Cinzia Catalfamo Akbaraly e la sua Fondazione: una donna italiana in aiuto del Madagascar

La Fondazione Akbaraly è un’organizzazione umanitaria che lavora per migliorare le condizioni di vita in Madagascar con una particolare attenzione per la salute delle donne e dei bambini del paese. Dal 2010 ha lanciato 4Awoman, il più grande progetto di cura oncologica dell’Africa sub sahariana, e da anni finanzia numerose attività nel campo della salute, della nutrizione e dell'educazione. Abbiamo conosciuto e intervistato Cinzia Catalfamo Akbaraly, la donna che ha dato vita a tutto questo.

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Nel mio vagabondare per questa Italia che Cambia, mi capita ogni tanto di fare degli incontri fuori dagli schemi e dall’ordinario (sì, perché ci si abitua anche allo straordinario che, dopo un po’ diventa ordinario, nel nostro caso meravigliosamente ordinario). Uno di questi incontri l’ho avuto qualche mese fa, nel centro di Milano, con Cinzia Akbaraly che mi ha raccontato la storia della sua “Fondazione” e, soprattutto, i progetti che la Fondazione sta portando avanti in Madagascar.

 

Molti anni fa mi sono reso conto che se vogliamo cambiare il mondo non si può che cominciare dal cambiare l’Italia (o la nostra regione, o la nostra città, o la nostra vita). Oggi sono quindi particolarmente contento di presentarvi una donna italiana che ha deciso di attuare tutti questi cambiamenti insieme e che ha scelto di farlo tra l’Italia, il mondo e il Madagascar (senza trascurare di cambiare se stessa) e occupandosi di donne, salute, economia e non solo … Lascio quindi la parola a Cinzia. Buona lettura!

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Che cos’è la Fondazione Akbaraly?

La Fondazione Akbaraly è un’organizzazione non governativa, che opera principalmente in Madagascar, ma anche in altri paesi, come l’India, l’Irak, il Tibet, l’Italia, per sviluppare progetti che hanno come obiettivo il miglioramento della vita delle popolazioni locali. In particolare, noi ci occupiamo molto delle donne, considerandole come il pilastro della famiglia, della comunità e del Paese, e ci occupiamo dei bambini. Il nostro motto è “care for women, life for a country”. I nostri progetti sono molto focalizzati sulla sanità, sull’educazione e sul “women empowerment”.

 

Come mai proprio il Madagascar?

In Madagascar ci sono arrivata per amore di mio marito, nato lì, da origini indiane. E lì ho creato la mia famiglia, la mia vita e la mia Fondazione. Sono stata anche console generale d’Italia per tanti anni, aiutando i nostri connazionali ed occupandomi delle relazioni sociali, economiche e culturali tra l’Italia ed il Madagascar.

 

Come nasce? E, soprattutto, come ti è venuta l’idea?

L’uomo è un animale adattabile, e piano piano, purtroppo, ci si adatta anche alla miseria, diventa parte del paesaggio, così come le montagne o il mare. Si attiva una sorta di auto-protezione tesa a “mettersi a posto la coscienza”.
Ringrazio il “cielo” di aver iniziato un’attività umanitaria in Madagascar prima che in me si attivasse “una corazza” anti-dolore. E sì, perché constatare ogni giorno la miseria umana fa male ed è un dolore che ti penetra in profondità, come un cancro, senza che tu te ne accorga.

 

Il nostro percorso era in qualche modo già iniziato nel 1995. In quegli anni, infatti, avevo creato un’Associazione, l’Associazione Fihavanana, per aiutare gli orfani e i bambini molto poveri. Non sopportavo il contrasto che si palesava davanti ai miei occhi quando vedevo i miei figli che stavano bene, ma che erano circondati da bambini poveri. Iniziai quindi ad attivarmi per mandarli a scuola, nutrirli, curarli, attraverso orfanatrofi e missioni cattoliche; mi facevo accompagnare dai miei figli piccolissimi, e con loro facevo il giro dei centri, andavo a trovare le famiglie nelle misere dimore, cercavo di capire la loro lingua, e dietro di questa, i loro drammi.

 

In tutti questi anni ho seguito e visto crescere tanti bambini, ora tutti adulti. Abbiamo costruito case, scuole, organizzato feste, vacanze, e tanto altro. Da questa esperienza ho ricevuto – in termini di gioia – molto di più di quanto potessi aver investito, per quanto avessi investito tutta me stessa. Ho quindi deciso di proseguire sulla strada tracciata cercando di rafforzare questi processi con finanziamenti in Italia e non. Ha funzionato e ancora funziona!

 

Ma non mi bastava, volevo aiutare un maggior numero di persone. Così, anni dopo, con mio marito, decidemmo di creare questa Fondazione. Lui è di fede islamica, ed uno dei “pilastri” dell’Islam prevede che una percentuale del proprio reddito annuo sia devoluto per opere di bene, e così abbiamo fatto e stiamo facendo dal 2008.

 

Inizialmente ci occupavamo di vari settori, tra cui l’alimentazione. Poi, nel 2009, fui curata per un tumore al seno presso una struttura di Milano. Da lì mi venne l’idea di dedicare il lavoro della Fondazione alle “donne del Madagascar” che, meno fortunate di me, si trovavano nella mia stessa situazione, ma senza speranza di sopravvivere. Ne parlai al prof. Umberto Veronesi che accolse l’idea con grande entusiasmo. Così nacque il progetto più importante della Fondazione, “4aWoman”, dedicato alla lotta dei tumori femminili in Africa sub sahariana, tumori che sono una delle principali cause di morte per le donne di quella zona del mondo.

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Negli ultimi anni la vostra attività è diventata più semplice o più difficile?

Semplice non lo è e non lo è mai stata. Diciamo che con l’esperienza si impara e tanti errori del passato non si fanno più. È sicuramente più difficile reperire fondi a causa della crisi internazionale, dei tagli della cooperazione internazionale e dei problemi sociali sempre più diffusi anche in Occidente… Oggi non oso fare attività di fund raising in Italia; diventa impossibile quando ogni giorno ti trovi faccia a faccia con una miseria crescente o con i problemi legati all’immigrazione sul nostro territorio.

 

Com’è cambiata la Fondazione in questi anni?

Ci sono state varie fasi. L’attività dedicata ai bambini orfani era molto semplice: inizialmente facevo tutto da sola; quando le adozioni a distanza sono diventate centinaia mi ha affiancato la mia segretaria. Invece, la Fondazione è nata con obiettivi molto più ambiziosi, e quindi fin dall’inizio si è strutturata in modo completo, con un organigramma molto funzionale. A livello amministrativo, nel 2012, eravamo qualche decina: dai direttori generale, finanziario, comunicazione ecc. ecc. anche molti “expat”. Costava tutto tantissimo: gli stipendi, i “benefits”… Abbiamo costruito due centri sanitari ed un’unità mobile per i villaggi. Abbiamo formato decine di medici e tecnici sanitari, organizzato missioni; io ho fatto il giro del mondo per far conoscere la Fondazione a grandi organizzazioni come la Fondazione Gates, Path, la Harvard Medical School, abbiamo aperto sedi negli States, in India, in Italia. Abbiamo partecipato a conferenze internazionali ed organizzato una conferenza TEDx: il terzo evento più guardato on line al mondo. Abbiamo persino creato un comitato scientifico con a capo Umberto Veronesi e con almeno una sessantina di esperti mondiali.

 

Ma le cose in Madagascar procedono molto lentamente ed i costi erano troppo elevati rispetto all’impatto sulla popolazione. Inoltre, mi sono resa tristemente conto che il Madagascar non interessava e non interessa geo-politicamente agli americani, e neppure agli altri Paesi che avrebbero potuto finanziare il grande progetto che avevo in mente. E così, un giorno, ho deciso di ridurre le aspirazioni ed anche il personale, quello amministrativo, non certo i medici.  Oggi i costi di gestione rappresentano neppure il cinque per cento dei costi totali, e i risultati sono migliorati almeno venti volte. Buffo vero? Saremmo un bell’esempio per altre organizzazioni internazionali.

 

Oggi la Fondazione funziona come finanziatore, mentre la gestione è affidata ad Ong italiane e locali che lavorano sul campo, a diretto contatto con i fabbisogni della popolazione, e i risultati sono a dir poco miracolosi. Abbiamo ampliato i servizi sanitari che vanno dalla pediatria, alla lotta alla malnutrizione, alla prevenzione materno-infantile, maternità etc. Nel frattempo continuiamo ad occuparci di mandare a scuola i bambini e cerchiamo di sensibilizzare le donne anche nel loro ruolo attivo nella comunità.

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E tu come sei stata cambiata dall’esperienza maturata con la Fondazione?

Ho imparato tantissimo! Sia dal punto di vista manageriale, di networking locale e internazionale, che da quello di “problem solving”. Ho imparato a progettare e disfare i progetti quando le condizioni non c’erano più, ad essere flessibile nelle decisioni, a gestire le risorse umane di provenienza diversa, a farli capire tra di loro, a mettermi nei panni e nella mentalità locale, a non ragionare con la mia testa ma con i loro fabbisogni, a cercare alleanze con le autorità locali e con la popolazione. Ho imparato a lavorare con i ministri, i presidenti, le Nazioni Unite, ed allo stesso tempo con la gente più povera. Ho imparato ad essere umile e rispettosa delle diversità di tutti, ma anche a “parlare” davanti alle ingiustizie che vedevo, che vedo. Ho corso tanti rischi, ma ne valeva la pena, ne vale la pena. Lo rifarei, meglio, ma lo rifarei. Gli anni della Fondazione mi hanno insegnato più di tutti gli anni della mia vita.

 

In un mondo che alza muri e invoca il ritorno dei nazionalismo ha senso parlare di “rispetto della diversità”?

Coloro che alzano i muri lo fanno per interessi personali, politici ed economici. Sono pochi, ma fanno tanto male.
Il grande problema consiste nella mancanza di “vera comunicazione” e di “vera informazione” che bisogna far entrare nelle case, nelle famiglie, nelle comunità e negli individui. Diciamo che la gente è “ignorante” … È quasi come se ci fosse un chiaro disegno per far sì che la gente non capisca come stiano veramente le cose. Io credo che è su questo che oggi noi dobbiamo batterci, lottare. In un mondo dove le informazioni viaggiano in tempo reale ed arrivano ovunque, ci dovrebbero essere dei canali di verità grazie ai quali le persone possano istruirsi e capire con un semplice click sullo smartphone. E invece siamo in modo perpetuo “massacrati e inquinati” da ogni genere di notizia, senza un filtro. Questo oggi è il vero pericolo e la vera sfida per noi.

 

In ogni periodo della storia, ha prevalso il divide et impera, “dividi ed impera” ed è quello che ancora una volta sta succedendo, nulla di nuovo. All’inizio l’umanità non era divisa in nazioni, religioni, tribù; eravamo solo “umanità”. Alcuni neri, per proteggersi dal sole, altri bianchi per attirarlo, il sole, nelle zone fredde in cui vivevano. È la società sempre più complessa che ha creato confini tra gli uomini e continua a farlo. Crea false “zone di conforto” per gli individui che si sentono protetti da “etichette” e poi da muri.

Io credo che solo con l’educazione dei bambini e dei giovani, e con la comunicazione e l’informazione, noi possiamo parlare di rispetto per le diversità.

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Quali sono i vostri prossimi obiettivi?

In Madagascar vogliamo integrare la medicina tradizionale e del benessere nei nostri centri sanitari. I trattamenti della medicina occidentale, infatti, sono troppo costosi, spesso inaccessibili geograficamente e culturalmente. Noi vorremmo proporre una medicina “per tutti”, non solo per i ricchi, che si integri con le conoscenze antiche basate sulle piante (fitoterapia, fiori di Bach, omeopatia), la preghiera (meditazione), l’esercizio fisico (yoga, tai-chi) ed il buon morale (pensiero positivo). Un tipo di medicina più simile ai precetti cinesi ed ayurvedici che a quelli occidentali. Sarebbe bello poter aprire altri centri di cura integrata come i nostri in altre parti del Madagascar ed in altri Paesi poveri. In India ci occupiamo di bambini poveri e nutrizione, in Irak e in Tibet abbiamo costruito scuole. In Italia … vedremo.

 

Cosa può fare chi vuole sostenervi?

Può visitare il nostro sito www.fondationakbaraly.org , telefonarci oppure venire a fare volontariato da noi! Credo sia un’esperienza unica ed arricchente per tutti. Per le donazioni il conto si trova sul sito.

 

E ora? Cosa vuoi fare “da grande”?

Vorrei finire la mia vita come una “vecchia saggia”, l’ho sempre pensato… chissà. Ma prima di fermarmi credo di poter apportare ancora qualcosa in questa vita, illudendomi di far star meglio, almeno un pochino, il mondo nostro e quello che sarà dei nostri discendenti. Tutto ciò io, in realtà, lo faccio solo per me, poiché è quello che mi rende davvero molto felice.

 

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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