Io faccio così #139 – Ivan Fantini: una vita di cambiamenti… verso la libertà

Cuoco “eterodosso e dimissionario”, agricoltore e scrittore per urgenza. La stimolante esperienza di Ivan Fantini e gli innumerevoli cambiamenti affrontati nella sua vita permettono di porci domande sul senso del nostro agire quotidiano.

Ivan Fantini

Ivan Fantini è una di quelle persone che va dritta al punto e, così anche noi, prima di raccontarvi la sua storia, ve lo introduciamo subito con le sue parole, nude e crude.

 

“L’unica soluzione è non entrare dentro il sistema. Tu sei uno ed unico, non è che ti isoli. Costruisci te stesso, nel contesto in cui vivi. Apparentemente sembra non serva a nulla, ma la teoria del tuo esempio se contamina ha fatto la rivoluzione. Io non devo convincere nessuno. È la condotta dell’essere umano che sta al mondo che porta ai cambiamenti”.

 

E lui di cambiamenti nella vita ne ha vissuti parecchi. Cerchiamo di ripercorrere la sua vita, partendo dalla definizione data a lui da Franco Arminio, di “cuoco eterodosso e dimissionario”. “Forse lo sono sempre stato. Non mi sono mai trovato bene nei gangli della cucina canonica o quella che viene definita tale. Il pensare di poter cucinare adoperando prodotti che provengano dai contadini vicino casa era un discorso che non faceva né tendenza né moda, non pensava ce ne fosse bisogno. Parlo di venticinque anni fa”.

 

Era un discorso che ai tempi non aveva le mire di riconvertire le persone ad un certo tipo di alimentazione. “Lo facevo e basta, sono cresciuto in una famiglia per metà contadina e per metà operaia. Ho cominciato a lavorare in cucina per forza a 17 anni perché la famiglia lo richiedeva”. Così nel tempo ha continuato a fare il cuoco perché gli garantiva l’indipendenza a livello economico.

 

 

La svolta è stata incontrare persone che appartengono alla cultura italiana che non avevano nulla a che fare con la gastronomia ma che “mi hanno aperto gli occhi su quella che doveva essere la vita. Ho trasportato quelle esperienze nella gastronomia”.

 

Così decide di non rifarsi ad una filiera commerciale già al tempo di un mercato semi-globalizzato e delle multinazionali. Lavorava con vignaioli, i contadini, i norcini locali in maniera diretta. “E questo provocava fastidio”.

 

Quando sosteneva questi concetti a livello teorico veniva snobbato da quando nel 1994 ho avuto la possibilità di lavorare con persone che mi ascoltavano è cominciata la diatriba con il mercato vero e proprio, con i ristoratori, con i clienti. Con le persone che circondano un luogo che fa della ristorazione e dell’accoglienza la sua vita.

 

Inizia a cucinare per il centro culturale “Quadrare il circolo”. Il giornalista Michele Marziani scrisse un articolo sulla sua cucina, invitando le persone ad andare a provarla in un luogo “nascosto, buio e che per trovare l’entrate si fa fatica”.

 

In molti, così, vennero a vedere cosa succedeva all’interno di questo circolo culturale. “Si accorsero che con niente si faceva una gastronomia sufficientemente buona, dove venivano serviti piatti con due o tre ingredienti con i loro colori in un luogo scuro e introvabile. E questo accadeva senza far parte di quella filiera legata al mercato commerciale e delle multinazionali”. Questa esperienza durò tre anni, prendendo il nome di “Stalla di Pegaso”.

 

“Lavoravo a stretto contatto con quella che per me era la verità, e cioè i contadini. Andavo a seminare, a coltivare le verdure che mi servivano. Andavo ad uccidere il maiale e a scegliere le carni che mi servivano nel mio luogo. La spinta verso la verità me l’hanno data persone che, apparentemente, non c’entravano nulla con il mondo della gastronomia”. Come vi dicevamo, Ivan è una persona schietta e dice cose non banali. “L’approccio di ogni uomo è con il cibo. In una società opulenta come la nostra, ciò accade anche tre volte al giorno. Se te osservi una persona per come si sceglie il cibo, per come lo manipola, qualcosa lo impari se hai un punto di vista sano”.

 

Ivan Fantini

Ivan Fantini

 

Una visione che non è giunta tra i fornelli e i coltelli. “Non sono stati i cuochi a insegnarmi tutto ciò. I cuochi mi insegnavano a cuocere bene la bietola, mi nascondevano i limoni sotto la stufa per punizione. Era una camerata nella quale tu, fin quando non arrivavi all’apice, subisci le angherie di un manipolo di persone che credevano che quella fosse la strada obbligatoria”.

 

Chiusa l’esperienza in Quadrare il circolo, ha lavorato in un bar nel paese di Morciano di Romagna, creando relazioni e progetti tra i giovani e gli anziani del posto. Dopodiché ha collaborato a Torino con la Scuola Holden per diverse istallazioni gastronomiche. Dopo diverse esperienza, tra le quali anche quella teatrale, venne richiamato da un amico a San Clemente. Sentiva parlare di me e mi disse: “Devi tornare a fare l’Ivan a casa tua”. Così “ho realizzato il sogno della mia vita, proprio nel mulino dove andavamo a giocare da bambini. Ho visto lo spazio e quel luogo è diventata l’osteria Veglie in volo, dove ho cominciato davvero a fare Ivan Fantini. Ho fatto il cuoco – continua così Ivan – come desideravo. Aperto solo quattro giorni a settimana, solo per 28 persone, con quello che riuscivo ad avere come materia prima. Il menù cambiava ogni giorno. Gli altri giorni li passavo in campagna a fare i formaggi e le carni”.

 

Per cinque anni ha funzionato molto bene, era infatti considerato tra i migliori cuochi della Romagna. Dal 2008 è iniziato il declino, “in seguito alle nuove leggi sul fumo, sul controllo dell’alcool e del protocollo haccp”. Gli chiediamo in che senso tali nuove regolamentazioni hanno influenzato la sua attività. “Andavano fatte in maniera diversa. La biodiversità non era considerata. Io avevo un pubblico che da mezzanotte alle quattro ascoltava del jazz, leggeva poesie, sorseggiava distillati e mangiava cioccolata, marmellate e fumava sigari”.

 

Fu, quello, un periodo molto difficile per Ivan. “Ho avuto una crisi psico fisica, che si è riversata sul colon discendente. Sono dimagrito 10 chili. La mia passione mi stava ammazzando. L’unica cosa che potevo fare era smettere. Sono stato sconfitto da un sistema che non ho combattuto ma che credevo, almeno nel mio luogo e con la mia gente, potesse cambiare. Non ci sono riuscito. Ho accettato la sconfitta, perché le sconfitte possono servire. Ho smesso di voler cambiare il mondo e ho iniziato a voler cambiare me stesso in questo mondo”.

 

Siamo concentrati nell’ascoltarlo, le sue parole ci coinvolgono.

 

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Le enormi energie che ciò gli aveva generato le ha trasferite nel tagliare legna, disboscando un intero bosco e facendone un orto. Da lì è nato Boscost’orto, nome che si trova ora nei vasetti di marmellata da lui prodotti. L’orto ha iniziato a dargli un minimo di autonomia alimentare.

 

“Mi venne chiesto di buttare tutta la sua rabbia che avevo addosso per iscritto”. Così è nato il primo romanzo, Anonimo fra gli anonimi. Anche questa esperienza è servita molto a Ivan nel suo percorso di crescita. “Non avevo accettato le regole dell’editoria. Mi volevano diverso, ero bello e tatuato e potevo sfondare come personaggio”. Così decide di lasciare la casa editrice e regalarlo nel web. Lì “un piccolo editore l’ha considerato un manifesto politico e l’ha voluto stampare, a patto che non ne fosse cambiata una virgola da quello originale”. Dopo il primo romanzo è così uscito anche il secondo, Educarsi all’abbandono.

 

Così iniziano lunghe passeggiate, raccogliendo frutti selvatici e bacche. Da lì nasce l’idea di produrre marmellate e succhi di frutta. Con il baratto gli giungono cose che non riesce a prodursi, come il caffè, il riso, la farina di farro.
“Da una cassa di mele vengono fuori 14/15 barattoli di marmellata. È un qualcosa di enorme. È chiaro che ci vuole una persona che faccia e curi questa attività”.

 

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“Ci sentiamo molto ricchi. Una regola c’è, anche per noi anarchici: noi non abbiamo paura dell’altro, mai. Chi arriva, arriva. Hai difronte una persona anticapitalista e antifascista, decidi tu se starci o meno assieme”.

 

Io non posso più credere al senso collettivo della cosa, credo a tanti uno che che fanno il collettivo.
L’Italia che cambia c’è e fa davvero. Se io cambio quotidianamente è perché mi è arrivato qualcosa di nuovo ed è sempre qualcosa di cui non ho paura ed è qualcosa che mi fa reagire. Conosco dei romagnoli che fanno sul serio”.

 

E, sul serio, ringraziamo Ivan per aver condiviso con noi la sua illuminante vita da cuoco dimissionario eterodosso e scrittore per urgenza.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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