Gli artigiani digitali stanno cambiando l’economia

Gli artigiani digitali stanno già cambiando l’economia e il mondo del lavoro dal basso, con una rivoluzione silenziosa che va incoraggiata e supportata. È quanto afferma il “Manifesto Makers”, un insieme di proposte per incentivare l'auto-imprenditorialità e favorire l'artigianato digitale come prospettiva di occupazione per i giovani.

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L’artigianato sta diventando sempre più attraente ed appetibile per le nuove generazioni ed offre loro grandi opportunità occupazionali, soprattutto se è integrato dalle nuove tecnologie. Anche Italia Lavoro (S.p.A. interamente partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che si occupa di politiche del lavoro e occupazione, n.d.a.) ha analizzato il binomio vincente artigianato-nuove tecnologie ed ha elaborato il “Manifesto Makers”, un insieme di indicazioni e proposte per favorire l’auto-imprenditorialità e promuovere l’artigianato digitale come prospettiva di occupazione giovanile.

 

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Il Manifesto Makers afferma che “gli artigiani digitali stanno già cambiando l’economia e il mondo del lavoro dal basso, con una rivoluzione silenziosa che va incoraggiata e supportata. Nonostante il lungo momento di crisi, (i makers) sono i protagonisti di un ecosistema innovativo capace di creare valore e nuove forme di occupazione. La condivisione di competenze e attrezzature contribuisce a recuperare la manualità che ha reso grande il Made in Italy e genera innovazione, lavoro e sviluppo con importanti ricadute sociali”. Ma a chi sono, esattamente, questi “artigiani digitali”? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Granelli (presidente dell’Associazione Archivio Storico Olivetti, esperto di makers e co-autore di recenti studi sul comparto artigianale italiano) autore del libro “Artigiani del digitale”.

 

Quali sono le differenze tra artigiano “tradizionale” e artigiano “digitale”?
“Il ‘digital maker’ di cui tanto si parla non è altro che un programmatore informatico: uno sviluppatore di algoritmi, codici sorgente, software, app. In apparenza, non c’è niente di più lontano dall’immagine dell’artigiano intento a “sporcarsi le mani”, ma in realtà i concetti di “artigianato” e di “digitale” sono molto più vicini di quanto pensiamo. Il “metodo informatico” – cioè creare software, app, interfacce digitali, modelli 3D – non è affatto un processo industriale, ma è profondamente artigianale perché non può essere in alcun modo standardizzato né automatizzato e perché richiede un’elevata personalizzazione.

 

Come i manufatti artigiani, le soluzioni digitali create dal maker per un’impresa non possono avere metodi/comportamenti standard perché toglierebbero unicità, diversità e competitività di quell’impresa. Le soluzioni digitali richiedono il continuo adattamento della “cassetta degli attrezzi informatici” a contesti sempre nuovi, specifici e unici. Un’altra importante analogia tra cultura artigiana e informatica”, continua Granelli, “è il concetto di riparazione/manutenzione. Produrre e manutenere/riparare un oggetto o un software sono la stessa cosa e solo chi li gestisce entrambi ha una visione che va oltre le singole componenti e che coglie la finalità complessiva dell’oggetto o del software: è solo riparando le cose che si capisce davvero come funzionano.

 

 

“Wood”, la stampante 3D in legno “proudly made in Sardinia” realizzata dagli &Makers

“Wood”, la stampante 3D in legno “proudly made in Sardinia” realizzata dagli &Makers

Qual è il rapporto tra artigianato e nuove tecnologie e perché sono considerate così importanti?
Il punto non è più “se” l’artigiano dev’essere digitale, ma “come” dev’esserlo, in che forma, in che modi. L’utilizzo delle nuove tecnologie nel settore artigianale è imprescindibile perché ormai il digitale ha cambiato il mondo e la nostra vita quotidiana, che lo vogliamo o no. Oggi”, spiega Granelli, “possiamo dire che tutte le imprese, in linea generale, devono utilizzare le nuove tecnologie almeno per ottimizzare i costi, raccontarsi/proporsi al meglio e arrivare a mercati e clienti impossibili da raggiungere fino a pochi anni fa (le economie di rete e il social networking ne sono un esempio). Dopodiché, ogni artigiano deve selezionare e utilizzare solo le tecnologie digitali più adatte ai suoi manufatti e al suo settore merceologico.

 

L’esplosione delle tecnologie digitali, l’open source, la standardizzazione delle interfacce, i routine software riutilizzabili e i modelli 3D di oggetti stampabili permettono all’artigiano di avere tra le mani una formidabile “materia prima digitale”, fatta di prestazioni elevate a costi contenuti, che può essere ri-adattata alle sue specifiche esigenze. Per il settore industriale il digitale significa mera automazione dei processi produttivi (cioè avere i robot al posto dei dipendenti) mentre per l’artigiano significa migliorare il prodotto, fare le cose sempre meglio. L’artigiano italiano ha sempre fatto innovazione (ad esempio creandosi da solo gli utensili e i macchinari, sperimentando nuove tecniche e nuovi materiali) ed è per questo le nostre aziende fanno prodotti straordinari e l’Italia rimane un Paese dalla forte creatività. Ma il digitale dà una marcia in più all’economia italiana, a patto che le nostre piccole e medie imprese sappiano rinnovarsi, riorganizzare le risorse e, soprattutto, saper lavorare in rete. Nel terzo millennio è questa la vera sfida dell’artigianato.

 

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In Italia l’artigianato tende ad essere visto come percorso “alternativo” allo studio: lei è d’accordo?
Come dicevo prima, artigianato e informatica non sono concetti contrapposti. Dal un lato il maker, il programmatore deve possedere una grande manualità, ad esempio per scrivere sulla tastiera numerose e complesse stringhe di codice. Dall’altro, l’artigiano deve svolgere attività di astrazione (elaborare e progettare a lungo prima di passare alla lavorazione manuale), deve saper comunicare (cioè raccontare i suoi prodotti e la sua storia, fare storytelling) e, come ogni altra professione, deve studiare e aggiornarsi continuamente. Contrapporre “teoria” e “pratica”, “studio” e “lavoro” non è corretto: perfino la parola “manager” (professione che non fa lavori manuali in senso stretto) deriva dal latino “manu agere”, cioè guidare, condurre con la mano.

 

Per quanto riguarda i giovani, sono convinto che la cultura artigiana e i ragazzi siano molto vicini: se chiediamo loro qual è il lavoro ideale, questo è molto simile ad un mestiere artigianale. Il loro sogno è fare un lavoro che piace e che sia creativo, innovativo. Possiamo dire che essere artigiani oggi significa abbracciare un certa filosofia di vita: è fare qualcosa che si ama, è mettere passione e cura in ciò che si fa (la cosiddetta maestria, la craftsmanship artigiana), è innovare e condividere conoscenze ed esperienze attraverso gli open data, le comunità virtuali, gli spazi di co-working. Credo, inoltre, che il rapporto tra artigianato e territorio italiano sia fondamentale e che l’artigianato offra grandi opportunità ai nostri giovani in questo senso. Le nostre radici, la nostra cultura, il nostro patrimonio di conoscenze”, conclude Granelli, “ci alimentano e, in caso di maltempo, ci impediscono di essere spazzati via. Per questo oggi è fondamentale – anche nell’artigianato – essere “glocal”, cioè avere una forte identità e, al tempo stesso, possedere un’apertura totale al mondo.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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