Io faccio così #132 – Apeiron, la camorra si combatte con la solidarietà

L'Agro aversano è il terreno su cui si incontrano mafia e camorra. Qui, in un bene confiscato a un clan, la cooperativa Apeiron combatte l'illegalità con la solidarietà: un'azienda agricola inserita nella filiera produttiva di Libera, un centro di accoglienza per richiedenti asilo, un alloggio per ragazzi con disabilità mentali.

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fGiovanni scherza con Hamid e gli racconta gesticolando di quella volta in cui scappò in Svizzera con la macchina del fratello. Hamid ride di gusto e dà una pacca sulla spalla all’amico. Giovanni è un utente con problemi mentali, Hamid un richiedente asilo. I nomi sono di fantasia ma l’atmosfera è del tutto reale e rende l’idea dell’alchimia tutta particolare che si è creata alla cooperativa Apeiron. «Non so davvero come facciano a comunicare, visto che non hanno nessuna lingua in comune, eppure si intendono alla perfezione», ci dice divertito Emiliano Sanges, presidente della cooperativa.

 

Ci troviamo nelle terre confiscate al clan camorrista dei Nuvoletta, negli spazi in cui – si narra – si nascose Totò Riina. Qui, nel giro di pochi anni, è avvenuta una vera e propria rivoluzione. Nei palazzi dove si progettavano stragi e carneficine convivono allegramente decine di persone di provenienza diversa; nei campi che i clan avevano ridotto a terra bruciata sono tornate le vigne, il grano e gli ortaggi. Il merito è, appunto, della cooperativa Apeiron, un centro che si occupa di agricoltura sociale e offre servizi di accoglienza a richiedenti asilo e a utenti con problemi di salute mentale.

 

Qui incontriamo il presidente Emiliano Sanges assieme a Vincenzo Sanges, socio fondatore, e Luigi Corvino, socio, che ci raccontano la storia fin dal principio. La Cooperativa Sociale Apeiron nasce nel 2008 nel territorio dell’Agro aversano prevalentemente per la gestione dei budget di salute previsti dalla regione Campania: «Volevamo creare delle reali opportunità di lavoro per i ragazzi cosiddetti svantaggiati, anche se a noi non piace chiamarli così», ci racconta Emiliano. «Eravamo decisi a combattere lo stigma sociale che riguarda le persone con disagio mentale e far sì che queste persone diventassero soggetti attivi di una realtà come la nostra».

 

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Poi nel 2013 la svolta: «Navigando sul sito su internet di Libera mi accorsi che c’era la possibilità di partecipare alla gara per l’affidamento di un bene confiscato, un terreno agricolo denominato Cento Poggi. Decidemmo di partecipare a questa gara seppur in un momento di grande difficoltà economica e, grazie anche a un contributo di Banca Etica, vincemmo l’appalto, essendo anche gli unici richiedenti!».

 

Inizialmente l’aspetto più spinto è stato quello dell’agricoltura. Prodotto principale era il grano. Ma anche ortaggi, vino e tanti altri prodotti che attualmente vengono utilizzati per il centro pasti. Il tutto biologico certificato, con analisi di acque e terrene effettuate regolarmente. Poi, sempre a seguito di confische ai clan, si sono aggiunte una cucina e una serigrafia, che impiegano altre persone. La serigrafia è gestita da Luigi, neosocio della cooperativa che viene da Casal di Principe e ci tiene a precisare che «I veri casalesi Doc sono quelli come me, che fanno anticamorra!».

 

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Oggi nell’edificio principale che sorge in mezzo alle proprietà confiscate vivono varie persone. «All’ultimo piano – ci spiega Vincenzo – vivono i ragazzi con disabilità mentale. Ci tengo a precisare che non è una casa famiglia, è proprio casa loro: certo sono aiutati e osservati da una psicologa e da noi, ma non sono ospiti, sono i “padroni di casa”. Al piano di sotto invece abbiamo un centro di accoglienza per richiedenti asilo. Questo innesca interazioni inaspettate e i vari abitanti della casa hanno creato dei bellissimi rapporti fra loro. Anche se a volte non capisco neppure in che lingua riescono a comunicare!».

 

Il valore aggiunto di questo progetto, racconta Emiliano con entusiasmo, «sta nel fatto che ci troviamo in un bene confiscato, all’interno di un territorio che veniva definito “la Svizzera dei clan”, dove c’era il punto di congiunzione tra la mafia siciliana e la camorra napoletana. Riuscire a creare lavoro e integrazione proprio qui, in maniera onesta, etica e accessibile penso che sia la nostra più grande vittoria».

 

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Di lavoro Apeiron ne ha creato anche tanto: 15 posti in tre anni. In un luogo dove la camorra ha proliferato proprio grazie all’assenza di occupazione, questa è una grande vittoria. Ma non è la sola. Forse la ricchezza più grande sta in quel clima di allegra e genuina integrazione che riesce a stemperare la drammaticità di molte delle situazioni personali degli utenti del centro. «Abbiamo creato un piccolo mondo dove tutte quelle differenze che al di fuori esistono, qua sono al massimo delle sfumature che ci arricchiscono», ci dice Emiliano con un certo orgoglio nello sguardo.