Territori, contro i disastri serve un progetto comune

Contro i disastri che continuano a mettere in ginocchio il nostro Paese, è necessario invertire la rotta ed impegnarsi nella creazione di reti fondate sul rapporto tra l'uomo e la natura e finalizzate a valorizzare i territori e l'economia locale.

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I territori che cadono sotto le scosse di terremoti, che si inzuppano lungo vecchi corsi di fiumi ormai dimenticati, che spariscono sotto il peso di frane preannunciate, che si intossicano con i fumi di ciminiere ormai utili solo a produrre debiti e degrado, che si impoveriscono a causa di scelte politiche serve e incompetenti, che vengono schiacciati da norme che impongono installazioni utili solo a consolidare vecchie trame di potere… I territori chiedono a gran voce un cambio di direzione, immediato e di sostanza e gridano la necessità di un ritorno a un progetto comune.

 

Terremoti e alluvioni gridano ad un intervento di cura e gestione territoriale non più rinviabile. Inquinamento e crisi di debito suggeriscono che le strade intraprese fino ad ora non sono più percorribili perché dannose e fallimentari. La disperazione di intere generazioni ci racconta che non siamo felici e vogliamo cambiare, dobbiamo cambiare.

 

Abbiamo persone e luoghi in grado di vivere, prosperare e gioire delle sole bellezze naturali, architettoniche, agricole e geniali di cui il nostro Paese dispone. Possediamo la struttura imprenditoriale a rete più brillante del globo, con una conformazione che è l’ideale per affrontare in modo resiliente le sfide dei prossimi anni: la microimpresa che il mondo politico vuole affossare è da sempre, e per il futuro, il nostro vantaggio competitivo per tornare a vivere dignitosamente e rispettosamente.

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Dobbiamo fare una virata repentina. Oggi. Adesso. Senza aspettare l’autorizzazione di chicchessia. Valorizziamo i territori in cui viviamo. Puntiamo ad una economia culturale, ambientale, agricola, turistica, innovativa e tecnologica. Dobbiamo tornare a sostenere e supportare tutto l’ambito familiare, delle giovani coppie, dei bambini e di tutto quanto orbita loro attorno, nonni compresi. Creiamo luoghi attraenti e belli, in cui stabilirsi e vivere, facendo crescere i nostri figli in sicurezza e serenità.

 

Dobbiamo fare delle scelte e a questo punto è diventato prioritario: bisogna sacrificare qualche spesa una tantum che non fa sistema per il territorio a favore di micro-interventi diffusi che favoriscano un’ottica lungimirante verso i settori da sviluppare: ambiente, cultura, turismo, tecnologia avanzata a supporto.

I territori devono sviluppare una vocazione turistica, diffusa e rispettosa di una evoluzione progettuale e tecnologica. L’economia deve divenire il naturale alleato del rispetto ambientale. Deve tornare ad esistere un patto stretto, e reciprocamente favorevole, tra Uomini, Territori e Natura. Gli esperti, le tecnologie, la creatività esistono, a volerle ben vedere ed utilizzare.

 

Il territorio deve creare Reti (patti tra identità economiche e associative) per valorizzare quella natura che ci circonda e che ha una vocazione favorevole all’economia locale: turismo slow, fiumi, biciclette, cavalli, ospitalità, ristorazione, benessere e agricoltura sana, promozione digitale internazionale, prodotti tipici, accoglienza diffusa, economie di scambio. Ne beneficia anche la salute, a supporto di uno sviluppo che premia la prevenzione: in Cina i medici sono pagati solo quando i loro assistiti non si ammalano!

 

I territori debbono poter rifiutare e cacciare tutte quelle installazioni che non sono in linea con il progetto di turismo e cultura diffusi. Stoccaggi, prospezioni, installazioni, militari, antenne, aziende dubbie devono uscire rapidamente dalla cultura dell’obbligo e dell’imposizione di pochi sul destino dei molti che abitano il nostro Paese. Devono uscire dai nostri programmi immediatamente.

 

Riprogettiamo i territori in linea con i paradigmi locali, naturali, di condivisione e agricoli; recuperiamo le aree in dissesto con interventi intensi e importanti, anche di riqualificazione ambientale, che genereranno da subito nuova ricchezza e lo sviluppo di un intero settore tecnologico a favore della Natura. Deve essere una programmazione di lungo periodo, raggio e respiro: richiede tempo dedicarsi a creare un sistema di relazioni durature che potenziano i veri punti di forza di un territorio e di un intero Paese.

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Ci vuole il coraggio di fare progettazione vera: ogni scelta deve avere senso all’interno del sistema locale e deve essere fatta in funzione dei risultati ad ampio raggio che si vogliono ottenere, nel complesso del territorio italiano. Ci vuole un vero e serio lavoro – con il coraggio di agire oltreché di parlarne – che crei, inoltre, solidarietà vera e reciproca tra le realtà economiche territoriali: ora, in questo periodo storico, solo tramite la Rete, progettata e vissuta come un sistema, le nostre attività economiche possono non solo sopravvivere ma trovare nuovi splendori. Sono relazioni basate sul “vinco io e vinci tu, altrimenti perdiamo insieme”.

 

Per far questo è necessario riscoprire, coltivare e potenziare le relazioni fra le persone, le empatie tra esseri umani e tra questi e il resto dell’ambiente che ci circonda. Riscopriamo l’Uomo e il suo vivere nella socialità. Dobbiamo guardare in faccia la nostra capacità, o incapacità, a relazionarci con il prossimo. Questa è la prima vera sfida che dobbiamo affrontare: conoscere noi stessi e noi stessi in relazione agli altri. È questo quello che abbiamo perduto e ciò che dobbiamo riscoprire.

 

In un contesto di relazioni autentiche, empatiche, rispettose è possibile ritrovare quello slancio controcorrente che porterebbe all’inizio di un percorso di riqualificazione territoriale (per prevenire i disastri che altro non sono che una lunga catena di sofferenze e distruzione) e di rilancio di un’economia differente e molto più vitale di quella che abbiamo conosciuto fino ad ora. L’Italia potrebbe davvero basare la sua economia su un sistema che protegge persone e ambiente e dimostrare che questa è una strada efficace e prospera.

 

 

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Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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