Paralimpiadi al via, ma la disabilità è un affare quotidiano

Dal 7 al 18 settembre si terranno le paralimpiadi a Rio de Janeiro. Sarà una grande manifestazione di sport e inclusione, ma la disabilità va affrontata giorno dopo giorno, anche attraverso i piccoli gesti. Vediamo quali grazie al documento di Visione2040 che parla di questo tema.

Calato il sipario sui giochi olimpici, cominciano oggi a Rio de Janeiro le Paralimpiadi 2016, manifestazione riservata agli atleti disabili che si disputò per la prima volta a Roma nel 1960. Mai come quest’anno la copertura mediatica dell’evento è stata imponente da ogni punto di vista. È un’ottima occasione per parlare ancora, in maniera un po’ più consapevole, di disabilità.

Saranno più di quattromila gli sportivi che gareggeranno fino al 18 settembre per contendersi cinquecento titoli. Ciascuno di essi è gravato da una disabilità fisica presente dalla nascita oppure occorsa a seguito di una malattia – com’è successo alla schermidora Beatrice Vio, colpita una meningite fulminante che ha portato all’amputazione degli arti – o di un incidente – come nel caso di Alex Zanardi, che gareggerà nell’handbike.

 

Le paralimpiadi saranno un’occasione importante per noi – la società –, per misurarci con la disabilità e acquistare maggiore consapevolezza verso questo stato. Essa infatti, come abbiamo sottolineato nel documento di Visione2040 dedicato all’argomento, “dipende dall’incontro tra un deficit come dato di fatto e caratteristica personale e le condizioni contestuali”. La condizione del disabile quindi, atleta o persona normale, è strettamente legata al contesto sociale e infrastrutturale: “più la società permette l’integrazione del deficit al suo interno, più si riduce il grado di disabilità. Per questo riteniamo che la disabilità si delinea e si declina nella quotidianità e nelle sue specifiche, esattamente nel contesto in cui è inserita”.

 

Così come le Olimpiadi o tante altre grandi competizioni sportive, le emozioni saranno fortissime e gli spettatori si immedesimeranno negli atleti, gioendo alla vittorie e piangendo per le sconfitte, immaginando i sacrifici che hanno dovuto compiere per arrivare sino a Rio. Ma ricordiamoci che un mondo più equo e accessibile deve essere una conquista quotidiana, per la quale ci dobbiamo impegnare tutti: “la convivenza della diversità non può passare da grandi atti eroici, ma proprio e unicamente attraverso piccole regole di comportamento quotidiano condiviso e rispettato”.

Allo stesso modo, non serve a nulla l’assistenzialismo fine a se stesso, che spesso ha il malcelato obiettivo di far sentire meglio chi lo compie senza portare reali vantaggi a chi ne beneficia. Giungiamo dunque al punto fondamentale: cosa possiamo fare noi, oltre a seguire queste paralimpiadi come sportivi e appassionati?

 

Anzitutto rispettiamo gli spazi riservati ai portatori di handicap: un piccolo gesto da cui non può prescindere chi vuole definirsi una persona civile. Scegliamo uno stile di consumo critico, acquistando prodotti o servizi da aziende che danno lavoro a disabili. Se siamo noi a capo di un’azienda, pensiamo all’assunzione di una persona disabile come all’acquisizione di una reale risorsa, non come un riconoscimento formale. Facciamo cultura della disabilità, parlandone con serenità e smettendo di vederla con imbarazzo, come fosse un tabù.

Con questa consapevolezza possiamo seguire con passione questa grande manifestazione sportiva. La Rai trasmetterà 14 ore di diretta ogni giorno, l’importante è che il nostro coinvolgimento non finisca quando spegneremo il telecomando, ma prosegua ogni giorno, in ogni ambito della nostra vita, con i grandi così come con i piccoli gesti.

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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