Il negozio di usato che promuove riciclo e condivisione

Un piccolo negozio in cui è possibile vendere e acquistare vestiti e accessori usati, ma sono disponibili anche prodotti realizzati a mano con materiale di recupero. L'Antina, però, è anche un progetto culturale nato per divulgare le buone pratiche del consumo critico e del riciclo, favorendo la condivisione e la collaborazione.

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Abiti usati, riciclo creativo, baratto e molto di più. A settembre nel centro di Vigevano, in provincia di Pavia, ha aperto un negozio molto speciale: L’Antina. Sono andata a visitarlo ed ho parlato direttamente con la titolare, Maddalena Cassuoli, che mi ha raccontato la nascita e gli obiettivi di questo progetto.

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Cosa ti ha portata ad aprire un negozio di questo genere?
Mi sono sempre occupata di sostenibilità, anche se in altri contesti e negli ultimi anni ho pensato a come poter dare corpo a queste mie passioni e predisposizioni con un progetto che fosse lavorativo e non solo un hobby da portare avanti nei ritagli di tempo.

 

Ho ufficialmente aperto L’Antina a settembre e in questo negozio sono confluite di fatto tutte le mie passioni: l’abbigliamento di seconda mano, il riciclo, la sostenibilità praticata, non solo teorizzata. Credo in un tipo di usato selezionato, ma pursempre con prezzi da usato (si parte da € 2.50 per magliette, sciarpe e cappelli a € 5.00 circa per i pantaloni, € 6/7.00 per i maglioni, le borse di solito non superano i 10 €, max € 15/20.00 per giacche e piumini). Mi accerto comunque che sia un usato integro, con etichette visibili, in modo che chi compra sappia cosa indosserà, poi lavo (utilizzando detersivi ecologici che compro alla spina qui a Vigevano) e stiro tutto secondo l’indicazione contenuta sull’etichetta. Sono a tutti gli effetti capi d’abbigliamento di qualità, con un valore aggiunto: quello del riuso.

 

L’Antina è sì un negozio, ma è anche e soprattutto un progetto culturale, perché oltre alla vendita dei capi d’abbigliamento e articoli di vario genere fatti a mano con materiali di recupero è anche un luogo dove si realizzano eventi e laboratori per adulti e bambini, giornate di scambio o “swap party” in cui si scambiano le proprie cose con quelle degli altri (tendenzialmente abbigliamento visto che questa è la vocazione del negozio) e dove c’è un angolo permanente dedicato al baratto.

 

L’ho immaginato come un luogo in cui ci si possa relazionare, si possano condividere esperienze e cose e mettere in circolazione le idee. Vorrei che sia alimentato da questo tipo di linfa e di creatività. Questo è il progetto. Ho iniziato da poco più di due mesi, ma la speranza è che questo posto, un passo alla volta, possa ricavarsi uno spazio tutto suo all’interno di questa città, una sua credibilità.

 

Certo, se fosse semplicemente un negozio, sarebbe qualcosa di più immediato e comprensibile, avendo invece ambizioni diverse ho messo in conto che questo tipo di messaggio avrà bisogno di tempo per essere assimilato, ed eventualmente condiviso o meno.

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Come sono andati i primi eventi?
L’inaugurazione è andata bene, l’apertura l’ho accompagnata ad un piccolo buffet preparato dalla chef a domicilio, specializzata in cucina vegetale, Angela Carreras. È stato un primo momento di confronto con le persone locali qui a Vigevano, in cui sono entrate, hanno chiesto informazioni sull’attività etc. Essendo poi ubicato in centro, di passanti ce n’erano molti.

 

Poi ho organizzato due swap party ad ottobre e novembre (queste feste dello scambio le proporrò tutti i mesi) che sono andati molto bene. Per il primo inizialmente c’è stata un po’ di titubanza, perché questo genere di scambio non si basa su regole quantificabili, come quando si usa il denaro, quindi non si attribuisce un valore economico alle cose che si vogliono scambiare.

 

Il valore sta nel fatto di liberarsi di qualcosa che non serve più a favore di qualcosa che è utile. Devo dire che alla fine questo concetto è passato: tanta gente ha dato molto e preso in cambio anche meno e se aveva ancora da dare l’ha lasciato nell’angolo del baratto. La seconda volta lo swap party è andato ancora meglio perché le persone coinvolte erano molte di più e quindi c’era anche molta più scelta.

 

L’ultima volta c’è stato anche chi ha proposto un’ottima idea: che si chieda a ciascuno che porta un capo di raccontarne la storia: qualcosa che lo caratterizzi, che racconti se c’è un valore affettivo, etc. Quindi se qualcuno ad esempio decide di “adottare” un maglione, sarà consapevole di ciò che ha significato per chi ce l’aveva prima. Io desideravo proprio che si arrivasse lì, perché per me l’abbigliamento usato ha quel tipo di valore, oltre certamente ad un valore di tipo ambientale non indifferente a livello di impatto e di energie risparmiate.

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Grazie a te e a L’Antina ho scoperto che il 4 ottobre si è celebrata la giornata nazionale del dono, ce ne vuoi parlare?
Ad aver promosso una gionata dedicata al dono, che è poi stata istituita per legge l’anno scorso, è stato l’Istituto Italiano della Donazione (IID). Quest’anno, tra il 23 settembre e il 7 ottobre, l’IID ha voluto organizzare una sorta di maratona del dono a cui potevano aderire privati, comuni, imprese, negozi, Gruppi d’Acquisto Solidali, etc.

 

Ho aderito molto volentieri anch’io: pur avendo aperto da poco, ho proposto un’iniziativa che è ancora in corso, ovvero quella della coperta collettiva: simbolicamente ho iniziato il 2 ottobre la raccolta di quadrati di lana 10 x 10 cm, da unire poi in una o più coperte, a loro volta da donare ad un’associazione che avevo precedentemente individuato qui a Vigevano che si chiama “A casa di Maru”, che da qualche anno aiuta donne vittime di violenza e/ in stato di difficoltà di varia natura.

 

Quest’iniziativa della coperta collettiva, gratuita ha davvero funzionato: ancora adesso dopo due mesi c’è gente che mi porta i quadrati e spero di riuscire entro Natale a confezionare la prima coperta per poter dire: “Vedete, quello che voi avete portato in negozio ha permesso di realizzare una coperta: un abbraccio simbolico di solidarietà che è stato possibile donare grazie al vostro aiuto”. A mio parere è un’iniziativa importante perché chi mi porta i quadrati comprende che io con quest’attività non ci guadagno niente in termini economici e che voglio fare qualcosa che aggreghi e che porti con sé un messaggio di solidarietà importante.

 

Nel frattempo in negozio entra giusto una signora per portare il suo quadrato di coperta e ne approfitto per chiederle quale sia la ragione che l’ha portata a partecipare all’iniziativa:
Il motivo primario è perché sono un’appassionata di maglia: mi piace molto sferruzzare! Ho saputo che c’era questa bella iniziativa, anche perché sono una volontaria di A Casa di Maru, perciò ho aderito con entusiasmo doppio e così approfittavo oltretutto per conoscere di persona Maddalena.
Vigevano è una città dove apparentemente non c’è molta sensibilità verso questi temi. Grazie soprattutto all’associazione però ho conosciuto tante donne che hanno voglia di fare qualcosa per gli altri, di rendersi utili, che aspettavano solo l’occasione giusta. Più difficile è invece coinvolgere persone che non appartengono ad alcuna associazione di volontariato, fondamentalmente perché non sono abituate a fare qualcosa per gli altri che non abbia a che fare con le solite logiche di mercato.

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Proprio così, continua Maddalena:
Ti racconto un aneddoto: parallemente, nella giornata del lancio del progetto coperta collettiva, regalavo a chi entrava in negozio “ I barattoli dei pensieri felici”, in realtà non è un’idea che ho inventato io, l’ho semplicemente adottata, chiedendo alle persone a cui li donavo di inserire un pensiero positivo al giorno per almeno un mese, da poter poi conservare e rileggere a piacimento. I barattoli naturalmente erano recuperati e recavano l’indicazione di come adoperarli. Credo sia fondamentale riuscire a trovare alla fine della giornata almeno una cosa positiva che sia successa: ce n’è sempre almeno una ed è importante ricordarsene.

 

Ma regalare barattoli non è stato accolto in maniera positiva da tutti, in particolare da parte di una persona che mi ha detto che la mia attività avrebbe avuto vita breve se avessi continuato a regalare cose, riportando l’iniziativa dei pensieri positivi ad un binario commerciale ed economico, pur non avendo questo niente a che fare con logiche commerciali.

 

La cosa mi ha spiazzato perché mi ha fatto pensare che per alcuni, quella sia l’unica lingua comprensibile. A me piacerebbe perlomeno contribuire nel mio piccolo a ridimensionarla e darle il giusto peso all’interno delle relazioni umane. Quindi quella giornata per me è stata di grande impatto emotivo, ma allo stesso tempo un esercizio molto utile, perché mi ha fatto riflettere ulteriormente su questo argomento.

 

Qual è l’aspetto più importante di questo progetto?
Tengo in particolare a far passare il fatto che l’usato in generale non debba essere vissuto come una seconda scelta, ovvero quasi una scelta svalutante per chi la fa, ma desidero che sia vissuto come una scelta di responsabilità nei confronti di noi stessi, degli altri e dell’ambiente in cui viviamo. Chi compra l’usato non lo fa necessariamente perché si trova in ristrettezze economiche, o perché è povero, ma dovrebbe farlo, e spesso lo fa, perché purtroppo o per fortuna c’è un’ampia scelta di abiti e altre cose che vengono dismesse: siamo sommersi di cose, spesso inutili o comunque inutilizzate, e quindi non ha senso metterne in circolo delle altre.

 

Certo poi si risparmia anche, ma questo non dovrebbe essere l’aspetto primario per questo tipo di scelta, perché si risparmia soprattutto in termini di risorse. Il settore tessile ha un impatto sociale e ambientale altissimo e forse non se ne parla abbastanza (qui un esempio dei costi sociali, n.d.r.). Dovremmo cercare di uscire dalla logica dell’acquisto compulsivo e mi rendo conto che questo forse stride con il fatto che lo dico proprio io che vendo vestiti, ma credo che le cose che ci sono già in circolo siano più che sufficienti per noi e per molte generazioni a venire, quindi vorrei che passasse l’idea che questa è l’unica alternativa per non mandare a rotoli il pianeta. Questa è l’idea che sta alla base del mio progetto, un’idea in cui credo fortemente.