Brexit? Ma no, stavamo scherzando…

Perché gli inglesi hanno votato per la separazione dall'Unione europea? A cosa miravano i politici che hanno promosso il referendum? Qual è la situazione in Inghilterra dopo la Brexit? Per provare a rispondere a queste domande è opportuno considerare alcuni fatti peculiari della Gran Bretagna.

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Dopo il risultato di Brexit fiumi di inchiostro sono stati versati sulle sue possibili ragioni conseguenze. Molti hanno descritto il risultato del referendum come il trionfo dell’ignoranza delle classi meno educate, e altrettanti hanno criticato questa spiegazione come semplicistica e un po’ snob.

 

Il funzionamento della Comunità Europea è criticabile, e molto si potrebbe fare per migliorarla, ma gli argomenti usati nella campagna per la separazione dall’EU hanno semplicemente fatto leva sulla paura e l’ignoranza del pubblico e fatto una propaganda basata su dati incorretti, menzogne palesi (e facilmente verificabili) e i più primitivi istinti xenofobi, qualunquisti e ingenui.

 

La percentuale di persone che hanno votato per Leave con coscienza di causa e la speranza di ottenere dei vantaggi per la nazione è minima, un’altra parte di persone che hanno votato coscientemente per Leave sono gli speculatori che hanno fatto i conti con le possibili conseguenze e scommesso sulla possibilità di guadagnare in vari modi spostando capitali e investimenti.

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La forbice e l’educazione
Come questo sia possibile in una nazione apparentemente moderna ed evoluta richiede la conoscenza di alcuni fatti peculiari di quel paese, per molti versi ancora profondamente feudale. La tanto discussa forbice che si sta allargando in tutti i paesi occidentali in GB è sempre stata molto ampia, la differenza tra ricchi e poveri è profonda e rispecchiata anche nel livello culturale. I due successivi governi Blair hannno ottenuto quello che la Tatcher avrebbe sognato ma non riuscì a completare.

 

Oltre all’aver trascinato (sulla base di false informazioni) la nazione e il resto del mondo nella guerra in Iraq, causando la reazione a catena della quale tutto il mondo sta pagando le conseguenze, i governi Blair sono riusciti, tramite privatizzazioni selvagge, a demolire servizi pubblici che erano stati per anni esemplari, dai trasporti pubblici alle telecomunicazioni, dal servizio sanitario nazionale al sistema di istruzione pubblica. Quest’ultima in particolare era da sempre divisa nettamente tra istruzione statale gratuita, modesta ma dignitosa, ed istruzione elitaria privata.

 

Con questo sistema la Gran Bretagna è riuscita nel tempo a conservare una chiara e inattaccabile segregazione tra le classi. Nell’era Blair ci furono cambiamenti che penalizzarono ancor più le scuole statali, e in particolare quelle nelle aree più povere, dando più fondi a quelle che ottenevano risultati migliori, che erano naturalmente quelle in zone più abbienti e con minore presenza di allievi di famiglie povere, immigrate, disastrate.

 

Il meccanismo innescato risultò in un progressivo impoverimento delle scuole che avrebbero avuto più bisogno di investimenti, e viceversa. La cosa ebbe diversi effetti collaterali, come quello di gonfiare a dismisura il valore delle case in aree vicine alle poche scuole statali ancora di qualità, causando una distorsione sociale profonda basata anche sulla concentrazione delle famiglie agiate in certe zone più costose. Allo stesso tempo l’istruzione privata ha ricevuto sempre più finanziamenti da investitori che ne fanno un impresa commerciale molto lucrativa e dalle rette esorbitanti. La retta annuale di una scuola privata, anche non prestigiosa, è superiore allo stipendio medio annuale di un lavoratore di base o un operaio, definendo quindi fin dall’inizio chi apparterrà al “club privato” di chi conta tramite non solo la preparazione accademica ma le relazioni che si stabiliscono nel corso dell’educazione e che preparano il percorso per la carriera adulta. Il risultato secondario di questa politica elitaria è quello di ritrovarsi con una larga fetta della popolazione pressochè analfabeta e facillmente manipolabile dalla propaganda dei media.

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La Gran Bretagna se la cava bene su molti fronti rispetto ad altri paesi europei, e in particolare ha uno dei mercati del lavoro più flessibili e dinamici, ma allo stesso tempo è al terzo posto tra i paesi ricchi come numero di giovani semi analfabeti e i NEETS (giovani non in istruzione, impiego o formazione) sono i più analfabeti e ananumerici del mondo sviluppato.

 

Un fattore che ha contribuito nel tempo a questa situazione è frutto di una scelta che voleva essere anti discriminatoria. Vista l’alta percentuale di bambini che non sono di madrelingua inglese anni fa si iniziò a sostituire le prove scritte con domande e risposte a scelta multipla, così da dare a tutti possibilità più eque di successo. Purtroppo la cosa ha finito per rimpiazzare quasi completamente l’uso articolato della lingua, con la conseguenza di avere un’alta percentuale di popolazione con una padronanza della lingua a dir poco primitiva, con tutto ciò che ne consegue sul piano intellettuale e cognitivo.

 

Realtà, percezione e propaganda
Se è vero che ci sarebbero stati molti punti validi per supportare l’ipotesi di una fuoriuscita della GB dall’EU questi non sono stati usati nella campagna Leave, perchè non sarebbero stati capiti. Molto più facile giocare sull’ignoranza di quella larga parte di cittadini incapaci di distinguere tra finzione e realtà, ai quali basta sventolare una bandiera e delle spiegazioni semplicistiche per conquistarne l’incondizionato supporto.

 

Nella settimana precedente il referendum Google ha segnalato una crescita fenomenale di domande come: “dov’è l’Europa” “cos’è l’Europa” “Quali nazioni sono in Europa” “Cos’è la Comunità Europea” e così via. Queste domande possono sembrare inverosimili, ma chiunque abbia vissuto in Inghilterra (o negli USA) sa che la geografia (come la storia, la grammatica e la letteratura) sono soggetti alieni alla media della popolazione e quasi assenti dall’insegnamento nelle scuole pubbliche. La ragione non è accidentale: una popolazione che sia specializzata in porzioni limitate e specifiche della conoscenza ma ignorante sulla storia, geografia, letteratura e linguaggio è una popolazione altamente produttiva, professionalmente affidabile per i compiti limitati che gli si affida, facilmente controllabile e propensa a non esprimere opinioni personali.

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Un bluff andato storto

A giudicare dal dopo-referendum, dalle interviste con i vari politici, i dibattiti al parlamento inglese, le interviste sui media, le defezioni da tutti i partiti che si stanno sfaldando, i politici che hanno spinto per la separazione dall’Europa non intendevano vincere ed erano convinti che non avrebbero vinto. Chi ha fatto più rumore e propaganda per la separazione aveva due intenti primari, uno di politica interna e uno internazionale. Il presentarsi come paladini della patria, contro l’invasione di immigranti (in realtà la Gran Bretagna è uno dei paesi europei che ha accolto il numero minore di immigranti e rifugiati contrariamente alla percezione dell’opinione pubblica), contro la perdita di autodeterminazione dovuta allo strapotere burocratico dell’EU ha portato la popolarità di questi personaggi al vertice delle preferenze di quella larga percentuale della popolazione che non ha gli strumenti intellettuali per decifrare la realtà. In vista delle prossime elezioni questa era una garanzia per poter raggiungere un quorum di voti sufficiente a impadronirsi del potere arginando l’avanzata del nuovo Labour sotto la guida di Corbyn.

 

Il secondo scopo da raggiungere era di spaventare la comunità europea al punto da far accettare una serie di condizioni privilegiate per la Gran Bretagna. Una delle tante conferme di questa ipotesi è che nel panorama politico GB nessuno ha preparato un piano per cosa fare se Leave avesse vinto, ed ora che è accaduto tutti i fautori della separazione stanno abbandonando la nave, lasciando un panorama politico deserto. Va considerato che all’interno della EU la Gran Bretagna già aveva una situazione privilegiata, godendo della maggioranza dei benefici dell’appartenenza ma avendo negoziato una vasta gamma di eccezioni, esenzioni e privilegi, altra cosa largamente ignorata dal pubblico. Paradossalmente le aree geografiche dove il voto per la separazione è stato più schiacciante sono quelle più povere e che ricevono i finanziamenti più ingenti dalla EU, che andranno ovviamente persi.

 

Vale la pena qui di accennare a Jeremy Corbyn, col quale ebbi il piacere di lavorare ai tempi della campagna contro la guerra in Iraq, e che è stato criticato per non aver avuto una posizione più drastica e aggressiva nel dibattito per rimanere in EU. L’elezione di Corbyn come leader di Labour fu una sorpresa, essendo una persona dall’etica e coerenza impeccabile sembrava impossibile si potesse far strada in un partito che con l’era Blair era stato completamente corrotto e svenduto al liberismo selvaggio del capitalismo più piratesco, eppure forse proprio per reazione al disgusto e delusione causate dal Blairismo, Corbyn fu eletto con buon margine.

 

Ora il partito si sta sfaldando sull’onda di Brexit e un tentativo di “golpe” interno è in atto per rimuoverlo, allo stesso tempo però una quantità di manifestazioni popolari totalmente spontanee si stanno verificando in tutta la nazione a suo supporto, rivelando quindi un’ulteriore spaccatura tra la dirigenza e la base, la rappresentatività della politica e la volontà della popolazione senziente. E’ interessante notare come Labour avesse perso un numero impressionante di iscritti dopo l’epoca Blair, e ne abbia acquisiti come mai prima dal momento in cui Corbyn è stato eletto.

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Due nazioni al prezzo di una

Questo è solo uno dei dati indicativi di una nazione ormai spaccata quasi esattamente a metà, una spaccatura che va ben oltre le tradizionali definizioni di destra/sinistra, conservatori/progressisti. La frattura è molto più profonda, in parte causata dalle differenze drammatiche di classe e qualità di vita che ne conseguono, di livello culturale, di accesso alle opportunità, di capacità di comprensione che vada al di là dei confini, ricordiamolo, mai più infranti dopo l’epoca dei romani, di un’isola che tramite l’aggressività e mancanza di scrupoli dei suoi abitanti è arrivata a dominare gran parte del pianeta per secoli.

 

L’immagine dell’Inghilterra diffusa in Italia è parte mito e parte riferita a qualcosa che non esiste più da tempo, quella vera il turista che va a Londra per musei e shopping o lo studente che passa qualche mese in uno scambio Erasmus difficilmente la vedrà e comunque non avrà modo di capirla. L’Inghiterra vera è quella ritratta nei film come “This is England” di Meadows, “Trainspotting” di Boyle, “Fish Tank” della Arnold e quelli di Ken Loach.

 

Il paese è al momento in una specie di stato di shock, quelli che avrebbero voluto restare in Europa colti dal panico si buttano in ogni sorta di iniziativa, dalle manifestazioni spontanee alle petizioni, per arginare la frana, e quelli che erano in favore della separazione allibiti dal vedere che non solo nulla è ancora cambiato ma che tutte le promesse fatte dai politici sono state frettolosamente rinnegate, gli artefici della separazione tutti spariti con i pochi salvagenti disponibili a bordo.

 

In Italia mi è capitato di sentire in questi giorni commenti del tipo “ecco, loro si che sono furbi, gli inglesi non si fanno mettere i piedi in testa da nessuno, mica come noi con l’euro e gli immigranti” e mi hanno fatto molta tristezza, perchè rivelano come sarebbe facilissimo qui, come altrove, gestire queste insoddisfazioni e rabbie e incanalarle verso scelte demenziali e basate su istinti irrazionali e dati fasulli.

 

Per saperne di più:

Due libri (tradotti in italiano) e un documentario RAI utili per capire l’Inghilterra moderna da una prospettiva storica:

 

Maya Jasanoff: La compagnia delle Indie. La prima multinazionale (Edge of Empire: Conquest and Collecting in the East 1750-1850)

 

Niall Ferguson: Impero. Come la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno (Empire: how Britain made the modern world)

 

RAI Storia, Compagnia delle Indie

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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