Sharing economy, la rivoluzione dell’economia collaborativa

È tempo di condividere! Lo dimostra la nascita e lo sviluppo di nuovi modelli economici basati sulle relazioni e la collaborazione. In questa intervista approfondiamo il tema della sharing economy cercando di capire perché questa sta portando una vera e propria rivoluzione.

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In risposta alla crisi dei paradigmi economici tradizionali, si sono sviluppati negli ultimi anni modelli alternativi di una nuova economia collaborativa che mette al centro le relazioni. Per saperne di più su cos’è e come funziona oggi la sharing economy, abbiamo parlato con Cristina Demartis, coordinatrice del progetto europeo Ecorl che organizza a Firenze il corso “Sharing Economy, l’Economia collaborativa”.

 

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Come descriveresti la sharing economy a qualcuno che non ne hai mai sentito parlare?

 

L’economia della condivisione è un sistema per scambiare beni, servizi e competenze fra pari. Si caratterizza dal contatto diretto fra domanda e offerta, tramite siti web: un passaggio in auto, un posto dove dormire, un attrezzo da lavoro, tutte attività che si possono realizzare attraverso scambi fra chi chiede e chi offre. Così, iscrivendomi ad una community con i miei interessi, posso trovare un autista con cui condividere il viaggio in macchina, una stanza per le vacanze, il trapano elettrico per la ristrutturazione della casa.

 

Tutto ciò è sempre avvenuto, ma con la crisi economica del 2008 e lo sviluppo dei social media si son sviluppate piattaforme online che facilitano l’incontro fra utenti e privilegiano l’accesso ai beni, l’affitto e il riuso più che il possesso e la proprietà.

 

 

Puoi farci alcuni esempi?

 

Nella pratica, si sono creati 4 modelli di nuova economia a seconda della tipologia dello scambio:
- il primo è quello fra pari, quando i membri di una comunità partecipano in maniera gratuita alla costruzione di un bene comune, come Wikipedia e l’Open Source;
- il secondo è quello del dono, non mediato da denaro, come lo scambio di casa, il Couchsurfing, la Banca del Tempo;
- il terzo è l’affitto, in cui si richiedere il pagamento in denaro, come AirBnB, Gnammo, BlaBlacar;
- il quarto è quello meno sharing, lo scambio su richiesta-on demand- in cui l’utente richiede un servizio immediato di tipo commerciale, come Uber. In quest’ultima tipologia siamo già nella “Gig economy”, l’economia dei lavoretti più che nell’economia della collaborazione.
Nei primi tre modelli sono fondamentali le “relazioni” fra persone, il senso di “fiducia” verso gli altri, la creazione di “comunità” che forniscono giudizi sui servizi e che determinano la “reputazione” di chi offre il servizio.

 

Perché credi sia importante oggi sviluppare il settore dell’economia collaborativa?

 

È un nuovo modo di pensare il mercato e di fare impresa di utilità sociale. Innanzitutto permette di essere più consapevole del sistema economico e di mettersi in gioco come consumatore-produttore. Un esempio: Airbnb è stata l’occasione per casalinghe o pensionati di conoscere le regole della piccola impresa, del marketing, dell’accoglienza, delle normative comunali e regionali, e per imparare le lingue, ma è stato anche un modo per rispondere in maniera positiva alla crisi economica affittando e condividendo camere e socialità.

 

Permette poi di personalizzare i servizi: la maggior parte nascono infatti da bisogni specifici del territorio a cui le comunità hanno dato spontaneamente una risposta, come gli asili di quartiere, il cohousing, social street, i mercati del riuso, il car pooling. Non solo si produce reddito ma si crea anche innovazione sociale, fatto da non sottovalutare in periodi di crisi e di disgregazione dei legami sociali.

 

È inoltre un modo per riutilizzare oggetti, condividerli con altri piuttosto che comprarli e usarli solo una volta l’anno e praticare la sostenibilità ambientale. Il giro d’affari calcolato in Italia è di circa 3 miliardi e mezzo, e nei prossimi dieci anni è previsto sui 15 miliardi, quindi una crescita notevole.

 

Quali sono i principali settori interessati?

 

Quasi tutti i settori del mercato sono interessati dall’economia collaborativa; la mappatura annuale realizzata da “Collaboriamo” sulle Piattaforme italiane di Sharing Economy mostra come i trasporti, lo scambio di beni, il turismo e i servizi alla persona sono i più utilizzati, ma anche l’alimentare e la cultura sono in crescita.

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Quali sono i principali problemi della Sharing Economy?

 

Alcuni servizi offerti vengono considerati forme di concorrenza sleale nei confronti di categorie professionali che sono abilitate ad esercitare nelle strutture di ricezione, ristorazione e trasporto passeggeri. La legislazione è ancora frammentata, e nel caso di AirBnB, dipende da normative locali e nazionali. Si tratta tuttavia di attività con finalità diverse: hotel, ristorante e taxi hanno chiare finalità commerciali; couchsurfing, il primo airbnb, l’home restaurant e blablacar sono prevalentemente orientati al sociale.

 

Ma è anche questa la rivoluzione della Sharing Economy che, con il suo “modello fra pari” ha messo sul mercato dei non professionisti che forniscono servizi. Il fenomeno ricorda gli albori di Wikipedia, l’enciclopedia online che appena nata veniva disprezzata dagli insegnanti perché “ ci scrivono tutti” e non era attendibile. Ora docenti e insegnanti sono i primi a utilizzarla e l’enciclopedia dove tutti possono scrivere ha cambiato il modo di fare ricerca e informazione. La sfida è dunque quella di regolamentare le attività economiche nuove usando nuovi strumenti; se si applicassero le legislazioni tradizionali il rischio sarebbe di penalizzarle già sul nascere.

 

Ci sono poi difficoltà legate in generale alle start up: in Italia, anche le idee più innovative e utili, non trovano finanziatori, pubblici o privati, che investano e le sostengano. Questo è anche uno dei motivi dell’ alta mortalità delle start up italiane, che per mancanza di capitali vengono spiazzate o inglobate da piattaforme più aggressive, magari straniere. Le reti di Crouwdfunding stanno cercando di rispondere, nel loro piccolo e dal basso, a questo problema, finanziando idee e progetti innovativi e di rilevanza sociale, culturale e ambientale.

 

 

In Italia le istituzioni incentivano la sharing economy? E negli altri Paesi?

 

Le Istituzioni sono arrivate un po’ tardino, e più che incentivare l’economia collaborativa, cercano di regolamentarla. La logica che i legislatori italiani ed europei stanno seguendo per normare il fenomeno è di tracciare degli standard minimi di qualità dei servizi e di porre un tetto di fatturato per definire fino a dove l’attività dei gestori sia occasionale o diventi professionale.

 

Un modo per incentivarla potrebbe essere quello di mettere a disposizione strutture, risorse e servizi per dare spazio alle idee e alle persone, per esempio favorire gare e premi per le startup innovative, sostenerle semplificandone la burocrazia e detassandole, creare luoghi di incontro fra imprenditori sociali, investitori e giovani generazioni. Negli altri Paesi si sta lavorando in questo senso, non solo a legiferare ma anche a incentivare e sostenere le progettualità utili per le comunità.

 

La sharing economy è (o potrà essere) l’alternativa al capitalismo?

 

I modelli di economia collaborativa orientati al sociale e alla sostenibilità ambientale nascono proprio come risposta alla crisi generata dai modelli economici tradizionali. Le “città in transizione” di stampo anglosassone sono degli esempi presenti in numerose città europee di “resilienza” nei confronti delle forme di industrializzazione e dell’economia selvaggia che hanno portato a disastri ambientali e alla crisi economica. Anche le buone pratiche di sharing economy italiana possono esser lette come forme di resilienza nei confronti della crisi generata da modelli tradizionali di sviluppo, oltre che come una risposta positiva e innovativa di economia che nasce dal basso ed è orientata alla comunità, al sociale e all’ambiente.

 

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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