“Voci dal Silenzio”, un viaggio tra gli eremiti d’Italia

Due giovani registi di Palermo stanno per intraprendere un viaggio lento per conoscere le storie di chi vive in solitudine. Le testimonianze dirette di queste esperienze saranno raccontate in “Voci dal Silenzio”, un documentario sugli eremiti d'Italia e sulla nostra comune esigenza di (ri)trovare un senso.

Ogni eremita è un mondo a sé. C’è chi ispirato da una fede cristiana, musulmana o buddista, chi dagli insegnamenti delle sacre scritture, dei maestri, dei profeti, chi invece da valori laici

Un viaggio lento, in camper, dal nord al sud del nostro Paese, per conoscere gli eremiti d’Italia e raccogliere le testimonianze dirette di chi ha intrapreso un autentico cammino di ricerca. Le storie, i conflitti e la vocazione di chi ha scelto di vivere in solitudine saranno raccontati nel documentario “Voci dal Silenzio”, che cercherà di sviluppare un discorso corale sull’esperienza ascetica. Le immagini si accompagneranno ai racconti degli eremiti, alle riflessioni degli autori, alle voci della natura e ai silenzi.

 

Prima di salire sul camper che li porterà per vie solitarie, Alessandro Seidita e Joshua Wahlen, due giovani registi di Palermo, mi hanno raccontato da dove è nata l’idea di questo progetto e cosa si aspettano da un viaggio che sarà, per loro stessi, occasione di raccoglimento, sorpresa e ricerca.

 

Ogni eremita è un mondo a sé. C’è chi ispirato da una fede cristiana, musulmana o buddista, chi dagli insegnamenti delle sacre scritture, dei maestri, dei profeti, chi invece da valori laici

Ogni eremita è un mondo a sé. C’è chi ispirato da una fede cristiana, musulmana o buddista, chi dagli insegnamenti delle sacre scritture, dei maestri, dei profeti, chi invece da valori laici

 

Da dove nasce l’idea di questo documentario?

 

Alessandro:
L’idea del documentario si può considerare una naturale conseguenza dei nostri lavori precedenti che, in qualche modo, hanno sempre ruotato intorno ad un unico argomento: “la crisi come possibilità di cambiamento, di trasformazione”. Una riflessione che ci ha portato a cercare nella zona di limite, nelle periferie dell’esistenza, perché consapevoli che spesso, per approdare ad un cambiamento, bisogna essere in grado di oltrepassare un confine, di scavalcare quelle false certezze che molte volte obnubilano la capacità di vedere e conoscere. Questo, però, richiede fatica e dolore. Lo si fa a prezzo di grosse rinunce, di profonde solitudini. Chi ne è capace? Sono in pochi.

 

Li abbiamo trovati per le strade, vestiti di stracci, dentro gli istituti penitenziari, nascosti dentro le espressioni indecifrabili dei folli. E il problema per noi non è stato quello di capire se queste persone sono veramente approdate a qualcosa, ma di riuscire a raccontare un particolare momento dell’esperienza umana, quello in cui ci si affaccia oltre i confini della propria condizione per poi esserne dolorosamente ricacciati. Ed è così che è nata in noi l’attenzione per la vita eremitica. Ossia: raccontare il luogo di conflitto tra la parte spirituale e quella animale dell’uomo, tra l’essere divino e quello psicologico. In queste esperienze ritornano i gesti più importanti mai compiuti dalla nostra specie: la ricerca delle particelle divine di cui è composta la nostra esistenza, il gesto di superamento della nostra natura animale.

 

"La scelta di vivere in solitudine resta, agli occhi dei più, una decisione enigmatica e controversa, se non incomprensibile"

“La scelta di vivere in solitudine resta, agli occhi dei più, una decisione enigmatica e controversa, se non incomprensibile”

 

Perché il titolo “Voci dal silenzio”?

 

Alessandro:
Potrebbe avere tanti significati, è un nome che si presta a tante letture. La voce potrebbe essere riferita alla voce del divino che l’eremita sente dentro di sé una volta riuscito a far tacere le voci del suo io psicologico, o al contrario, riferirsi proprio a queste voci, a quel chiacchiericcio interiore che si contrappone al silenzio della vita solitaria. Un’altra lettura, forse la più vicina alla nostra, è quella che fa coincidere queste voci con il bisogno che ha l’uomo della “condivisione”, bisogno spesso capace di sottrarsi alle rigidità dell’esperienza eremitica. In fondo, per riuscire a girare questo documentario dobbiamo ben sperare che queste persone abbiano il desiderio di condividere l’esperienza con noi…

 

Volevo chiederti proprio questo. Chi sceglie di vivere da eremita è forse molto attento a preservare questa sua condizione. Come pensi possa accogliere voi e la vostra videocamera?

 

Alessandro:
Penso che qualsiasi cammino di conoscenza non possa prescindere dalla relazione con gli altri. Questo è un elemento ben conosciuto da tutte le persone di spirito. Il ritorno alla condivisione è sempre stato l’anello ultimo, il luogo che fa seguito al deserto, alla grotta. Si fa sempre un grosso errore nel far coincidere la solitudine dell’uomo in ricerca con la chiusura nei confronti del mondo. L’isolamento, la solitudine, sono una fase necessaria nel cammino, un punto da cui si deve passare affinché ci si possa porre in una vera condizione di ascolto. E quando questo ascolto è sincero e autentico ne consegue la profonda apertura nei confronti del mondo.
È probabilmente questo che fa la differenza rispetto all’altro isolamento, quello nutrito dell’incapacità di stare con l’altro. E per quanto ci si possa operare a celare le nostre paure e fragilità nelle più alte aspirazioni – e l’uomo in questo è davvero maestro – prima o poi i frutti marci di questo gioco narcisistico vengono alla luce.

 

Dunque, ritornando alla tua domanda, penso che ci sia una forte urgenza di raccontare certe esperienze, soprattutto oggi, nel momento in cui la comunicazione si è resa così chiassosa e priva di contenuti. E sono convinto che ogni persona incontrata concorderà con questo presupposto. Sul fatto se il cinema, e il documentarismo in questo caso, sia il mezzo idoneo per raccontare questa esperienza è qualcosa che non so dirti adesso, si vedrà in corso d’opera, all’interno della sincera relazione tra noi e le persone incontrate.

 

Il documentario, attraverso la diretta testimonianza degli eremiti, cercherà di sviluppare un discorso corale sull’esperienza ascetica

Il documentario, attraverso la diretta testimonianza degli eremiti, cercherà di sviluppare un discorso corale sull’esperienza ascetica

 

 Ho letto che il vostro sarà un viaggio lento, in camper. C’è una relazione tra questa scelta di viaggiare con lentezza e la finalità del vostro progetto?

 

Alessandro
È un argomento davvero interessante. Penso che ci sia un ritmo biologico dell’osservazione. Voglio dire, il nostro camminare procede con un certo ritmo, con una certa velocità. Quando la nostra specie ha lasciato gli alberi per abitare la savana e conquistare la posizione eretta è iniziata una nuova stagione per l’uomo, così come lo è ancora per il bambino che comincia a muovere i primi passi. Cambia tutto il modo di percepire le cose, di interagire con il mondo. Il nostro mondo tecnologico ha completamente trasformato il nostro modo di viaggiare, e quindi di conoscere. E quello che c’è di più grave è che l’uomo è rimasto totalmente affascinato da questa alterazione: amiamo arrivare da tutte le parti, nel più breve tempo possibile e, non ci limitiamo a viaggiare noi stessi, facciamo viaggiare le cose alla stessa folle velocità, il cibo, gli oggetti, qualsiasi cosa. Il problema è che più ci spostiamo meno siamo capaci di vedere e ascoltare. La velocità impoverisce la nostra capacità di osservazione, dovrebbe essere un dato di fatto per tutti noi.
In realtà avremmo voluto fare il viaggio a piedi, così com’era stato fatto da Federico Tisa, il fotografo che ci ha ispirato con la sua ricerca e che adesso è parte integrante del nostro lavoro. Ma il documentarismo richiede attrezzatura spesso ingombrante che è difficile da gestire in un viaggio a piedi.

 

Che rapporto c’è tra gli eremiti e la natura?

 

Alessandro:
L’eremita, nel suo ritorno alle radici del suo essere, fa esperienza anche di un altro ritorno, quello dell’uomo alla natura. Il cammino dell’eremita è un cammino che tende a ristabilire i vecchi rapporti con l’esistenza, riscoprirne i riti, le forme essenziali del vivere.
È una relazione imprescindibile questa. L’uomo se n’è completamente sottratto attraverso il suo gioco di controllo e dominazione. Ma in questa maniera non ha più bussole per orientarsi, non sa più cosa è essenziale per la sua vita e cosa non lo è. Una vita ben vissuta è quella capace di non perdersi nel superfluo, ma di rimanere nell’essenziale. E la natura è il luogo in cui è racchiusa questa essenzialità, del vivere e del morire.

 

"L’eremita, nel suo ritorno alle radici del suo essere, fa esperienza anche di un altro ritorno, quello dell’uomo alla natura"

“L’eremita, nel suo ritorno alle radici del suo essere, fa esperienza anche di un altro ritorno, quello dell’uomo alla natura”

 

In che luoghi e modi vive chi sceglie di vivere da eremita?

 

Joshua:
Anche se aumentano le figure metropolitane che ricercano l’ascesi tra le mura di un’abitazione, spesso inglobate in un condominio, a ridosso di una via trafficata, la natura resta sicuramente il luogo ideale. Dopotutto in essa è racchiuso il senso primo e ultimo delle nostre esistenze.
Se considerassimo l’evoluzione dell’uomo come una continua stratificazione d istanze culturali, ci accorgeremmo di una intricata maglia di modelli percettivi, cognitivi, sociali, di abitudini, usi e costumi, oggi interamente trainata da imponenti sviluppi tecnologici e interessi economici. Il risultato sono intere vite consumate a soddisfare bisogni e necessità artificiali. Personalmente fatico a considerare questo un reale progresso.

 

Ecco perché ritengo necessario un passo indietro, riconsiderare la vita nelle sue forme più semplici e arcaiche. E la natura offre questa possibilità. In essa, e con essa, possiamo attuare quel processo di liberazione che ci riavvicina a qualcosa di più autentico. Da qui, forse, la scelta del ritorno alla terra. I modi poi in cui l’eremita abita la natura rispecchiano a mio avviso esigenze puramente soggettive. C’è così chi vive in eremi, chi in capanne, chi in grotte. Chi contempla l’esterno e chi osserva i propri moti interiori, chi si opera per la propria sussistenza e chi delega i propri bisogni a un dio. C’è ancora chi attende una visita e chi, da queste visite, fugge. Se mosso poi da un credo religioso, sarà la tradizione stessa a suggerire buone pratiche e preghiere.

 

Perché, secondo te, si sceglie di vivere in solitudine? Credi che dietro queste scelte di vita ci sia più una ribellione verso “il sistema” o un desiderio intimo di ricerca spirituale?

 

Joshua:
Prima di risponderti credo convenga rimarcare una differenza tra le solitudini ricercate e quelle subite. Le due condizioni non sono prive di punti di contatto. Eppure, quando l’isolamento è frutto di una scelta consapevole, si configura il più delle volte come edificante e costruttivo, quando è conseguenza di un’emarginazione imposta tende invece a inaridire lo spirito.
Torniamo così al perché si sceglie di vivere in ritiro: il motore, quasi sempre, è un desiderio di crescita. Alcuni, nella solitudine, intravedono un potenziale trasformativo, una dimensione adatta a smussare quanto di negativo si è coltivato nel tempo. Per altri è un passaggio obbligato, un ponte ideale per la contemplazione.

 

Ma c’è anche chi, nell’eremitaggio, intravede semplicemente un rifugio. Il ritiro servirà allora a preservarsi dalle rigide strutture sociali, dalle macroscopiche ipocrisie del nostro tempo. Le motivazioni, come ben vedi, possono avere forme assai diverse. D’altronde, se si vuole approdare a una più acuta comprensione del mondo e ragionare sul senso delle cose, occorre concentrarsi, e la concentrazione passa necessariamente attraverso fasi di dialogo con se stessi, intime e solitarie. In ultima istanza, possiamo considerare la solitudine una via maestra. Che si sia mossi da un bisogno spirituale o dall’opposizione a un sistema risulta secondario.  In entrambi i casi, tuttavia, le insidie son dietro l’angolo.

 

"L’eremita è una figura onnipresente nella storia dell’umanità. In ogni secolo ci sono stati uomini che hanno intrapreso una via solitaria all’interno dell’esperienza spirituale"

“L’eremita è una figura onnipresente nella storia dell’umanità. In ogni secolo ci sono stati uomini che hanno intrapreso una via solitaria all’interno dell’esperienza spirituale”

 

Quali saranno le modalità del vostro viaggio? Conoscete già l’itinerario? E gli eremiti che incontrerete?

 

Joshua:
Le modalità del viaggio sono ancora oggetto di discussione, resta infatti un solo nodo da sciogliere: affrontare la prima parte del viaggio insieme o in solitario, ognuno immerso in una propria esperienza di ricerca. La tentazione per la seconda scelta è forte. L’unico deterrente è puramente tecnico. Dovendosi fare carico in solitario del ruolo di ramingo, esploratore, regista, operatore e fonico, rischieremmo di trascurare alcuni aspetti tecnici a favore di un’esperienza personale. Crediamo invece che i tempi siano maturi per concentrarci unicamente sulla narrazione. Ecco perché, alla fine, è più plausibile che si parta insieme. Decideremo comunque a breve.

 

Di certo non seguiremo un rigido itinerario. Abbiamo una mappa dell’Italia, con tutti i riferimenti fin qui raccolti e pur ottimizzando gli spostamenti, lasceremo che il caso e le sensazioni del momento giochino un loro ruolo. Essere pronti ad accogliere l’imprevedibile è una buona pratica, un tipo di apertura alla vita che rivela un certo equilibrio. L’augurio è che anche le figure che andremo a trovare siano inclini a giocare con il caso e ad accoglierci. Alcuni, per dei contatti pregressi, so già che lo faranno, altri lo scopriremo in itinere.

 

In che modo si può sostenere il vostro progetto?

 

Dopo l’esperienza di Corrispondenze, nostro ultimo documentario, sentivamo l’esigenza di snellire l’apparato produttivo e muoverci con maggiore libertà. In quel caso la natura stessa dell’opera, sviluppata a partire dall’incontro con alcuni detenuti, ci ha costretto a lunghe trafile burocratiche: l’attesa dei permessi, gli incontri concordati in rigide griglie temporali, le numerose collaborazioni, gli esiti dei bandi che tardavano ad arrivare.

 

Con Voci dal Silenzio vorremmo tornare a dirigere il processo creativo senza tali condizionamenti. Avere insomma la possibilità di deviare dai percorsi tracciati, di scoprire in itinere qual è il tempo adatto ad ogni incontro, di assecondare pienamente i nostri ritmi d’osservazione e far sì che l’atto stesso del riprendere assuma una profondità meditativa.

 

Per farlo occorre svincolarsi da certi sistemi produttivi. Ecco perché abbiamo lanciato una campagna di crowdfunding. La partecipazione del pubblico è quindi fondamentale per la buona riuscita del progetto. Prenotando in anticipo una copia del Dvd, una diretta streaming o una proiezione pubblica su Produzioni dal basso  ci verrà data la possibilità di coprire una parte delle spese produttive. Sulla stessa pagina troverete anche un resoconto più dettagliato del progetto. Infine, per chi volesse essere aggiornato sugli sviluppi, l’invito è a seguirci sulla pagina Facebook di Voci dal Silenzio.

 

Foto di Federico Tisa, fotografo torinese che nella primavera del 2014 decise di attraversare l’Italia a piedi, zaino in spalla e macchina fotografica, con l’intento di creare una relazione intima con gli eremiti.

 

 

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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