“Noi viviamo in periferia”: racconti dalla Bovisa

Pubblichiamo l'intervista a Stefano Pellegrini, autore di un libro che fa riflettere ed anche sorridere su una delle periferie milanesi più degradate, ma anche più sorprendenti di Milano: la Bovisa!

I pirati della Bovisa

Stefano PellegriniIl giovane protagonista di “Noi viviamo in periferia – Tutto quello che mi serve veramente sapere l’ho imparato in Bovisa”  racconta la sua quotidianità immerso nel ‘mondo parallelo’ della periferia milanese. Uno stile dal taglio ironico conduce il lettore attraverso aneddoti, pensieri e riflessioni; racconti di vita tra palazzi, asfalto, tram, negozi e locali. Integrato da fotografie della periferia urbana, regala una visione alternativa, un microcosmo quasi surreale nel quale immergersi in un connubio tra sorriso e riflessione.
Per saperne di più di questo libro abbiamo intervistato l’autore Stefano Pellegrini.

 

Perché con tanti quartieri che ci sono a Milano di più forte richiamo, hai deciso di scrivere questo libro proprio sulla Bovisa?
Perché è il quartiere in cui sono approdato. Sono capitato qua e ho visto una realtà inaspettata e per nulla raccontata, per cui essenzialmente ho pensato che fosse giunto il momento di raccontarla.

 

Ti ha sorpreso?
Sì, ho avuto la piacevole sorpresa di trovare una dimensione paesana pur mantenendo delle fortissime connotazioni di periferia: una dicotomia davvero interessante. Cerco di essere più “neutro” possibile quando racconto, limitandomi a vedere e raccontare ciò che vedo. Ora sto facendo tutto un lavoro sulle altre periferie (1) e sto mettendo alla prova la tesi del fatto che nelle periferie si può vivere bene. Ma non so dove mi porterà: potrei anche arrivare alla conclusione opposta a quella con cui sono partito.

 

Desidero essere aperto e disposto a cambiare idea ed evitare di bermi tutto ciò che mi raccontano gli altri. Però c’è da dire che una cosa che si dice sulle periferie è sicuramente vera: le periferie sono brutte, questo è indubbio! Ma qua è dove vivono le persone: la stragrande maggioranza delle persone residenti in città vive in periferia. I “posti veri” sono questi, non è il centro pettinato. Il centro è come la donna il sabato sera, tutta truccata, pettinata; la periferia è la donna la domenica mattina, quando la vedi senza trucco, senza artifici.

 

Cos’è che ti ha colpito maggiormente di questa realtà?
Le reti: mi è sembrato di cogliere qua e là delle quasi delle famiglie allargate. Ad esempio uno degli episodi che sicuramente ha portato alla nascita del libro, è stato la scoperta di quel macellaio là (mi indica una macelleria chiusa: è mezzanotte ndr.), dove un signore solo è stato “adottato” simbolicamente dalla coppia di simpatici titolari e dalla tintoria di fronte perché passa lì intere giornate da vent’anni. Nella mia visione del mondo una delle grosse differenze tra una città e un paese è quella che un paese ha tutta una serie di reti sociali che sostengono quelle che sono le persone un po’ più deboli ed io là ho riconosciuto una rete di questo tipo: una rete paesana all’interno di una città, in periferia!

 

Beh, parliamo di una realtà che effettivamente era un paese…
Ma questo è vero per tutte le periferie di Milano. Ho visto un’antica mappa di Milano, credo del 1400, dove la città era essenzialmente quello che oggi è il centro città, la zona 1 e tutto il resto erano borgate agricole. C’erano tutte: da Quarto Oggiaro a “Bouisa” ad Affori, etc. Poi Affori ho la sensazione che abbia mantenuto ancora di più il suo spirito paesano perché non era ancora comune di Milano fino a poco tempo fa. Mi hanno raccontato che Bovisa e Dergano erano e sono due quartieri gemelli, nel senso che se tu prendi una mappa non hai assolutamente la possibilità di tracciare un confine certo. Sfido chiunque a prendere una mappa e dire: qua finisce Dergano e inizia Bovisa! Erano dei quartieri quasi simbiotici, anche perché questo Bovisa era un quartiere industriale e Dergano era uno di spedizionieri: qui a Bovisa producevano e a Dergano spedivano la merce. Ma si prendevano anche a sassate e prendersi a sassate è tipico dei paesi confinanti.

 

I pirati della Bovisa

I pirati della Bovisa

 

Per quale ragione consiglieresti la lettura del tuo libro?
È un libro che si può leggere benissimo in bagno! Perché è composto da tanti brani brevi. Un po’ un libro-blog in realtà, un libro di cui puoi leggere un pezzetto ogni volta che vuoi. Essendo poi breve, con due sedute in bagno si riesce a leggere tranquillamente! Spero poi sia un libro divertente, che racconta il tentativo di vedere la bellezza e la magia nel proprio quotidiano, per scoprire ciò che di bello e magico hai sotto gli occhi tutti i giorni; che è poi anche la cosa che ho cercato di rubare dall’autore da cui ho plagiato il titolo, che è infatti un plagio clamoroso di: “Tutto quello che mi serve veramente sapere l’ho imparato all’asilo” di Robert Fulghum che ha un po’ questa visione del magico nel quotidiano, che secondo me è davvero una splendida lettura. Anzi consiglio a tutti caldamente di comprare questo libro piuttosto che il mio, perché è molto più bello! Pensa che la prima versione del libro era uscita con una dedica a Robert Fulghum, sperando che mi denunciasse, poi il mio editore mi ha persuaso a toglierla! C’è da aggiungere che, curiosamente, un 90% di tutti i brani di cui si compone il libro sono stati ispirati tra Piazza Schiavone e la stazione di Bovisa: circa 300 metri quadrati: uno spazio incredibilmente ristretto eppure ricco di storie.

 

Come mai hai pensato di fare una cosa di questo genere e scriverne un libro?
È stato un gioco. Ho cominciato a scrivere qualche pezzo senza nemmeno accorgermene e poi ho pensato che potesse venirne fuori un libro; all’epoca avevo un coinquilino napoletano (Giancarlo Mongelli, che ora vive a Berlino) che tra le altre cose faceva anche il fotografo, il pizzaiolo, l’operaio, più precisamente, come si definiva lui, il saldatore. Lavorava anche per una casa editrice, dove abbiamo stampato di domenica la prima copia del libro. Poi ne abbiamo stampate 30 copie, poi 100, e così via e le abbiamo portate al Libraccio di Bovisa. Ora ne porteremo altre copie in Isola, Giambellino, al Mamuska di Dergano.

 

Dall’interesse che ha suscitato il libro, sembra proprio che le persone vogliano saperne di più sul loro quartiere…
Sai racconto in maniera spero divertente e leggera quella che è la loro realtà con anche un altro modo per guardarla, credo sia normale che incuriosisca. Poi l’altra faccia della medaglia è la stranezza di uno che arriva qua da tutt’altra realtà e scrive un libro sulla Bovisa. È anche vero che mi sono capitate delle cose quasi imbarazzanti, quando ad esempio raccontavo del quartiere e davanti mi sono trovato dei settantenni che erano nati e cresciuti in Bovisa! Però quello forse, in realtà è stato il punto di forza del libro: cioè una persona che arrivava dall’esterno e che non sapeva niente e quindi non aveva pregiudizi. Probabilmente i settantenni sono più legati alla Bovisa che fu…poi io sono un pervertito e quindi per esempio mi guardo avanti e leggo: “Quisque faber est fortunae suae”, ovvero: “Ciò che uno fa crea la propria fortuna”.

 

Mi sono chiesto chi caspita fosse venuto in mente di scrivere una frase in latino in Piazza Schiavone (dove ci troviamo durante l’intervista, ndr)! Poi in questo muretto (mi indica un muretto di piazza Schiavone che diventa mano a mano più basso, ndr) c’era anche la frase del così chiamato “Ivan il poeta”, che diceva: “siamo tutti sullo stesso livello, ma il livello è in pendenza”, la mia chiave di lettura è che “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri (citazione tratta da “La fattoria degli animali” di George Orwell, ndr). Poi qualcun altro ci ha scritto sopra. In generale comunque sono una persona che ama osservare e scrivere ciò che vede, nulla di più di questo.

 

Piazza Schiavone

Piazza Schiavone

 

Parlaci del tuo lavoro con i Rom
Mi incuriosiva l’odio che numerose persone nutrono verso i Rom e se chiedi a qualcuno perché odia i Rom ti fa un elenco piuttosto nutrito ed anche in parte giustificabile, quasi fondato: ma è proprio qui che sorgono i dubbi perché capita sempre di parlare con qualcuno che ce l’ha con qualcun altro. Mi sorgeva spontanea una domanda: perché ce l’abbiamo tutti proprio con loro? Si dice che rubino ed in parte è vero, ma anche il tuo dentista quando non ti fa la fattura ti sta rubando, pure il Professore universitario quando manda l’assistente al posto suo a fare lezione sta rubando, però non nutriamo lo stesso tipo di odio. Per assurdo siamo più incazzati con i Rom che coi mafiosi! Da lì è partita l’idea di provare a capire le ragioni di quest’odio e approfondirle e così ho fatto un’intervista con Santino Spinelli, studioso e musicista Rom, che è nata dopo aver letto un suo libro molto interessante: “Rom, questi sconosciuti”. Gli ho chiesto se potevo intervistarlo e lui invece mi ha invitato a fare una presentazione insieme. È stata un’ottima occasione per approfondire ulteriormente la questione ed approcciarmi alla cosa in modo neutro.

 

Cosa hai imparato che non sapevi sui Rom?
Che i Rom vengono originariamente dall’India e che per loro lo spostarsi era ed è una forma di “difesa” rispetto ad una società che gli è sempre stata ostile. Ho anche scoperto che ci sono molte famiglie di origine Rom composte da gente che lavora a Milano da generazioni, intenta nelle professioni più disparate. Noi quando guardiamo i Rom vediamo forse solo quelli di recente migrazione che abbiamo sbattuto in posti dove non metteremmo a vivere altre persone e guarda caso quando crei un ghetto si crea un’economia di sussistenza e poi si dice che sia la cultura stessa dei Rom ad averla creata questa economia. Questa naturalmente è una mia personale riflessione e vorrebbe solo offrire un’altra chiave di lettura, nulla di più.

 

Cosa ti piacerebbe emergesse da questa nostra intervista?
Sai, la Bovisa era un quartiere operaio, con un esperimento sociale dato dal Politecnico che è stato un successo solo parziale, perché gli studenti, per la maggior parte, non vivono in Bovisa. Anche perché è così ben collegata che si spostano col treno o con la metro di Dergano. Questo flusso di studenti in transito ha favorito curiosamente la nascita di negozi (stamperie, paninoteche, etc.) che sono presenti solo lungo le strade che dal Politecnico portano alla Stazione di Bovisa e viceversa e solo in quelle due strade: via Candiani e via Andreoli. Ma se la Bovisa è un posto vivo, secondo me si deve anche e soprattutto ai “nuovi Italiani”: sono loro che l’hanno rivitalizzata. “Nuovi Italiani” è un termine che ho rubato dal Presidente canadese, che quando vivevo in Canada ho sentito parlare di “nuovi canadesi” riferendosi agli stranieri. Mi piace questo modo di definire gli stranieri perché penso che finché li chiami immigrati li allontani, se invece li definisci “nuovi Italiani” è tutto un altro discorso, perché li fai sentire accolti dal paese che li ospita. Dopotutto i loro figli parleranno molto probabilmente in dialetto milanese e abiteranno in una delle tante periferie di Milano, da cui nascono e nasceranno tante altre storie.

 

Se volete saperne di più sul libro ed il suo autore guardate anche il booktrailer

 

1. Ha infatti creato un blog  che vuole essere un’ideale continuazione del libro, allargando il raggio, mettendo alla prova la tesi che si viva bene anche in altre periferie, magari anche più “malfate” di Bovisa, cercando di rispondere a questa ed altre domande: “è bello vivere a Quarto Oggiaro? C’è bellezza alla Barona?”, etc.

 

 

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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