Leilani Münter, la pilota vegana che corre per gli animali

168.000 spettatori assisteranno al lancio della macchina elettrica vegan guidata dalla pilota Leilani Münter che ha due obiettivi: tagliare il traguardo della Daytona 500 e portare il messaggio animalista e ambientalista a milioni di persone dentro e fuori la pista.

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Il 18 Febbraio, Vegan Powered, la macchina da corsa elettrica Tesla Electric GT, guidata da Leilani Münter, debutterà alla ARCA Racing Series, nella settimana della Daytona International Speedway. Cosa c’è di strano o sorprendente? Münter è una donna, tra le migliori 10 pilote al mondo, che gareggia in uno sport dominato da uomini, con una macchina elettrica progettata per essere veloce e, al contempo, decorata per portare il messaggio vegan a milioni di appassionati di corse, fuori e dentro la pista.

 

Vegan, ambientalista e attivista per i diritti degli animali, Münter si è laureata in biologia presso l’Università di San Diego, ma sognava di correre sin dall’adolescenza. La svolta è avvenuta quando è stata scelta nella scuola di pilotaggio per lavorare come controfigura di Catherine Zeta-Jones nei film “Traffic” e “America’s Sweethearts”. Nel 2001, la sua prima corsa. “Mi sentii come se avessi già vinto la gara” ricorda, perché gli organizzatori furono costretti a trasformare il solito annuncio da “Signori, accendete i motori” in “Signore e Signori, accendete i motori”.

 

Quest’anno è stata scelta dalla Tesla per correre la seconda serie più importante, ma il suo obiettivo è arrivare alla Sprint Cup Series (la Formula 1 della NASCAR, per intenderci) e tagliare il traguardo della Daytona 500, la gara più prestigiosa del circuito. Il mondo delle corse permette a Münter di conquistare un audience enorme che, forse, non avrebbe mai raggiunto da biologa. Il Daytona International Speedway è un circuito motoristico che ha una capacità di 168.000 spettatori. “Se lavorassi come biologa e andassi in giro a dire alla gente di comprare automobili elettriche, di non mangiare carne e prodotti di origine animale, non verrei ascoltata da molte persone” afferma. Le macchine, da lei guidate, vengono personalizzate con messaggi a favore dell’ambiente e degli animali.

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Nel 2014, ha trasformato l’autovettura in un’orca per sostenere Tilikum, morta quest’anno, il 6 gennaio, dopo 36 anni di cattività, e il film Blackfish, il documentario-denuncia sui maltrattamenti alle orche nei parchi acquatici. Il suo impegno per il pianeta l’ha portata a parlare alla Casa Bianca per tre volte, alle Nazioni Unite nel 2015, a impegnarsi a comprare un acro di foresta pluviale ogni volta che partecipa a una gara e, soprattutto, a dire “no” a diversi sponsor. “Ho scelto di non avere niente a che fare con le compagnie petrolifere, l’industria della carne, della vivisezione, di pelle e pellicce.

 

Per questo motivo, non ho lavorato nelle corse quanto avrei voluto e, diverse volte, ho rifiutato molti soldi offerti da finanziatori non etici, pur di rimanere fedele ai miei valori” afferma Münter. “Ho sognato di guidare una macchina vegan da quando ho fatto il salto da vegetariana a vegana, circa sei anni fa”. Durante la settimana delle corse, la pilota ha intenzione di mettere un punto di ristoro che distribuirà cibo vegan gratuitamente, guide pratiche d’avviamento al veganismo, e sta cercando sponsorizzazioni da aziende che producono prodotti vegetali per “far conoscere a tutti gli appassionati delle corse che ci sono tanti alimenti che possono sostituire la carne, il pesce e i prodotti di origine animale. I vegani non mangiano solo insalata”.

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Leilani Münter ha lanciato la campagna di sensibilizzazione attingendo a risorse proprie, ma ha bisogno di donazioni per garantire la fornitura gratuita di cibo e di materiale vegan per tutta la durata della Daytona International Speedway, così, ha lanciato la raccolta fondi Vegan Powered Race Car. In caso di vittoria, Münter parteciperà a diverse gare nel mondo, portando il suo messaggio a un numero enorme di spettatori. Non possiamo che augurarle di vincere per gli animali e l’ambiente!

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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