Transition Town Totnes: la Transizione dietro le quinte

Come si realizza la Transizione nella cittadina nel sud-ovest dell'Inghilterra dove il movimento è nato? Ce lo racconta Deborah Rim Moiso che ha visitato l’ufficio di Transition Town Totnes. Ecco cosa succede dietro le quinte...

Piante commestibili nelle aiuole sparse in ogni angolo della città: è questo il progetto “Incredible Edible”

Mi trovo per un mese a lavorare a Totnes nell’ambito di un progetto europeo: quel che si vede da fuori, camminando per la High Street, ho cominciato a raccontarlo in questo articolo. Negozi locali, un’economia vivace, molto colore. Si, ma Totnes ha una storia di unicità che risale a ben prima che a Rob Hopkins venisse in mente di iniziare un esperimento sociale e chiamarlo “transizione”. L’architettura stessa di Totnes l’ha protetta, in un certo senso, dall’invasione delle catene commerciali: gli edifici della High Street sono particolari, stretti e lunghi. Secondo i locali questa conformazione ha dato al posto un po’ di tempo in più per organizzare una “resistenza culturale”. Vale allora la pena di esplorare un po’ la domanda: dove sta la Transizione, a Totnes, e che differenza fa?

High Street, Totnes

High Street, Totnes

 

Il posto più logico dove cominciare è l’ufficio di Transition Town Totnes, il gruppo locale di Transizione, tra la biblioteca e il “People’s Café”, dove incontro Fie, una studentessa di Copenhagen qui per studiare la ri-localizzazione economica. La stanza, come del resto tutta Totnes, è coperta di volantini di mille iniziative. Penso che Totnes sia il posto con il più alto tasso di volantini pro capite d’Inghilterra. Volantini e lavagnette. Complice il gusto inglese per la scritte e le spiegazioni, praticamente ad ogni angolo c’è una lavagna con informazioni colorate su cosa qui si è fatto e cosa c’è da fare. Vicino a una panchina “Questo spazio è stato creato da un gruppo di cittadini per…”. Nel parco “Cosa c’è da fare? Innaffiare le piante, riempire le mangiatoie degli uccelli…”. Nell’ufficio di Fie “Cose di cui andiamo fieri…”.

 

Fie è indaffarata nelle preparazioni del mercato che si svolgerà il giorno dopo. La seguo mentre attacca cartelli (e volantini) in giro per le strade. Voglio vedere la Transizione dietro le quinte. “Stiamo organizzando un festival che è anche un esperimento e allo stesso tempo è un lavoro di ricerca” mi spiega. “Qui c’è un mercato settimanale che ha molti prodotti locali, e un mercato mensile incentrato sul cibo. Ma con questo festival abbiamo voluto portare il discorso un passo più in là: chiediamo che tutto quello che è esposto provenga da un territorio che abbiamo identificato come un cerchio di 30 miglia intorno a Totnes. È una celebrazione del territorio, una sfida e una provocazione: possiamo nutrirci con quello che c’è qui?”. Il numero di 30 miglia (circa 50 km) è una scelta arbitraria ma fatta con la testa: corrisponde a uno studio che compara diverse città e paesi del Regno Unito analizzando le produzioni locali. “Il cerchio che vedi” mi spiega Fie “non è un limite o una barriera. Piuttosto è una lente attraverso cui mettere a fuoco quello che abbiamo vicino, dargli un valore, uno spazio in cui possiamo essere anche molto creativi”.

 

Birra locale

Birra locale

E creativi lo sono di sicuro i produttori che incontro il giorno dopo al mercato. Chi produce solo uova ha preparato meringhe. C’è il gelato col latte locale, la birra prodotta alla New Lion, il birrificio locale tanto celebrato nel blog di Rob Hopkins (e non posso non comprare una “Totnes Stout”), ci sono zuppe, insalate, formaggi e, stupore degli stupori, il vino locale. Non mi crederete, ma il bianco è pure buono. Le vigne crescono su una collina a bordo del fiume Dart e ricevono un po’ di sole extra dal riflesso dell’acqua. Una buona progettazione insomma.

 

A due passi dal mercato ci sono altri progetti nati da Transition Town Totnes. Joy, sorridente (di nome e di fatto) signora in pensione, mi illustra “Incredible Edible”, un progetto in cui piante commestibili sono sparse in aiuole di bancali alla stazione, vicino al campo di rugby, un po’ in ogni angolo, e “Gardens for Health”, orti per la salute, un giardino coltivato da medici e pazienti. Sono spazi piccoli, fioriti e abbondanti, che da soli non cambieranno il mondo.. ma non è questo il punto. “Abbiamo cominciato a vedere le persone trasformare il giardino davanti a casa da prato all’inglese con quattro primule a orti urbani e forest garden. Questi progetti non sono abbastanza da nutrire la città, ma sono abbastanza da cambiare la conversazione”.

 

E “cambiare la conversazione” è quel che è successo anche quando la Transizione ha incontrato la sfida dell’economia locale. “Come passiamo da essere attivisti a diventare imprenditori?” mi chiede Hal Gillmore, che incontro ancora una volta nel suo ufficio al Reconomy Centre, incubatore d’impresa e coworking. “Una delle donne con cui stiamo lavorando ora, ad esempio, ha una passione per il cibo locale e in particolare si è interessata all’orzo, che era una grande produzione qui in passato mentre ora si coltiva al massimo per gli animali. Ha scoperto che i contadini sono disposti a coltivarlo, ma mancano le attrezzature per la lavorazione. Così la stiamo aiutando a raccogliere le 25mila sterline che servono per i macchinari, abbiamo messo a punto un business plan perché le attrezzature siano usate e i prodotti arrivino al mercato: a quel punto non è più solo attivismo, è imprenditoria.”

 

Piante commestibili nelle aiuole sparse in ogni angolo della città: è questo il progetto “Incredible Edible”

Piante commestibili nelle aiuole sparse in ogni angolo della città: è questo il progetto “Incredible Edible”

 

Lo strumento del forum sembra essere chiave in questo processo. Eventi in cui persone coinvolte nella stessa filiera, interessate agli stessi temi, sono invitate a confrontarsi, condividere risorse e progetti. “In questo modo” spiega Hal “liberiamo le energie che sono già presenti, ma invisibili, nella comunità”.

 

Il lavoro della Transizione dietro le quinte è un lavoro di sostegno e supporto. Mettere le persone in rete, facilitare l’ascolto perché la comunità costruisca una storia comune di se stessa, condividendo un’identità e rendendola via-via più esplicita.

 

“Uno dei primi progetti che abbiamo fatto sul cibo era una guida ai negozi e ai locali di Totnes. Questo ci ha permesso di costruire relazioni in una situazione win-win: i negozianti erano contenti della pubblicità gratuita, e noi di avere tante informazioni in un unico posto. Non siamo stati rigidi con i criteri, abbiamo abbracciato l’esistente, segnalando quali posti erano più orientati al locale, o al biologico, ma senza escludere nessuno. E’ un esempio di un progetto tipicamente di Transizione: crea consapevolezza e rete, in maniera accessibile e divertente, e contiene un invito a qualcosa che le persone possono fare nella pratica”.

 

Neanche nel bagno del centro Reconomy può mancare una lavagnetta: “Cose che amo di me…” e appese alle pareti intorno “Cose che amo del mio territorio…”. Un poster in evidenza contiene una definizione di economia. E’ stata co-creata durante un forum dell’economia locale. “Tutti parlano di economia” conclude Hal “ma ci abbiamo messo due riunioni molto intense per arrivare a definire cosa sia. “Lo scopo dell’economia locale” legge il testo “è massimizzare la felicità e il benessere della comunità intera, creare abbondanti opportunità per rispondere ai nostri bisogni, usare e distribuire le risorse con equità, rispettando i limiti fisici della natura”.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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