Di chi è la colpa?

Di chi è la colpa se le cose non vanno in questo mondo e ci troviamo ad affrontare problemi enormi come i cambiamenti climatici, le disuguaglianze sociali ed economiche, le malattie, l’inquinamento? La colpa è dei banchieri? Dei politici? Del vicino che fa fare i bisogni del cane sul marciapiede? È colpa nostra? È colpa della “gente” che - come noi - permette al sistema di comandarla a suo piacimento? Ma soprattutto, è utile cercare un colpevole?

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C’è un racconto molto interessante che è stato tramandato oralmente per generazioni all’interno della tribù degli Xoulhata dell’America Centrale. Recita all’incirca così:

 

Un giorno un uomo scoprì che il suo vicino di casa gli aveva rubato la pecora e l’aveva arrostita. L’uomo si arrabbiò molto, andò a casa del vicino con l’intenzione di fargliela pagare.

Ma il vicino, che di mestiere faceva il pescatore, gli disse: “Ho rubato la tua pecora per nutrire i miei figli perché non ho più niente. La colpa non è mia ma del mio vicino che ha rubato l’acqua del lago, facendo morire i pesci”.

Allora l’uomo andò a casa del vicino del vicino con l’intenzione di fargliela pagare, ma questo, che di mestiere faceva l’agricoltore, gli disse: “la colpa non è mia ma del Dio della pioggia, che non ha fatto piovere e quindi io ho dovuto prendere l’acqua dal lago per innaffiare i miei campi”.

Allora l’uomo andò da Dio della pioggia con l’intenzione di fargliela pagare ma il Dio disse: “la colpa non è mia ma di tuo figlio che mi ha pregato a lungo perché non facessi piovere”

Allora l’uomo andò da suo figlio con l’intenzione di fargliela pagare, ma il figlio disse: “la colpa non è mia ma tua, che non mi fai uscire quando piove. E visto che io voglio giocare fuori prego perché non piova”.

Allora l’uomo non seppe più cosa fare.

 

Ora i lettori più attenti si saranno accorti da alcuni dettagli che il racconto non può essere attribuito veramente alla tribù degli Xoulhata, in primo luogo perché la tribù degli Xoulhata non aveva problemi a far uscire i bambini di casa quando pioveva e in secondo luogo perché essa non aveva una tradizione narrativa orale vera e propria visto che non è mai esistita. Me la sono appena inventata, così come il racconto in questione, perché attribuirlo a una tribù di nativi americani faceva decisamente più effetto. Comunque non è questo il punto.

 

Il punto è: di chi era, secondo voi la colpa nel racconto? Del vicino? Del vicino del vicino? Del Dio della pioggia? Del figlio? Dell’uomo stesso?

 

Ci ostiniamo in ogni situazione a voler individuare un colpevole a cui addossare tutta la resposabilità di qualcosa. Ma ha senso? E se non lo ha, perché continuiamo a farlo? Come l’uomo del racconto, siamo spesso ossessionati dalla ricerca del colpevole. È un gioco che ci appassiona molto: qualsiasi cosa succeda di sbagliato la prima cosa che ci chiediamo è: di chi è la colpa?

 

Di chi è la colpa se le cose non vanno in questo mondo e ci troviamo ad affrontare problemi enormi come i cambiamenti climatici, le disuguaglianze sociali ed economiche, le malattie, l’inquinamento?

 

La colpa è dei banchieri? Dei politici corrotti? Del vicino che fa fare i bisogni del cane sul marciapiede? E allora vai con le crociate purificatrici, con la caccia alle streghe.

 

È colpa nostra? È colpa della “gente” che – come noi – permette al sistema di comandarla a suo piacimento? Perché non alziamo tutti la testa assieme e non ci ribelliamo uniti? Siamo tutti pecore! E allora vai con la autofustigazioni e le reprimenda.

 

Insomma, in qualsiasi modo la si metta non quadra. Il punto è che cercare e punire il colpevole di turno non serve a modificare di una virgola il sistema, perché una volta che lo avessimo punito e tolto di mezzo ci accorgeremmo che il sistema ne ha già prodotto un altro uguale al precedente, e che quel colpevole era nient’altro che il risultato inevitabile del sistema stesso.

 

Allora la colpa è del sistema? Bah, che io sappia i sistemi non sono particolarmente interessati alle colpe o ai meriti, si limitano semplicemente a funzionare in determinati modi. Peraltro dare la colpa “al sistema” spesso sottintende implicitamente l’identificare il sistema con un gruppetto di persone ultrapotenti che sedute intorno a un tavolo in qualche stanza segreta decidono le sorti del mondo schiacciando qualche tasto. Che poi magari quel tavolo esiste anche, non lo metto in dubbio, ma pensare che sia “colpa loro”, che siano loro il problema, ci fa mancare di nuovo il bersaglio. Se anche eliminassero le persone potenti in questione, essere sarebbero rimpiazzate in un batter d’occhio da altre, sedute ad un altro tavolo ma con le stesse identiche caratteristiche. Perché? Perché il sistema che ha prodotto quel tavolo è rimasto immutato.

 

Ma quindi non si può fare niente? Fortunatamente non è così. Una volta appurato che il gioco del “Di chi è la colpa?” non porta a niente e fa parte dei meccanismi di questo sistema possiamo aprirci ad altri giochi. Ci sono tanti altri giochi interessanti a cui giocare, che vanno – questi sì – a cambiare il funzionamento del sistema. Giochi basati sulla collaborazione, che ci aiutano a riconoscere i meccanismi a cui tutti inconsapevolmente prendiamo parte e a non giudicare gli altri e noi stessi.

 

Parlo di “giochi” come la sociocrazia, la facilitazione, la comunicazione non violenta, che cambiano il nostro modo di rapportarci con gli altri e con noi stessi. Io non sarei in grado di spiegarveli in maniera esaustiva, ma in Italia esistono persone preparatissime che tengono corsi e incontri formativi, che possono spiegarci come introdurre questi piccoli tasselli di cambiamento nelle nostre vite e nel rapporto con gli altri. Quindi se questo articolo vi è sembrato interessante o vi ha incuriosito, magari andateveli a cercare e ad approfondire. 

 

Se invece lo avete trovato inutile, noioso o poco interessante che dire… mi dispiace, colpa mia!

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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