Dare speranza ai rifugiati: l’impegno di Hope for children

Dall'Italia i volontari di Speranza – Hope for Children portano conforto, servizi e beni di prima necessità ai bambini e alle famiglie vittime delle guerre. Pubblichiamo la seconda parte dell'intervista al presidente dell'associazione Gaetano Turrini.

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Fondata ad Arco nell’aprile 2014, Speranza – Hope for children ha lo scopo d’intervenire in zone disagiate da conflitti e povertà, con iniziative umanitarie in favore delle famiglie e, in particolare dei bambini, che soffrono per fame, malnutrizione, malattie, assenza di cure mediche e istruzione di base. Ecco la seconda parte dell’intervista a Gaetano Turrini, presidente dell’associazione.

 

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Come mai avete deciso di occuparvi dei rifugiati?
Perché l’Unione Europea non vuole affrontare veramente il problema dei rifugiati. Per questo tante associazioni umanitarie ed anche tanti singoli cittadini (come nel nostro caso inizialmente), si sono mossi per offrire aiuti umanitari nella rotta balcanica (ovvero lungo una rotta terrestre che va dalla Siria verso i paesi europei, attraverso Turchia, Grecia, Bulgaria, Bosnia, Croazia, Kosovo, Macedonia, Montenegro, Romania, Serbia, Slovenia ed Ungheria, n.d.r.). Questa rotta nell’ultimo anno ha visto passare 1 milione di persone, contro le 150/170.000 che è la media degli ultimi anni nella rotta mediterranea. La rotta balcanica dove siamo presenti da quasi un anno, non è altro che la conseguenza del nostro impegno in Siria e Turchia (vedi la prima parte intervista).

 

Speranza – Hope for children è presente anche in Croazia, Serbia e Grecia dove abbiamo operato, anche sulle isole: dallo scorso Novembre infatti eravamo presenti a Idomeni e siamo stati l’ultima associazione ad andarsene; anche in Serbia siamo presenti da un anno con un progetto continuativo, distribuendo tutti i giorni pasti caldi insieme ad un’associazione partner, che è la principale in Serbia a seguire questo programma. Abbiamo anche una formazione continua di volontari che poi partono sul posto, quindi operiamo dove c’è maggiore bisogno.

 

Perché per voi è importante dare valore al lavoro dei migranti?
Noi non vogliamo fare carità, vogliamo dare servizi, aiutare le persone a ritrovare una vita normale, quindi, ad esempio a Idomeni, un villaggio a Nord della Grecia (dove era presente un campo profughi informale, al confine con la Macedonia, dove migliaia di persone principalmente provenienti da Siria, Iraq e Afghanistan sono rimaste bloccate dallo scorso febbraio, dopo la chiusura della frontiera macedone n.d.r.), con i nostri collaboratori di origine araba, abbiamo organizzato il lavoro dei nostri volontari siriani e curdi, pur tra mille difficoltà.

 

Il 24 maggio scorso tutte le ONG ed i volontari sono stati fatti sgomberare prima dello sgombero dei profughi. Alle 2 del mattino ci è stato chiesto di andarcene e c’era la polizia tutta schierata in tenuta antisommossa. Noi però abbiamo chiesto ed ottenuto di distribuire gli ultimi viveri. Abbiamo esposto tutto ciò che avevamo e i profughi sono venuti e si sono riforniti, portandosi via tutto il necessario. Dopodiché siamo passati davanti allo schieramento di Polizia: io con la mia carriola, gli ho sorriso, li ho salutati e così siamo riusciti a dare tutto quanto dovevamo. Così lavoriamo in tutti i luoghi che sono teatro di sofferenza. A Idomeni appunto abbiamo lavorato con l’aiuto dei nostri collaboratori siriani. Ci siamo sempre coordinati con loro e cenavamo con loro.

 

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Nelle scuole in Siria ci sono 50 maestri siriani che retribuiamo, anche solo un minimo. Questo è il nostro modo di operare. Ci siamo organizzati in modo tale che quando non ci avessero più permesso di entrare direttamente nei teatri di guerra, i collaboratori siriani stessi, avrebbero potuto continuare le nostre operazioni per noi. Ecco perché oggi i progetti più stabili che abbiamo sono proprio in Siria.

 

Ricevete aiuti di qualunque genere dallo Stato o dalle Agenzie Governative? Con quali organizzazioni collaborate?
Viviamo in gran parte di donazioni private ed anche le conferenze assolvono al compito di raccolta-fondi. È difficile oggi raccogliere fondi per la Siria e per i rifugiati, però cerchiamo di fare il possibile.

 

Non siamo collegati direttamente a stato e agenzie governative, ma abbiamo ricevuto un contributo della Provincia Autonoma di Trento ed in questi mesi porteremo in Siria generi di prima necessità per oltre 40.000 €. Noi siamo trentini ed ovviamente siamo molto felici che la provincia creda nei nostri progetti e ci sostenga.

 

Tutti i nostri progetti sono organizzati a budget, con resoconti dettagliati: la nostra associazione in questo momento ha 0 euro di debiti, perché ha un modello organizzativo come le ONG, ci stiamo preparando appunto per quel passo.

 

Nel nostro statuto è prevista la collaborazione con altre associazioni. Negli ultimi mesi abbiamo messo in piedi una rete di solidarietà, soprattutto nei Balcani, per cui abbiamo diverse iniziative organizzate con l’aiuto di tante associazioni che ci coadiuvano anche nella raccolta fondi e nella divulgazione delle informazioni. Pur essendo i coordinatori di questa rete, ci avviciniamo al mondo del volontariato sempre con grande umiltà e riconoscimento del lavoro anche degli altri.

 

Uniti, siamo davvero in grado di portare conforto e speranza alle popolazioni dilaniate dalle guerre.

 

Continua…

 

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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