Ecco come riscaldare la casa con gli scarti

Il Vulcan T60 è una tecnica che utilizza scarti come ramaglie e sfalci per produrre acqua calda da usare per il riscaldamento. Non solo: grazie a questo procedimento, è possibile rigenerare il terreno su cui viene installato l’impianto! Siamo stati a Tempo di Vivere per parlarne con Antonio e Mario, che stanno mettendo a punto questa tecnologia.

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Il Vulcan T60 risponde in un colpo solo a due fondamentali esigenze: scaldarsi e rigenerare il terreno. E lo fa utilizzando gli scarti, ovvero il compost. Oltre a questo, ha una serie di pregi e opportunità che lo rendono una soluzione semplice e rivoluzionaria: si alimenta con materiali locali, può creare un importante indotto occupazionale, può far risparmiare a privati ed enti pubblici tantissimi soldi.

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Ma andiamo con ordine. Arrivo a Tempo di Vivere, ecovillaggio sulle colline modenesi, verso metà mattina. L’aria è fresca ma c’è un bel sole e dal promontorio che ospita questa piccola comunità si domina la pianura Padana, disseminata di fabbriche con alte ciminiere che sputano fuori colonne di fumo. Ma qua su l’aria è buona. Mi accolgono Mario Romeo e Antonio Ciao, le due persone che si occupano di sviluppare il progetto Vulcan T60.

 

Mentre mi danno le prime informazioni, ci spostiamo dietro il fienile, dove si trovano due grossi cumuli di quello che sembrerebbe semplice compost. «Nello sviluppare questa tecnica abbiamo seguito le indicazioni di Jairo Restrepo Rivera, che diceva che “bisogna nutrire il suolo, chiedere alla terra di cosa ha bisogno e darglielo”», spiega Antonio. Il Vulcan infatti, rigenera il suolo con un compost ricco di nutrimenti humici che poi viene restituito alla terra. In 2/3 anni si può rigenerare completamente un terreno privo di materia organica grazie all’azione dei microrganismi.

 

COME FUNZIONA

 

Il funzionamento è intuitivo e assolutamente naturale. Crea un ciclo chiuso che, nel compiersi, produce calore – che viene utilizzato per scaldare l’acqua – e rigenera il terreno, il tutto utilizzando quelli che vengono considerati scarti.

 

Si comincia individuando una porzione di terreno pianeggiante, dove si crea un’inclinazione verso un pozzetto per la raccolta del percolato, che verrà trattenuto da un telo impermeabile. Su questo terreno si pone il primo strato di un cumulo di cippato costituito da ramaglie fresche triturate il più finemente possibile. Si possono aggiungere letame e sfalci d’erba ed è fondamentale consentire una buona aerazione.

 

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Quindi, si appoggia sul primo strato di cippato una spirale di tubi dentro i quali scorrerà l’acqua. Sopra la spirale si mette un altro strato di cippato, poi un’altra spirale, fino a realizzare 5 o 6 strati. Ciascuna spirale ha un’entrata e un’uscita, che poi vengono convogliate per creare un’entrata e un’uscita uniche.

 

A questo punto, il cumulo va bagnato per innescare i batteri termofili, la cui azione genera calore, che a sua volta scalda l’acqua che scorre dentro le spirali di tubi. Nei giorni di pioggia, dal cumulo uscirà del percolato che è bene conservare, per poi reimmetterlo nel sistema nei periodi di siccità. Nel giro di circa tre giorni dall’inizio dell’attività batterica, l’impianto è già funzionante e produce acqua calda per riscaldare la casa.

 

LA NORMATIVA

 

Antonio e Mario mi spiegano che l’Unione Terre di Castelli – la zona dove si trova Tempo di Vivere, che comprende otto comuni per un totale di circa 90mila abitanti – spendeva fino a poco tempo fa il 45% del proprio budget, ovvero circa 1,8 milioni di euro, per lo smaltimento delle ramaglie di potatura. «Le legge – ricorda Mario – prevedeva che l’amministrazione si facesse carico di questo onere. L’attività era appaltata a un’azienda esterna, nel nostro caso Hera, che raccoglieva gli scarti e li bruciava nell’inceneritore».

 

Questa procedura non è solo costosa, ma è anche altamente inquinante, poiché nella combustione si liberano in atmosfera i metalli pesanti immagazzinati dagli alberi durante il loro ciclo vitale. «Ora la normativa è cambiata – spiega Mario – e le ramaglie di potatura non sono più un business per Hera e le altre multiutiliy. Però è importante approfittare di questa opportunità, perché presto potrebbero arrivare nuovi speculatori».

 

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Proprio per questo Mario e Antonio stanno cercando di far rientrare il Vulcan T60 in un’altra legge regionale, quella che riguarda il compostaggio di comunità: «Questa norma prevede, fra le altre cose, l’utilizzo di macchine per il compostaggio costose e inutili. Noi, grazie anche all’appoggio dei comitati “Rifiuti Zero”, stiamo cercando di sostituirle con il Vulcan, che sarebbe una risorsa più ecologica e più economica».

 

E se qualcuno volesse installare un impianto nella sua casa o nella sua azienda? «Si può fare tranquillamente – chiarisce Antonio – e dal punto di vista legale non ci sarebbero problemi, perché rientra tutto nel quadro normativo che regola il compostaggio. L’unico passaggio che ancora non è previsto dalla legge è l’allacciamento dell’impianto all’utenza».

 

UNA RISORSA DI TUTTI

 

Un altro grande vantaggio del Vulcan T60 – sviluppato a partire dal thermocompost del docente Andrea Brugnolli, che ha formato anche Mario e Antonio – è che si tratta di un progetto completamente open-source. «Noi organizziamo stage gratuiti e corsi per chi vuole realizzare un impianto, trasmettiamo tutte le nostre conoscenze con una sola condizione: chi partecipa deve impegnarsi a divulgare, sempre gratuitamente, ciò che ha imparato».

 

Inoltre, essendo una tecnica che produce grandi benefici al terreno e all’ambiente, più si diffonde meglio è! «Non abbiamo paura che qualcuno ci rubi l’idea – sottolinea Antonio –, anzi, abbiamo interesse che lo facciano in tanti. Al tempo stesso, siamo protetti dal rischio di speculazioni perché il Vulcan ha una licenza Creative Commons».

 

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Questo non impedisce che si possano crea un interessante indotto economico e opportunità lavorative intorno a questa tecnologia: «Creare un cumulo di cippato è un’azione a costo zero, ma ci sono servizi e prodotti complementari che possono essere utilizzati per far funzionare meglio gli impianti, come centraline elettriche o una banca dati nazionale per ottimizzare la resa».

 

C’È BISOGNO DI TE!

 

Riassumendo, abbiamo un sistema che può riscaldare la casa spendendo pochissimo, riciclando scarti naturali e bonificando il suolo, facendo risparmiare soldi alle pubbliche amministrazioni e creando opportunità lavorative. Cosa manca dunque?

 

«Stiamo cercando supporto per diffondere e implementare il progetto», è l’appello di Mario e Antonio. «Ci servono tecnici per ingegnerizzare gli impianti, esperti di marketing per proporlo al grande pubblico, scuole e università che ci consentano di presentarlo ai loro studenti, finanziatori che lo sostengano economicamente».

 

 

Ciascun cittadino però può fare la propria parte… anche tu! «Ognuno può fare qualcosa, magari condividendo informazioni sul progetto, installandolo a casa propria, recandosi presso il proprio Comune per chiedere di adottarlo».

 

Nell’ambito della campagna #cambialatuaenergia abbiamo chiesto a ciascuno di voi – proprio voi, che state leggendo queste righe! – di compiere un’azione sostenibile, capace di cambiare il modello energetico attuale. Beh, questa è la vostra occasione… fatelo!

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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