A Roma c’è un nuovo modo per gestire i beni comuni urbani: #DecideRoma

Come tutelare i beni comuni della capitale? Se ne è discusso il 18 a luglio a Roma nell'assemblea di Decide Roma, un percorso in cui la cittadinanza, in collaborazione con le istituzioni, può gettare le basi di un nuovo modello di partecipazione nella gestione degli spazi urbani.

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Roma fa schifo. Roma è in fermento. A Roma può succedere di tutto: è così grande e varia da riuscire a contenere al suo interno ogni contraddizione. Può succedere che una cricca di imprenditori e politici corrotti metta in piedi un sistema mafioso per truccare sistematicamente gli appalti, come avvenuto in mafia capitale, vero. Ma può succedere anche che una rete di cittadinanza attiva avvii dal basso un processo di salvaguardia dei beni comuni urbani e degli spazi occupati.

 

E di conseguenza può succedere che in un pomeriggio afoso di luglio (il 20 per l’esattezza) una piazza di San Lorenzo sia gremita di persone che partecipano ad un’assemblea cittadina per capire come tutelare questi beni comuni e avviare un dialogo con la nuova giunta capitolina.

 

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Siamo di fronte al Nuovo Cinema Palazzo, spazio occupato e cuore sociale e movimentistico del quartiere romano di San Lorenzo. Sono circa le 18:30 quando inizia l’assemblea di Decide Roma, un percorso di partecipazione in cui la cittadinanza, in collaborazione con le istituzioni, può gettare le basi di un nuovo modello di partecipazione nella gestione degli spazi urbani. Sono presenti molte realtà e associazioni romane e due assessori di spessore della nuova giunta: Paolo Berdini (all’urbanistica) e Luca Bergamo (alla cultura), oltre all’assessore di Napoli Carmine Piscopo.

 

Il percorso di Decide Roma è iniziato il 19 marzo scorso con una grossa manifestazione di protesta contro l’ondata di sgomberi degli spazi occupati romani voluta dall’amministrazione del commissario Tronca, di cui avevano fatto le spese molti centri occupati storici romani come  l’Esc Atelier e la Palestra Popolare a San Lorenzo, l’Init di Stazione Tuscolana, l’Astra e il Puzzle del Tufello, la Casa della Pace al Prenestino e molti altri. Quel 19 marzo 20mila persone erano scese in strada a formare un corteo per rivendicare il proprio diritto di gestire spazi urbani di socialità, e l’importanza di questi ultimi in un tessuto sociale di quartiere sempre più privato dei servizi pubblici essenziali.

 

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Da lì l’idea di scrivere la Carta di Roma Comune: un documento redatto in maniera partecipata in cui si sanciscano dei principi di base della gestione di quelli che sono stati definiti beni comuni urbani, ovvero spazi (spesso occupati) gestiti in maniera partecipata e messi a disposizione dei quartieri e delle loro esigenze. Sabato 23 aprile c’è stato il primo atto di questa scrittura: un’assemblea di oltre 300 persone ha discusso e iniziato a scrivere la Carta di Roma Comune a partire da 10 principi fondamentali che parlano di uso comune del patrimonio pubblico contro ogni possibilità di messa a bando dei “beni comuni urbani”, di rifiuto di un debito illegittimo, di necessità di nuovi diritti e nuove forme di welfare, di improrogabilità del tema della decisione sulle forme di organizzazione sociali e della gestione dello spazio urbano.

 

E torniamo alla piazza dei Sanniti piena di persone il 18 luglio, con un’afa atroce ma una voglia di partecipare più forte del caldo. Questa assemblea pubblica è un momento di snodo importante del percorso: è il primo incontro di confronto pubblico con la nuova giunta di Virginia Raggi. Per adesso i segnali da parte della giunta sono stati contrastanti. Da una parte ci sono stati segnali di apertura e di dialogo (compresa la presenza di due degli assessori di maggior spicco all’assemblea), dall’altra sono proseguiti gli sgomberi in continuità con l’operato di Tronca. Berdini non si nasconde e afferma di voler intraprendere politiche urbane nuove e in forte discontinuità con le giunte precedenti, che valorizzino il ruolo della cittadinanza attiva nella gestione degli spazi pubblici (e non solo).

 

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Riecheggiano le parole del più volte citato Paolo Maddalena, Vice Presidente emerito della Corte Costituzionale, che spesso ricorda come secondo l’Art. 42 della Costituzione se la funzione sociale della grande proprietà, anche privata, viene meno, essa deve tornare alla proprietà del popolo italiano poiché perde la tutela giuridica.

 

Interessante anche la presenza dell’Assessore al diritto alla città, alle politiche urbane, al paesaggio e ai beni comuni del comune di Napoli Carmine Piscopo, a evidenziare un parallelismo (e suggellare un’alleanza) fra l’esperienza napoletana di Massa critica e quella più recente di Decide Roma.

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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