venire qua con noi, ma abbiamo cambiato le regole: ci vuole un periodo di prova. Vi aspettiamo!

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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