Facilitazione: come cambiare il mondo partendo dalle relazioni

Che cos'è la facilitazione sociale e in che modo questa può favorire il processo di cambiamento che la nostra società sta attraversando? Ne abbiamo parlato con Martina Camarda e Roberta Radich, facilitatrici.

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Gestire gli incontri in modo efficace, valorizzare i diversi punti di vista, saper lavorare e decidere insieme senza disgregarsi. In un periodo di profonda trasformazione sociale, anche i gruppi richiedono un aggiornamento rispetto alle tradizionali dinamiche e ciò appare determinante in una società attraversata da profonde trasformazioni in ambito sociale, economico, ecologico, culturale e politico. La facilitazione, con i suoi strumenti, intende proprio favorire questo processo, migliorando la vita del gruppo affinché questo abbia continuità e cresca nel tempo.
Come facilitare, dunque, le relazioni? Ne abbiamo parlato con Martina Camarda, facilitatrice, e Roberta Radich, sociologa, psicologa, psicoterapeuta e facilitatrice.

 

 

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Che cos’è la facilitazione sociale?

 

La Facilitazione è l’arte di aiutare i gruppi a gestire gli incontri in modo efficace, piacevole e partecipativo, favorendo quindi il raggiungimento degli obiettivi e l’inclusione di ognuno nel gruppo. Tutti noi abbiamo l’esperienza di incontri o riunioni lunghe e frustranti perlopiù inconcludenti, inutilmente conflittuali o, dove, con estenuanti pretestuose formalità, solo alcuni decidono escludendo i più da queste decisioni.

 

Il facilitatore aiuta il gruppo a gestire il processo, a negoziare le regole, a focalizzare obiettivi e azioni per perseguirli con più efficacia e consapevolezza, favorendo nel contempo le relazioni tra i membri del gruppo. La vita del gruppo deve essere piacevole per avere continuità e crescere nel tempo.

 

In ambito sociale è importante favorire e garantire la partecipazione il più possibile orizzontale nei momenti di confronto, di progettazione e soprattutto nei momenti decisionali. Il coinvolgimento diretto permette infatti di attivare le persone, di renderle consapevoli e responsabili rispetto agli obiettivi da raggiungere (non esiste democrazia se non è democrazia realmente informata e consapevole), e quindi di aumentare la loro disponibilità a lavorare per il gruppo.

 

Oggi è comune la lamentela: “le persone non partecipano”. I tempi sono cambiati le persone non partecipano solo per senso di appartenenza o per necessità ideologica: vogliono essere coinvolte sulla base di bisogni e mete che sentono importanti per se stessi. Coinvolgere emotivamente, relazionalmente, idealmente nelle decisioni e nel processo del gruppo può assicurare quella partecipazione che oggi manca e la possibilità di raggiungere gli obiettivi che si desiderano.

 

15203300_1364785473561200_5599800648911897430_nIn quali tipi di gruppi può essere applicata la facilitazione sociale?

 

La facilitazione può essere utile per qualsiasi tipologia di gruppo (più o meno numeroso, con obiettivi di breve o lungo periodo, con scopi specifici o più generali, con finalità di lucro o di utilità sociale, ecc.) Ovviamente la modalità di facilitazione va adattata al tipo di organizzazione, alla richiesta e agli obiettivi di ciascun gruppo.

 

La facilitazione in ambito sociale si rivolge in particolare a gruppi che promuovono il cambiamento personale, sociale, ecologico o politico, quindi ad esempio a comitati, associazioni, organizzazioni di cittadinanza attiva, fino alle organizzazioni politiche (anche se queste, spesso, sono non a caso abbastanza lontane da questo tipo di modalità partecipativa). Alcune forme di facilitazione sono usate anche in ambito aziendale classico, ove si desidera promuove un buon clima aziendale, la creatività del team, la capacità di co-decisione, ecc.

 

Quali sono i principali strumenti della facilitazione?

 

Ci sono strumenti materiali e strumenti metodologici. Ogni facilitatore non può non aver con sé cartelloni, pennarelli e cartellini colorati, post it che permettono a tutti di contribuire con delle idee e di riorganizzarle in modo flessibile ecc. Oppure campanelli o simili per richiamare l’attenzione e tenere il tempo.
Chi facilita è molto attento all’ambiente: questo ha un grande influsso sul benessere delle persone e del gruppo: ambienti piacevoli, confortevoli, luminosi piuttosto che in ambienti tristi, grigi, deprimenti facilitano, appunto, un lavoro positivo.

 

Oltre agli strumenti materiali, ci sono poi strumenti metodologici. Ad esempio gli accordi di base iniziali, i brainstorming, i momenti di valutazione finali, i giochi energizzanti, e naturalmente le varie modalità di emersione di idee, di confronto e di gestione dei momenti decisionali collettivi. Ci sono poi strumenti più specifici e complessi per il confronto, la progettazione collettiva, la decisione collettiva, come ad esempio il World cafè, l’Open Space Technology, il Dragon Dreaming, l’Oasis game, il metodo del consenso, ecc.

 

Ma lo strumento principale della facilitazione è il facilitatore stesso a cui si richiede la capacità di osservare ed ascoltare, di tenere lo spazio e il tempo, ma anche di far fluire i processi quando necessario. A lui o lei si richiede sensibilità verso agli aspetti emotivi, relazioni, strutturali e di scopo del gruppo. Tutti possono apprendere degli strumenti di facilitazione anche senza divenire necessariamente facilitatore professionista.

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Quali sono i problemi più comuni dei gruppi nel confrontarsi e nel raggiungere i propri obiettivi?

 

Qui ci potremmo sbizzarrire! Ci sono problematiche legate alla presenza, non opportunamente gestita, di singole personalità che tendono a monopolizzare le discussioni e le decisioni, ma anche la presenza di persone che tendono a non comunicare il loro pensiero se non esplicitamente coinvolte. In genere però questi problemi emergono proprio per la mancata gestione del gruppo che, se lasciato a se stesso, si appiattisce sulle difficoltà comunicative e relazionali dei singoli. Ci sono poi problemi più strutturali e culturali legati alle difficoltà di cooperare per uno scopo comune (che spesso non è neppure ben esplicitato e consapevole), oppure alla incapacità di affrontare i conflitti in senso costruttivo e di crescita, ma anche alla scarsa flessibilità nel rivedere le decisioni che si rivelano non ottimali.

 

Per molti gruppi è difficile mettere in discussione l’idea che le decisioni possano essere condivise e il potere possa essere distribuito tanto quanto la responsabilità. Di conseguenza, le modalità con cui si prendono le decisioni sono spesso problematiche e portano alla rimessa in discussione continua di quanto deciso, al verticismo e al decisionismo di alcuni oppure alla dittatura della maggioranza sulla minoranza con conseguente emarginazione dei punti di vista minoritari.

Alcuni problemi sono invece legati a questioni più pratiche come ad esempio modelli organizzativi non condivisi, la mancanza di una comunicazione interna efficace, la mancanza di chiarezza nella definizione dei ruoli, o la mancanza di momenti di autovalutazione. Un problema di ordine superiore è la carente socializzazione alla vita di gruppo fin dall’infanzia. A scuola e nella società il modello imperante (tranne illuminate eccezioni) è quello competitivo non certo quello cooperativo: spesso i bambini vengono paradossalmente invitati a cooperare in una cornice competitiva in risposta ad ingiunzioni, evidentemente, paradossali degli adulti.  Dobbiamo reimparare a stare assieme, positivamente e costruttivamente.

 

 

Perché i conflitti all’interno di un gruppo sono una risorsa?

 

I conflitti nascono dalla presenza di punti di vista diversi e consentono quindi l’emergere della diversità. Le molteplici angolazioni sono di per sé una ricchezza perché permettono di trovare soluzioni più complete, efficaci e solide. È necessario però che si sviluppi la capacità di gestire al meglio la pluralità dei bisogni che sottostanno alle diverse posizioni e questa sfida rappresenta sempre una grande opportunità di crescita.

 

Attraverso il conflitto è possibile favorire sia la crescita individuale, di conoscenza di sé, delle proprie emozioni e delle proprie necessità, sia la crescita del gruppo nel suo complesso che impara a tenere in considerazione il punto di vista collettivo. La facilitazione favorisce uno spazio di confronto orizzontale aiutando il gruppo a trovare non tanto mediazioni o compromessi, ma piuttosto soluzioni che soddisfano i bisogni fondamentali di tutti.

 

Quando invece i conflitti non vengono gestiti o non vengono gestiti in modo opportuno, oltre a perdere una grande occasione di crescita, ci si ritrova a replicare nel tempo le medesime situazioni conflittuali o inconcludenti con il progressivo esaurimento dell’entusiasmo e della motivazione alla partecipazione.

 

Pensate che la facilitazione sociale sia utile in particolare in questo momento storico. Se sì, perché?

 

La nostra società necessita oggi di profonde trasformazioni in ambito sociale, economico, ecologico, culturale e politico. È facile immaginare come il potenziale trasformativo dei gruppi, e delle reti di gruppi, sia molto più grande di quello delle singole persone, o dei singoli gruppi, che operano in autonomia.

 

Molte persone sono già protagoniste della trasformazione in atto. Lo testimonia la “moltitudine inarrestabile”, per dirla con Paul Hawken, di gruppi formali ed informali che ambiscono a cambiare la nostra realtà in senso ecologista, solidale, paritario. Spesso mancano però le competenze per gestire gli incontri in modo efficace, per valorizzare i diversi punti di vista, per lavorare e decidere insieme senza disgregarsi in mille frammenti ad ogni votazione o a ogni scelta decisiva.

 

Guardandosi intorno si possono quindi trovare da un lato gruppi molto strutturati ma poveri di idee innovative e modalità partecipative e, dall’altro, gruppi più spontanei, creativi e propulsivi che però fanno fatica ad avere continuità e capacità di indirizzare le proprie energie in modo collettivo, utile a tutti. Nei casi peggiori il destino di questi gruppi è di assottigliarsi fino a scomparire o divenire teatro di decisionismi di una o poche persone, con scontri, anche violenti malgrado si dichiari di voler portare avanti valori come la partecipazione, l’uguaglianza o la non violenza.

 

Si sta diffondendo il dibattito sulle votazioni on-line: questi sono strumenti che possono rivelarsi molto utili ma che presuppongono il formarsi di una cultura partecipativa, tra persone prima che tra computer, e questa è tutta da costruire. Questi mezzi possono potenziare le relazioni concrete, ma non possono sostituirle.

 

Il diffondersi della cultura gruppale attraverso la facilitazione può aiutare i gruppi a rafforzare l’efficacia della propria azione, a valorizzare i talenti interni, ad evolvere e crescere sulla base dell’esperienza e degli inevitabili errori, e soprattutto a connettersi in rete con altri gruppi per condividere energie e risorse. Non dimentichiamo il piacere di stare e costruire assieme, motore primo di ogni desiderio di far parte di un gruppo.

 

15665580_1392309610808786_3770984018967154326_nIn che modo la facilitazione può favorire un cambiamento sociale?

 

La facilitazione può favorire il cambiamento sociale in modo diretto perché migliorando la vita all’interno dei gruppi e delle reti, aiuta a raggiungere gli obiettivi e ad aumentare l’efficacia di azione.

 

In modo più indiretto, essa permette di sperimentare nuove forme di convivenza sociale e favorisce la crescita individuale e del gruppo rispetto alla gestione delle diversità e dei conflitti. In modo ancora più indiretto e profondo la facilitazione aiuta le persone a crescere e a trasformarsi. Siamo in una fase storica che richiede di transitare da un paradigma competitivo a una visione collaborativa, dove il bene personale non può che essere soddisfatto attraverso la costruzione di un bene comune, dove bene individuale e collettivo non sono più visti in contraddizione ma come l’uno necessariamente incluso nell’altro.

 

Un altro aspetto molto importante della facilitazione riguarda la possibilità di dar voce alle minoranze che nei gruppi sono tipicamente portatrici di cambiamento e innovazione. Con Paul Valery si può provocatoriamente dire che “se pensi come la maggioranza, il tuo pensiero diventa superfluo”. Nei modi e nelle forme decisionali classiche, come il metodo della votazione a maggioranza, le minoranze necessariamente “perdono” rimanendo inascoltate e marginalizzate, creando malcontento e conflitto, spesso sterile. Al contrario in una logica partecipativa, possono far evolvere l’intero sistema verso gradi superiori di consapevolezza, complessità e cambiamento.
Certamente la diffusione di una cultura della facilitazione sociale non è la panacea ma può portare un grande contributo, soprattutto se si moltiplicano le possibilità per formarsi in prima persona e si crea una rete di facilitatori su tutto il territorio nazionale che possono mettersi a disposizione dei gruppi e delle organizzazioni sociali.

 

Ringraziamo Italia che Cambia che, riunendo gli Agenti del Cambiamento, ha “facilitato” l’incontro tra noi (Roberta e Martina), oltre che l’emergere di progetti formativi e molteplici connessioni tra gruppi e realtà sociali. Uno di questi progetti formativi partirà il 4 febbraio organizzato all’interno del percorso di formazione attiva della Fondazione Capta con il titolo “Gruppi: Facilitiamoci la vita!” .

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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