Legge sul caporalato, ecco cosa cambia nelle campagne italiane

È stata definitivamente approvata la legge sul caporalato che, tra le altre cose, estende la condanna non più soltanto al caporale, intermediario tra l’azienda e il bracciante, ma anche al datore di lavoro stesso che impiega personale reclutato dai caporali. Si tratta di un primo passo importante nella lotta contro lo sfruttamento dei lavoratori nelle campagne italiane. La strada, però, è ancora lunga...

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Il 18 ottobre è stata approvata in via definitiva dalla Camera dei Deputati la legge sul caporalato. Il testo, presentato dal ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina e dal ministro della Giustizia Andrea Orlando, ha l’obiettivo di contrastare lo sfruttamento della manodopera agricola nelle campagne italiane.

 

Cosa cambia? La legge riscrive il reato ed estende la condanna non più soltanto al caporale, intermediario tra l’azienda e il bracciante, ma anche al datore di lavoro stesso che impiega personale reclutato dai caporali. Già nel 2011 era stato introdotto il crimine di caporalato all’interno del codice penale ma si era dimostrato come un atto puramente demagogico e non aveva portato alcun cambiamento. Il caporale diventava infatti il capro espiatorio di ingiustizie e squilibri insiti nell’intera filiera alimentare, si salvavano i proprietari d’azienda e si punivano solo i casi in cui lo sfruttamento coinvolgeva più di quattro persone, o i minorenni o se la persona sfruttata veniva messa in grave pericolo di vita.

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Con la nuova legge è prevista la reclusione del caporale da uno a sei anni e una multa da 500 a mille euro per ogni persona reclutata. In alcuni casi è stabilita per il proprietario la confisca dei beni, i cui proventi entreranno nelle casse del fondo antitratta. Nel testo sono previste inoltre alcune misure di tutela del lavoro agricolo destinate soprattutto ai braccianti.

 

La nuova legge è stata accolta con soddisfazione perché introduce cambiamenti importanti, ma nello stesso tempo deve essere considerata solo l’inizio di una strada ancora lunga da percorrere. “Introdurre la responsabilità delle aziende è un grande salto culturale – scrive TerreLibere.org, promotrice dell’iniziativa #FilieraSporca insieme a daSud  e Terra! Onlus – fino a adesso le grandi aziende dicevano di non sapere cosa succede ai livelli più bassi della filiera e quelle piccole si difendevano con la necessità dello sfruttamento”.

 

Ma alcuni punti ancora non piacciono. Si mantiene un approccio prevalentemente repressivo, non si prevedono ipotesi di sfruttamento oltre il caporalato (sebbene esistano e rappresentino una realtà consolidata) e, infine, sembra una legge di difficile applicazione nella realtà. Se un primo passo è stato fatto, bisogna continuare a camminare.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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