“Il mare davanti”: un ragazzo eritreo che fugge verso la libertà

Abbiamo intervistato Tsegehans Weldeslassie, il protagonista del libro “Il mare davanti”, per meglio comprendere perché si è disposti a rischiare la propria vita imbarcandosi in uno dei tanti barconi che ogni giorno solcano il Mediterraneo.

Ziggy all'hub di registrazione accoglienza di via Sammartini, Milano

Tsegehans Weldeslassie, per gli amici Ziggy, viene da un Paese che ha subito la colonizzazione italiana per oltre cinquant’anni, conclusa con il trattato di pace del lontano 1947. Per ironia della sorte a Ziggy tocca scappare proprio verso il nostro paese. Lui della colonizzazione italiana non ha certamente alcun ricordo, essendo nato nel 1980: l’ha studiata sui libri di scuola, come tutti noi.

 

Nel frattempo l’Eritrea è passata attraverso due dittature (l’ultima delle quali tuttora in atto), ma Ziggy nel suo paese riesce faticosamente a conseguire una laurea in matematica. Dopo la laurea viene destinato ad un campo militare a tempo indeterminato, come tutti i suoi coetanei, e così decide di partecipare ad una protesta pacifica insieme ad altri 4000 studenti universitari. Con un inganno lui e gli altri studenti vengono imprigionati. Ma Ziggy scappa rischiando la propria vita attraverso un lungo viaggio in Sudan (1) ed il terribile deserto del Sahara, dietro il ricatto e l’estorsione di trafficanti di uomini senza scrupoli, arrivando infine sulle coste libiche da cui si imbarcherà nel 2007 per trovare l’agognata libertà, a bordo di una “carretta del mare”.

 

Sembra una storia di fantasia, invece è una storia vera. Incontriamo Ziggy in un polo di accoglienza e registrazione profughi di Milano, dove lavora come mediatore per aiutare quanti come lui hanno dovuto abbandonare il proprio paese.

 

Ziggy all'hub di registrazione accoglienza di via Sammartini, Milano

Ziggy all’hub di registrazione e accoglienza di via Sammartini, Milano

 

Quanti anni ti senti? (oggi Ziggy ha 36 anni)

Molti di più di quelli che ho…

 

Quanto è durato il tuo viaggio per raggiungere l’Europa?

 

Quasi 7 mesi. Ma ero già un clandestino nel mio paese da diversi anni, prima di prendere la decisione definitiva di scappare. Amo troppo il mio paese e se non fossi stato costretto dalle tragiche circostanze in cui si trova e mi trovavo io stesso, non lo avrei mai lasciato. Non ho informato la mia famiglia del viaggio nel deserto per non farli preoccupare. Dopo il lungo viaggio via terra ho deciso di affrontare il mare attraverso una piccola imbarcazione di plastica che portava 58 persone, tra uomini, donne e bambini. Noi siamo stati fortunati: ce l’abbiamo fatta tutti! Appena arrivato a Lampedusa ho finalmente chiamato mia madre e le ho detto che ero al sicuro, in Italia! Se sono riuscito a parlare della mia storia è perché è un capitolo chiuso della mia vita e ora voglio andare avanti! Ho faticato tanto nella mia vita, ma ora sto bene.

 

Nel libro “Il mare davanti” che racconta la tua storia, scritto da Erminia Dell’Oro, c’è una frase molto significativa che dice che nascere in un posto piuttosto che un altro è solo una questione di fortuna: cosa vorresti dire a chi legge?

 

Alcune volte gli italiani mi chiedono: “perché non restate nel vostro paese e cercate di risolvere i problemi che lo riguardano?”. Io ci ho provato, davvero, con tutto me stesso, ho provato a cambiare le cose dimostrando il mio dissenso, ma ho ottenuto soltanto di venire imprigionato, come tanti altri dissidenti. Se sono scappato è perché sono stato costretto, perché non volevo collaborare ad un sistema profondamente ingiusto. Se ho rischiato la mia stessa vita per venire qui è perché l’alternativa nel mio paese era non avere una vita. Se fossi nato qui invece non avrei avuto alcun merito in questo, sarebbe solo stata una questione di fortuna.

 

Hub accoglienza-progetto Arca

Il polo di accoglienza e registrazione profughi a Milano dove Ziggy lavora come mediatore nell’ambito del progetto Arca

 

Raccontaci com’è la vita di un immigrato

Personalmente sono un rifugiato politico ed ho un permesso di soggiorno per “protezione sussidiaria”  che devo rinnovare ogni 5 anni. In generale, credo che qualche volta ti senti Italiano perché lavori e paghi regolarmente le tasse al governo italiano. Tante cose però non le puoi fare, come ad esempio viaggiare all’estero, votare, etc. e quando ci pensi torni certamente a non sentirti italiano. Per richiedere la cittadinanza devi aspettare 10 anni, ma poi ne occorrono almeno altri 2 per ottenerla, se tutto va a buon fine.

 

Cosa fate con Progetto Arca, l’onlus con cui collabori?

Facciamo prima accoglienza per i profughi. Questo non è un lavoro che si fa per i soldi, lo faccio per dormire in pace con la mia coscienza, perché non sarei in pace se non aiutassi i miei compaesani come posso. Mi sento di essere utile, anche solo quando serve tradurre cose banali. Quando sono arrivato a Lampedusa, se qualcuno avesse parlato la mia lingua sarebbe stato un grande aiuto. Le persone a cui mi rivolgo, si sentono al sicuro quando sentono parlare la loro lingua. E qui di Eritrei ne arrivano molti. Assistiamo un centinaio di persone al giorno. E’ un lavoro molto impegnativo, ma a fine giornata vado a dormire tranquillo, perché sento di essere stato utile.

 

Dopo aver vissuto alcuni anni qui in Italia, cosa è cambiato secondo te?

Molti italiani non si informano e non sanno quali sono le ragioni delle migrazioni e spesso hanno paura di noi immigrati. Comunque non si può generalizzare e dire che gli italiani ti trattano bene o ti trattano male. Poi molte volte tutto cambia quando hai modo di esprimerti e di raccontare la tua storia e cosa hai passato per essere qui. All’inizio della mia permanenza qui in Italia ho percepito molta diffidenza nei miei confronti e nei confronti di altri immigrati. Anch’io, di conseguenza avevo molta paura: di parlare, di aprirmi; non conoscevo quasi nulla del vostro paese, neppure la lingua; esprimermi era quasi impossibile, anche solo difendermi verbalmente dalle parole poco gentili di qualcuno. Comunque credo che le cose stiano cambiando in senso positivo. Nel mio piccolo, posso dire di essermi reso conto che per esempio qui a Milano le persone anni fa sembravano molto più chiuse di quanto non lo siano oggi. La paura sta diminuendo. Ora entrano regolarmente nei locali etnici per mangiare, fare due chiacchiere col kebabbaro di fronte a casa, hanno conoscenti ed amici che provengono da paesi lontani. E tutto questo ci fa sentire più benvoluti, quasi “a casa”.

 

Rotte delle migrazioni dall'Africa per l'Italia

Rotte delle migrazioni dall’Africa per l’Italia: la rotta orientale è quella che ha percorso Ziggy

 

Ovviamente, dopo aver intervistato Ziggy, non potevo non chiedere all’autrice, Erminia Dell’Oro, cosa l’ha ispirata a scrivere questo bel libro. Un libro che ha saputo appassionarmi tanto, da leggerlo tutto d’un fiato.

 

L’ho scritto perché essendo nata in Eritrea (dove mio nonno è arrivato nel 1896, e dove vive ancora un fratello; genitori e altri parenti sono sepolti nel cimitero di Asmara) sono emotivamente coinvolta nelle drammatiche storie dei profughi. Essendo scrittrice, ho voluto raccontare la storia di Ziggy, perché è la storia di decine di migliaia di persone che vivono situazioni tragiche di guerre, di dittature, di fame, di disperazione. Ho voluto anche narrare brevemente la storia dell’Eritrea e le ragioni per cui oggi tanti giovani, uomini, donne, bambini siano costretti a fuggire. Pur avendo visto l’Italia per la prima volta quando avevo vent’anni, essendo nata da genitori italiani, mi sento Italo-EritreaIn Italia la storia dell’Eritrea, un tempo colonia italiana, non la conosce quasi nessuno, sebbene ad esempio la bellissima città di Asmara sia stata costruita proprio dagli Italiani.

 

Ho scritto, sempre sullo stesso tema, dodici anni fa, anche un libro per bambini e vado in molte scuole d’Italia a parlare di immigrazione. I bambini e i ragazzi che incontro nelle scuole sono sempre molto ricettivi. Leggendo i miei libri (che non è la stessa cosa che vedere un telegiornale) si immedesimano nelle tante difficoltà e tragedie che coinvolgono chi, senza alcuna colpa, è costretto ad abbandonare il proprio paese. Mi fanno molte domande, mi scrivono biglietti e lettere commoventi e fanno anche ricerche sull’Eritrea. Una volta, a Prato, mi hanno accolto in classe cantando l’inno dell’Eritrea. Ovviamente il merito è anche degli insegnanti che seguono percorsi di lettura di questo tipo.

 

1. Per approfondire il tema delle migrazioni e delle rotte dei migranti verso l’Italia, si veda qui 
2. “Il mare davanti”, di Erminia Dell’Oro, editore Piemme

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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