“L’olio di palma sostenibile non esiste”

Olio di palma sostenibile? Non esiste. È quanto afferma Roberto Cazzolla Gatti, scienziato e attivista ambientale, che ha proposto alcune importanti campagne di boicottaggio sociale: dalla campagna contro l’esportazione di armi italiane a quella per il boicottaggio di prodotti derivati dallo sfruttamento dei diritti umani e delle risorse naturali.

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Di origini pugliesi, Roberto Cazzolla Gatti è Professore associato presso la Facoltà di Biologia della Tomsk State University (TSU), in Russia e Ricercatore presso il Laboratorio di Diversità Biologica ed Ecologia del Bio-Clim-Land Centre della stessa università; in realtà è un personaggio ispirato da un impegno sociale ed ecologico assolutamente fuori dall’ordinario e su di lui e sulla sua esperienza ci sarebbe molto di più da dire. Abbiamo avuto il grande piacere di intervistarlo (a distanza) la scorsa settimana perché ci parlasse del suo impegno come scienziato e come attivista per la salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità.

Roberto Cazzolla Gatti

Roberto Cazzolla Gatti


Oltre ad essere un uomo di scienza sei anche un attivista ambientale e tra le tue tante campagne di sensibilizzazione c’è quella sull’olio di palma, spiegaci perché non può esistere un “olio di palma sostenibile”.

 

La ragione è semplice: l’olio di palma è una coltura tropicale e come tale viene realizzata su terreni tropicali ricoperti di foreste originali. Vorrei sottolineare questa cosa: nessuno che non sia economicamente interessato a questo tipo di commercio, sosterrà un olio che proviene da migliaia di km di distanza per arrivare sulle nostre tavole in occidente!

 

Il problema è che chi è a favore per interessi economici, sostiene sia stato fatto lo stesso con gli oli nostrani d’oliva e di girasole, stravolgendo l’ambiente naturale originario per favorire questo tipo di piantagioni. Questo è certamente vero, ma replicare non può certo giovare alle presenti e future generazioni per due semplici motivi: il primo è che non è che siccome si è già realizzata la distruzione dell’ambiente naturale nei paesi sviluppati (o come li amiamo definire noi “del Primo mondo”), dobbiamo continuare ad agire in questo modo o favorire questo tipo di sviluppo nei paesi del “Terzo mondo”, poiché questo creerebbe un enorme problema di natura ecologica. Le ragioni economiche possono essere tante, ma non devono assolutamente prevalere su quelle ecologiche perché di pianeti ne abbiamo uno solo!

 

La seconda ragione è che non è lo stesso avere una coltura in un paese temperato, come potrebbe essere l’Italia, rispetto ad uno tropicale. Prima di tutto perché la biodiversità tropicale è molto maggiore: con la distruzione di un ettaro di foresta tropicale si eliminano centinaia, se non migliaia di specie. Ecco perché non ha alcun senso definire sostenibile una coltura che viene realizzata su un terreno tropicale. A maggior ragione, una coltura che si sta realizzando in questo momento storico in cui la popolazione mondiale cresce in maniera esponenziale e che sottrae ogni volta nuove foreste, non potrà mai essere considerata sostenibile.

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I sostenitori dell’olio di palma ritengono che le coltivazioni di palma da olio sarebbero in grado di soddisfare in maniera più efficace rispetto ad altri oli la domanda della crescente popolazione mondiale, cosa ribatteresti?

 

Questa è un’altra delle argomentazioni oziose dei sostenitori dell’olio di palma, perché pur essendo vero che la palma da olio è in grado di garantire una resa maggiore rispetto all’olio d’oliva o a quello di girasole, certamente questo non ci autorizza a deforestare o distruggere ettari di foreste tropicali e relativa biodiversità giustificandolo con un presunto fabbisogno della popolazione mondiale! Anche e soprattutto perché questo non è un reale fabbisogno: la popolazione mondiale non ha bisogno dell’olio di palma poiché questo finisce in prodotti che non sono assolutamente considerabili beni primari: come le merendine, gli snack, i cosmetici, etc.

 

Chi sostiene questo tipo di mercato, che chiama “sostenibile”, in realtà non fa altro che disinformazione, comunicando un messaggio completamente sbagliato. Se come si dovrebbe fare internalizzassimo tutto ciò che viene regolarmente esternalizzato, ovvero si includessero i costi della distruzione della foresta tropicale, la perdita di biodiversità, le emissioni inquinanti provenienti non solo dalla produzione, ma dal commercio di questo prodotto, l’assenza di qualunque tipo di controllo sull’abbattimento di nuove foreste (perché in questi territori non c’è alcun ente garante, neppure le grandi organizzazioni ambientaliste che parlano di sostenibilità o organizzano tavoli di discussione con le aziende multinazionali sanno davvero cosa stia accadendo), lo sfruttamento della manodopera, spesso minorile, l’uso massiccio di pesticidi (poiché siamo in ambiente tropicale, ricchissimo di parassiti e patogeni vegetali!) che vanno a finire sul prodotto finale e sui braccianti, ci si renderebbe conto che parlare di sostenibilità sarebbe davvero paradossale.

 

C’è poi da aggiungere che l’alternativa vera all’olio di palma non è certamente favorire colture alternative abbattendo nuove foreste, l’ideale sarebbe piuttosto fare direttamente a meno di questi prodotti o ridurli fortemente, anche una volta che avessero sostituito l’olio di palma, ad esempio con l’olio di girasole. Se immaginiamo di eliminare tutti i prodotti che oggi contengono olio di palma, ci rendiamo conto che elimineremmo quasi esclusivamente prodotti industriali e cosmetici che in larga parte sono del tutto superflui, nonché dannosi per la persona e per l’ambiente.

 

La vera vittoria della campagna di boicottaggio in atto sull’olio di palma, sarebbe sì continuare ad evitare il consumo di prodotti contenenti olio di palma che non fanno bene né alla salute né all’ambiente, ma contemporaneamente mirare ad un consumo molto più sobrio di prodotti industriali e cosmetici contenenti oli alternativi. La domanda della crescente popolazione mondiale potrebbe essere soddisfatta dunque con maggiore buon senso e sobrietà, non certo distruggendo l’ambiente ed esaurendo risorse vitali per la popolazione stessa.

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Spiegaci cosa intendi esattamente con l’espressione da te coniata: “boicottaggio sociale”

 

L’idea è nata dalla campagna contro l’olio di palma, perché mi sono reso conto che le pressioni da parte dei consumatori o meglio della cittadinanza, servono davvero. Ce ne si accorge anche soltanto osservando l’atteggiamento che hanno avuto aziende, come ad esempio la Ferrero, che tuttora si rifiutano di eliminare l’olio di palma dai loro prodotti, inventandosi “l’olio di palma sostenibile”. Persino alcune grandi organizzazioni ambientaliste avvallano l’utilizzo del cosiddetto “olio di palma sostenibile”.

 

Se non ci fosse stato il boicottaggio e le campagne di pressione dei consumatori, le tante aziende come Mulino Bianco, Colussi, Plasmon, Coop, etc. non avrebbero mai cambiato direzione. Se poi anche Ferrero cominciasse ad utilizzare oli più salutari per i propri consumatori, si avrebbe una riduzione davvero notevole dell’impiego di quest’olio. In questo modo l’olio di palma tornerebbe ad essere utilizzato in maniera più sostenibile solamente dalle popolazioni locali, com’era prima della globalizzazione dei mercati e come sarebbe giusto che fosse.

 

In particolare questo tipo di boicottaggio l’ho chiamato “sociale” perché viviamo in un’epoca dove spesso l’informazione è veicolata dai social network. Se ci uniamo e sfruttiamo la loro capacità di mettere in comunicazione le persone facendo in modo che si concentrino su una campagna di boicottaggio, si riesce a diffondere il messaggio, si inizia a parlarne, ad individuare le aziende coinvolte in queste pratiche, etc. È sociale perché tutti quanti insieme, tramite i social network, agiamo e facciamo pressione, e così facendo l’azienda magari cambia direzione, come è già successo in numerosi casi. Personalmente ho proposto alcune campagne di boicottaggio sul sito: vanno dalla campagna contro l’esportazione di armi italiane a quella per il boicottaggio di prodotti derivati dallo sfruttamento dei diritti umani ed altre di forte impatto sociale.

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Quali sono le motivazioni che ti hanno portato a diventare vegetariano?

 

I motivi sono molteplici. Spesso si comincia a fare questo tipo di scelta per una questione di cuore, cioè, quando si riesce a bypassare la pancia, si inizia a ragionare di cuore, poi di testa. Quindi come per molti credo, la mia scelta è stata dovuta principalmente al non voler più essere complice di sofferenze, anche perché vivendo in un paese del Sud Italia quando presi la decisione, mi trovavo molto in contatto con le realtà agricole ed era facile assistere a scene di sofferenza animale; questo è stato sicuramente il motivo per cui ho iniziato ad interrogarmi sulla questione.

 

Pian, piano poi ho scoperto tutto l’aspetto ecologico, l’aspetto riguardante la deforestazione, i gas ad effetto serra, l’inquinamento, la perdita di biodiversità, causati principalmente dall’allevamento intensivo e dalla pesca che è tra le cause maggiori della perdita di specie: negli ambienti marini abbiamo ridotto del 60-70 % gli stock ittici. Agli allevamenti intensivi sono anche direttamente collegati altri aspetti estremamente critici come la produzione di gas metano e di sostanze inquinanti dell’acqua e del suolo.

 

L’uso di ormoni ed antibiotici negli allevamenti intensivi poi rappresenta un altro aspetto altrettanto critico per la salute; in generale comunque l’assunzione di carne è ormai universalmente associata nel mondo scientifico all’insorgenza di patologie, come problemi cardiocircolatori e tumori.

 

Quindi se uniamo la ragione animalista dell’empatia nei confronti degli animali, la ragione ambientalista per gli impatti ecologici e la ragione salutistica per le malattie, otteniamo l’insieme delle maggiori ragioni che mi hanno spinto e credo hanno spinto tanti come me a diventare vegetariani.

 

Tocca aggiungere che a volte le associazioni ambientaliste, soprattutto le grandi, fanno più male alla loro causa di quanto, a volte, non facciano i non ambientalisti. Il messaggio che spesso danno è che se spegniamo una lampadina, se evitiamo di mettere il computer in stand-by staccando la presa, facciamo dei gesti molto utili all’ambiente, il che va benissimo.

 

Però dimenticano di comunicare alla persone che se anche cenassero tutte le sere al buio, evitassero di usare la macchina, ma mangiassero una fetta di carne tutti i giorni, produrrebbero 10 volte più emissioni di quante non ne produrrebbe una persona che lascia tutto il giorno le luci accese, che va tutto il giorno in giro con l’automobile, ma che mangia solo verdura e cereali. La scelta vegetariana, meglio ancora se vegana, sarebbe il vero passo concreto nei confronti dell’ambiente, che ognuno di noi potrebbe fare. Ma questo è un messaggio che ancora non passa.

 

Perché il primo grande interesse delle più grandi organizzazioni ambientaliste è ottenere dei fondi per mantenere gli stipendi di chi ci lavora e subito dopo e conseguentemente non entrare troppo in conflitto con le maggiori multinazionali. Infatti fino a poco tempo fa le grandi organizzazioni ambientaliste appoggiavano le campagne di boicottaggio, ora invece il loro scopo è la collaborazione. Se collabori con le multinazionali ed apri ad esempio una RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil) cominciando a parlare di “olio di palma sostenibile”, o apri il tavolo delle aziende per il clima, ovviamente tutte queste aziende contribuiranno economicamente al mantenimento in vita dell’associazione.

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Qual è l’impatto delle emissioni climalteranti sulle persone e sull’ambiente e cosa potremmo fare per contrastarle?

 

Le emissioni sono sempre state al centro del dibattito climatico, ma in realtà rappresentano un problema che non è soltanto climatico, ma un problema generale dell’ambiente. Perché se è vero che l’anidride carbonica non può uccidere l’essere umano in modo diretto, è anche vero che associata alle emissioni di anidride carbonica c’è sempre un’emissione di ossidi di azoto, di metalli pesanti, di sostanze organiche volatili, di diossine, di polveri sottili: in altre parole c’è tutta una serie di sostanze nocive che vengono prodotte durante lo stesso processo industriale.

 

L’anidride carbonica non viene fuori da sola, questo accade solo nella respirazione degli esseri viventi, in tutti gli altri casi, come nei processi industriali e persino nella combustione naturale di un bosco, vengono emesse tantissime altre sostanze. Ormai oltre il 99% degli scienziati mondiali sono concordi nell’affermare che effettivamente esistono emissioni antropogeniche che alterano il clima producendo un innalzamento a livello globale della temperatura.

 

Il cittadino può certamente cercare di fare pressione presso il suo governo, ma contemporaneamente dovrebbe basare le sue azioni su scelte maggiormente consapevoli sul piano individuale, come ridurre il consumo di carne, tornando (almeno nel bacino mediterraneo e ovunque possibile) all’antica dieta mediterranea o a diete simili, basate su un consumo molto più ridotto rispetto ad oggi di carne e pesce. Più in generale ciascuno di noi dovrebbe perseguire la sobrietà nel proprio stile di vita, evitando di acquistare, consumare e buttare tutto ciò di cui si può fare a meno.

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Di quali campagne ti stai occupando adesso e quali sono i progetti presenti e nell’immediato futuro?

 

Sto cercando di indirizzare il mio lavoro nel campo della ricerca universitaria in modo tale da formare dei network tra le varie università e centri di ricerca, perché spesso scienziati e associazioni non comunicano tra loro e non portano avanti campagne comuni, ma lavorano separatamente.
Abbiamo iniziato una collaborazione con il premio Nobel Terry Callaghan per studiare l’impatto dei mutamenti climatici sugli esseri viventi e per mettere in contatto studenti europei e siberiani affinché si confrontino sui cambiamenti in atto.
Va nell’ottica della condivisione del sapere anche il mio recente corso sulla biodiversità disponibile gratuitamente in lingua inglese sulla piattaforma “Coursera”. Nelle prossime settimane, sempre su questa piattaforma, sarà lanciato anche il mio nuovo corso in Ecologia.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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