Lo scontro fra treni in Puglia ed i disastri del pensiero unico

Due treni si sono scontrati ieri provocando il disastro più grave della storia della Puglia. Mentre si indaga sulle cause dello scontro di ieri mattina si riflette sulle responsabilità politiche e morali di questa e di altre tragedie.

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Bilancio parziale, binario unico, blocco telefonico, freccianera, lamiere, ventisette morti, errore umano, sangue, responsabili, corpi. Si rincorrono affannosamente sulle pagine dei giornali dalla mattina di ieri valanghe di parole che tentano di restituire la drammatica immagine che ha sconvolto ieri la Puglia, e l’Italia.
Il pendolare, il poliziotto, lo studente, la ragazza che stava per sposarsi… si fa a gara ad indovinare abitudini e pensieri di quelle vite spezzate, incastrate tra le lamiere dei due treni scontratisi nelle campagne della Murgia.

 

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Correvano su un binario unico e uno dei due non avrebbe dovuto trovarsi lì. Su quel binario unico non c’è automatizzazione, ma è previsto un sistema a chiamata tra le stazioni, il cosiddetto ‘blocco telefonico’. Le stazioni devono così avvisare dell’arrivo dei treni e trasmettere le informazioni ai macchinisti: una delle due stazioni potrebbe non aver bloccato uno dei due treni, quindi, o uno dei due treni non ha ricevuto o rispettato il blocco. Le cause del disastro sono al momento incerte e la Procura di Trani indaga per omicidio colposo plurimo e disastro ferroviario: il fascicolo è stato aperto a carico di ignoti.

 

Eppure in molti credono che i responsabili, morali e politici, ci siano già.

 

“Tutti, dal presidente del consiglio al ministro dei trasporti assicurano che troveranno i responsabili del disastro ferroviario pugliese che ha causato la morte (al momento) di ventisette persone. In realtà i responsabili morali e politici ci sono già”, scrive Domenico Finiguerra, promotore insieme a molti altri del movimento nazionale Stop al Consumo di Territorio.

 

“Sono tutti coloro che hanno effettuato le scelte infrastrutturali di questo paese negli ultimi venti anni. Coloro che invece di assegnare priorità alla messa in sicurezza delle linee pendolari, raddoppiando i binari, dotandole tutte di efficienti sistemi di sicurezza, hanno inseguito sogni di grandeur, lasciando milioni di pendolari su carri bestiame, insicuri, non manutenuti, in Puglia come in Lombardia, in Calabria come in Piemonte, in Sardegna come in Sicilia o in Emilia Romagna, tagliando linee perché non sufficientemente redditizie ed assegnando ingenti risorse pubbliche a grandi opere spesso inutili o dannose, come le autostrade lombarde da 3 miliardi l’una su cui si può giocare a pallone”.

 

“Eccoli dunque – continua Finiguerra – i veri responsabili. Coloro che approvando l’elenco delle opere pubbliche strategiche per il paese non si accorgevano oppure facevano finta di non accorgersi che la modernità di un paese passa prima dalla sicurezza dei servizi di base. Perché sulla linea a binario unico Corato-Andria non ci sono servizi di sicurezza ma ci si avvisa tramite messaggi telefonici preregistrati. Certo, magari troveranno chi ha sbagliato ad inviare il messaggio. Ma sarà solo un caprio espiatorio. Buono per continuare a investire dove prevalgono interessi dei soliti pochi rispetto ai tanti, che stavolta hanno anche pagato il prezzo più alto”.

 

Nel pensiero unico, quindi, prima ancora che in quel binario unico andrebbe ricercata la vera causa di questo e di altri disastri. Quel pensiero unico e quello sguardo cieco che impongono la crescita, a tutti i costi, non curandosi del bene comune, del territorio. Della vita.

 

Poi però ci sono le persone e ci sono i pugliesi che ieri sono si sono subito recati nel luogo del disastro per portare soccorso, acqua, cibo e conforto. E dell’inferno di ieri, oltre la rabbia, oltre le accuse, le troppe parole, c’è chi ricorderà soprattutto questo.

 

Lo scrive Nicola Nocella, di Corato, raccontando il suo giorno più lungo:

 

“Lasciateci al nostro dolore. Ogni volta che il telefono squillava, oggi, tremavo. È stato il nostro undici settembre. Voi ve ne dimenticherete presto, noi non lo dimenticheremo mai. Ma sarà un’altra, la cosa che non dimenticherò mai. Alle undici e mezza c’è stata la tragedia. Nemmeno a mezzogiorno c’erano già tutti i soccorsi. Tutti. Una macchina perfetta. Quattro elicotteri della protezione civile. Dopo poco più di un’ora c’era già un ospedale da campo pronto accanto  al disastro. Alle due e mezza negli ospedali c’erano tutti i medici che potevano esserci. Alle tre meno un quarto c’era già la fila di donatori in giro nei punti di raccolta. Ci hanno chiesto di tornare domani. E gli operatori del servizio di donazione erano lì da stamattina. E adesso, scrivo alle 23, sono ancora lì.

 

Come tutti i vigili del fuoco. Tutti i volontari. Tutti i poliziotti e tutte le guardie forestali. Dopo tre ore dalla tragedia, il palazzetto dello sport di Andria era un grande centro di raccolta. Di protezione per i parenti. E di informazione. Questa Puglia, che molti hanno saputo solo sputtanare, si è rintanata nel suo cuore e ha fatto in modo che riprendesse a battere. Non sono mai stato più orgoglioso di essere coratino, di essere pugliese.

 

E adesso, al buio, mentre ancora si scava, mentre i politici sono già arrivati e andati, la gente comune arriva nel luogo del disastro per portare acqua, cibo e abbracci a chi è lì da stamattina.
È una tragedia immane, l’hanno detto tutti. Ma le parole, quelle cose che sono così importanti, a volte vanno usate a ragione: una, tragedia, immane.

 

Presto torneranno a fare rumore solo i nostri ulivi, il nostro orgoglio più grande, che sono lì da centinaia di anni e ci resteranno ancora, mentre continuano a crescere e rinascere ogni volta, ogni giorno, per tornare a vivere. Come hanno insegnato a farlo a noi.
Che tornino a frinire le cicale”.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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