Greenpeace: “Blocchiamo le dighe che mettono a rischio l’Amazzonia”

Le multinazionali dell'energia hanno decine di progetti di centrali idroelettriche in cantiere nell'area amazzonica. Ciascuno di essi però avrebbe conseguenze devastanti sull'ecosistema e sulle popolazioni indigene che abitano la zona, come la tribù dei Munduruku. Greenpeace sta raccogliendo firme in loro sostegno da inviare al Governo brasiliano.

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Il cuore della Foresta Amazzonica e gli indigeni Munduruku sono minacciati da dozzine di progetti per la costruzione di dighe idroelettriche. Greenpeace invita a firmare la petizione per chiedere al governo brasiliano di riconoscere agli indigeni l’autorità su queste terre e garantire per sempre la loro protezione. “L’energia che distrugge non è mai energia pulita. Le alternative esistono”.

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Il governo brasiliano tra pochi giorni prenderà un’importante decisione sul futuro della foresta amazzonica: numerose terre indigene rischiano la deforestazione ed il Governo deve decidere se riconoscere agli indigeni l’autorità su queste terre e garantire per sempre la loro protezione. “Facciamo pressione sul Governo Brasiliano per spingerlo a prendere la giusta decisione: riconoscere ufficialmente le terre indigene dei Munduruku e dichiarare questa zona al sicuro dallo sfruttamento!”, scrive Greenpeace invitando a firmare la petizione.

 

La valle del fiume Tapajós, ricca di biodiversità e abitata dagli indigeni Munduruku, rischia di essere distrutta per far spazio a 42 dighe idroelettriche. Un progetto folle che interessa alle multinazionali, pronte a devastare la foresta in nome del profitto. “Da mesi – scrive Greenpeace – stiamo protestando al fianco degli indigeni Munduruku. In tutto il mondo, un milione e mezzo di persone ha già aderito alla nostra campagna, e il 5 agosto 2016 queste pressioni hanno spinto il Governo Brasiliano ad annullare la licenza di costruzione della mega diga idroelettrica di São Luiz do Tapajós”.

 

Ma questo non basta. Come scrive l’associazione, l’unico modo per mettere definitivamente al sicuro il cuore dell’Amazzonia dalle multinazionali è che il Governo Brasiliano riconosca ufficialmente l’area del fiume Tapajós come terra ancestrale dei Munduruku. “Mettiamo fine ai progetti folli che non portano nessun beneficio alle popolazioni locali come i Munduruku, che da generazioni vivono in armonia con tutte le straordinarie specie che popolano la foresta!”, chiede Greenpeace. Una centrale idroelettrica potrebbe sembrare una soluzione energetica pulita, ma non è così. Le aziende come Siemens e General Electric, interessate alla costruzione di grandi complessi idroelettrici, hanno come unico scopo il profitto anche a scapito dell’ambiente e delle persone.

 

 

In ecosistemi così fragili, le dighe avrebbero un impatto sociale ed ambientale devastante. Per realizzarle infatti migliaia di chilometri di foresta vergine sarebbero devastati e allagati. La deforestazione e l’allagamento di materia organica produrrebbero emissioni di carbonio e metano che, liberandosi nell’aria, contribuirebbero all’aumento dell’effetto serra. Villaggi, comunità tradizionali, piante ed animali che dipendono dal fiume sarebbero danneggiati per sempre. I Munduruku sono un gruppo indigeno di almeno 12.000 persone che da generazioni vive nell’area intorno al fiume Tapajós. Dipendono dal fiume per procurarsi cibo, per spostarsi e per far sopravvivere la loro cultura ancestrale. Perdere il fiume per loro significherebbe perdere il loro stile di vita, per questo hanno lottato contro la realizzazione della mega-diga São Luiz do Tapajós e, grazie anche all’aiuto di Greenpeace, sono riusciti a vincere questa battaglia.

 

Il Brasile è un paese soggetto a frequenti siccità, che mettono costantemente a repentaglio la reale capacità di produzione energetica delle dighe. Le alternative esistono. “L’energia solare e quella eolica rappresentano alternative migliori: ci sono progetti per portare energia solare nelle scuole e nelle piccole comunità, che stanno già rivoluzionando il sistema energetico brasiliano”. 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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