Verso un’altra scuola: l’educazione esperienziale e all’aperto

Perché per i bambini, e non solo, è importante imparare all'aria aperta e attraverso l'esperienza? Ne abbiamo parlato con Christian Mancini che sta cercando di diffondere nelle scuole del nostro paese i principi del metodo esperienziale e dell'educazione outdoor.

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Imparare con l’esperienza, all’aria aperta, attraverso l’avventura e l’errore. Già diffuso e affermato nei paesi anglosassoni, questo approccio didattico sta iniziando a radicarsi anche in Italia, grazie all’impegno di educatori e formatori ed in risposta alla crescente domanda da parte di genitori e studenti. Ne abbiamo parlato con Christian Mancini che sta cercando di diffondere nelle scuole del nostro paese i principi del metodo esperienziale e dell’educazione outdoor. Tra le sue prossime iniziative in programma vi è un corso esperienziale in Educazione Outdoor che si terrà dal 24 al 26 febbraio ad Acireale (Catania).

 

Christian, puoi dirci di cosa ti occupi?

 

Mi occupo prevalentemente di pedagogia esperienziale in natura. Occorre innanzi tutto precisare che i due elementi non coincidono: non necessariamente l’educazione in natura è esperienziale e viceversa non sempre l’educazione esperienziale è in natura. In effetti mi capita di trovarmi a condurre attività esperienziali al chiuso, oppure all’aperto in luoghi fortemente urbanizzati. Quando parliamo di educazione esperienziale ci riferiamo ad una pluralità di metodi formulati all’interno del contesto teorico dell’experiential learning, diffuso nel mondo anglosassone e nel Nord Europa, che sta trovando ora in Italia spazi di interesse e applicazione. Si tratta di un approccio prevalentemente non direttivo che mette la prassi alla base delle formulazioni teoriche, l’esperienza come base della conoscenza.

 

Che cos’è l’educazione outdoor e a chi si rivolge?

 

L’educazione outdoor, così come l’educazione esperienziale, può essere adeguata ad una pluralità di età e contesti, in base ai quali viene declinata. Con la prima infanzia, si tratterà primariamente di esplorazione sensoriale e sperimentazione di se nel mondo fisico, mentre nella seconda infanzia si potrà iniziare ad affrontare le dinamiche relazionali in maniera anche intensa, e così via a seconda dei gruppi. La presenza del gruppo è un elemento rilevante: sebbene si possano prevedere, soprattutto con gli adolescenti e gli adulti, attività esperienziali fortemente individuali, è nella condivisione con il gruppo che si costruiscono i saperi, che si elabora il vissuto propriamente detto per renderlo esperienza concreta, dotata di parole e gesti capaci di esprimerla.

 

L’applicazione all’età adulta è interessante e particolarmente efficace. In Italia molti elementi dell’experiential learning vengono utilizzati nel team building, di cui mi occupo accentuando la connotazione esperienziale e, quando possibile, quella outdoor, particolarmente adatta a generazioni che sono cresciute prevalentemente in contesti urbani. L’approccio dell’educazione esperienziale outdoor si rivela fortemente significativo e adeguato per gli educatori, perché i metodi che applico trovano nel lavoro su di se in prospettiva pedagogica quella portata potenzialmente rivoluzionaria di cui sono vettori.

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Perché per i bambini è importante imparare all’aria aperta?

 

Imparare all’aria aperta è adatto ad ogni età. Innanzitutto stare in natura è di per se una pratica salutare, che fa bene. In natura troviamo ambienti che offrono sostanze benefiche per il corpo e la mente, favoriscono l’esplorazione sensoriale e motoria e hanno effetti chiari e riconosciuti sull’efficienza del sistema immunitario. Nel mare troviamo lo iodio, nel bosco i terpeni, per esempio, che sono componenti importanti delle resine degli alberi ed hanno un’incidenza diretta sull’equilibrio ormonale e su alcune patologie come ansia, depressione e stress (Forest medicine). Questo per quanto riguarda ciò che la natura offre a noi a prescindere dalla nostra intenzione.

 

Per quanto riguarda invece l’intervento dell’umano che si reca in natura, il mio lavoro mira a riflettere su un approccio che riguarda l’impatto auspicabile della mia presenza nel bosco: “lasciare solo le impronte dei piedi e portare via solo i ricordi ”. Su questa base, quella del minore impatto, cerco di lavorare sulla consapevolezza della proprio essere in natura e parte di essa, su una relazione efficace con l’ambiente circostante, che rendo ambiente per l’educazione esperienziale. L’esperienza si può scomporre, a fini speculativi, in due momenti: quello in cui si vive e quello in cui si elabora. L’ambiente naturale è l’ambiente ideale per vivere l’esperienza, e i metodi della pedagogia esperienziale sono particolarmente adeguati per rendere la sua elaborazione profonda, originale e autentica.

 

 

Quali sono gli strumenti dell’educazione outdoor?

 

L’educazione outdoor può attingere da tutte le tipologie di sport e sfide in natura, dal rafting al tree climbing così come al survival, sebbene in chiave molto diversa, o all’orienteering. I riferimenti più radicati sono all’Hard Fun e all’Adventure Therapy. L’ambiente naturale si rivela un contesto privilegiato per sperimentarci fuori dalla zona di comfort, per concederci all’avventura. Si tratta di ampliare l’apprendimento uscendo dal proprio abito, avventurandosi in qualcosa di nuovo, fuori e dentro di sé.

 

Cosa vuol dire che “bisogna rieducare le persone all’avventura e all’errore”?

 

Quando siamo stati bambini, per imparare a camminare siamo caduti e ci siamo rialzati innumerevoli volte. Non c’è stata una volta in cui ci siamo arresi e abbiamo smesso di provare, siamo caduti tutte le volte che sono state necessarie, e ognuna ci abbiamo provato di nuovo, fino a farcela. Ogni volta abbiamo cercato la risposta ad una domanda: riesco a farlo? Voglio farlo? Provo a farlo? Cosa accade se? Ci siamo disabituati a questa domanda perché siamo abituati alle istruzioni. Alla logica della prova e dell’errore è stata sostituita quella del giusto e sbagliato, che vuole prevenire l’errore e finisce per prevenire l’esperienza. L’intento educativo con i bambini, ma anche coi grandi, è quello di mantenere sveglia, sperimentare, l’abilità di fare domande, di fornire la curiosità di ciascuno della forza per seguire le proprie traiettorie. Lasciarsi andare all’avventura e concedersi l’errore implica la valutazione del rischio e la presenza in ciò che si fa, per scoprire quali paure ci salvano la vita è quali ci fermano di fronte ad essa.

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Quali sono a tuo avviso le principali criticità del sistema scolastico tradizionale in Italia?

 

Le criticità della scuola le lascio esporre a chi ci vive dentro, insegnanti e alunni che, talvolta con passione, ne frequentano le aule e gli spazi. Di criticità ce ne sono e sono tante, ma io vedo che la scuola italiana ha delle risorse, innanzitutto umane e in secondo luogo di spazi e contesti. Sono sempre di più le realtà scolastiche che scelgono di sperimentare forme di integrazione tra formazione e outdoor education, tra didattica ed educazione esperienziale, sempre di più gli insegnanti e i genitori che vi si affacciano con interesse e entusiasmo e, talvolta, riescono a cambiare le cose, inserendo nella scuola statale o in scuole private che utilizzano il metodo induttivo indoor elementi significativi del metodo deduttivo outdoor. La pedagogia che applico e in cui credo non vuole definirsi in opposizione ad altri metodi e teorie, ma come uno strumento dotato di forte identità e compatibile con gli altri, perché il lavoro pedagogico può concedersi di essere aperto, inclusivo, proteso al confronto e alla collaborazione.

 

Qual è la risposta della scuola all’educazione outdoor o ad altre metodologie educative?

 

Personalmente non posso che augurarmi che la risposta sia inclusiva, dialogante. Nonostante persistenti segnali di chiusura, quelli di apertura mi sembrano più significativi perché indice di fermento, movimento verso nuove domande educative e nuove risposte. Sia sul piano locale che sul piano nazionale si stanno allacciando nuove reti tra realtà diverse unite da un comune interesse verso sperimentazioni che attingono da diversi modelli educativi. Sul piano nazionale posso fare l’esempio delle realtà che conosco meglio, di cui faccio parte, e che seguono il filo dell’educazione esperienziale. Si tratta della Rete degli asili nel bosco, nata sulla base di una forte esigenza di educazione all’aria aperta; l’anno scorso si è costituita la Rete delle scuole all’aperto (capifila Università di Bologna), che cerca di intervenire anche sulla seconda infanzia e nasce con un forte impulso da parte delle scuole statali e delle Università con un chiaro appoggio da parte delle istituzioni. Tre anni fa è nata Tutta un’altra scuola (TUS), un tavolo tecnico di lavoro di cui sono tra i fondatori, che riunisce realtà diverse e propone un convegno annuale per incontrarsi sui temi dell’educazione.

 

 

 

 

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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