Centri commerciali: in crisi le cattedrali del consumo americane

Gli Stati Uniti, dove il rapporto fra centri commerciali e abitanti è davvero esagerato, sono il primo paese che sta sperimentando l'"apocalisse del retail", con fallimenti a catena di queste cattedrali del consumo. Questa ondata di chiusure arriverà anche in Italia?

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Migliaia di negozi che si trovano nei grandi centri commerciali stanno chiudendo in quella che sta diventando rapidamente una delle più grandi ondate di chiusure da decine di anni a questa parte. E si prevede che saranno più di 3500 le attività che cesseranno nel giro dei prossimi due mesi.

malls2Punti vendita di JCPenney, Macy’s, Sears e Kmart dipendono dalle grandi società che stanno chiudendo i loro negozi, così come le catene situate nei centri commerciali come Crocs, BCBG, Abercrombie & Fitch e Guess. Alcuni rivenditori stanno abbandonando il campo della vendita diretta per passare a quella on-line. Per esempio, Bebe sta chiudendo tutti i suoi store – circa 170 – per concentrarsi sull’e-commerce, stando a quanto riporta Bloomberg.

 

Alcuni marchi sono vittime di un fallimento a catena, come The Limited, che ha dovuto abbassare le serrande di tutti i suoi 250 punti vendita. Altri, come Sears e JCPenney, stanno riducendo il numero di negozi per tagliare i costi e frenare le perdite. Sears ha chiuso il 10% dei propri punti Sears and Kmart, circa 150, mentre JCPenney ne ha chiusi 138, il 14% del totale.

 

Stando a quanto sostengono molti analisti, questa “apocalisse del retail” era destinata a verificarsi prima che altrove negli Stati Uniti, dove il numero di negozi per abitante è più alto che in ogni altro paese. Qui, ci sono 2,2 metri quadrati di spazio vendita per ogni americano, a fronte di 1,5 in Canada e 1 in Australia, rispettivamente il secondo e terzo paese al mondo per quanto riguarda questo dato, secondo un report dello scorso ottobre di Morningstar Credit Rating.

 

Gli acquisti nei grandi centri commerciali sono progressivamente diminuiti nel corso degli anni, soppiantati dagli acquisti on-line e da un cambio radicale delle abitudini dei consumatori. Fra il 2010 e il 2013 infatti, c’è stato un calo del 50% delle visite nei mall, secondo l’agenzia immobiliare Cushman & Wakefield. La gente adesso preferisce spendere in ristoranti, viaggi e tecnologia, molto più che in passato, mentre investe meno in abbigliamento e accessori.

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Così come chiudono i negozi, anche i grandi centri commerciali sono decimati. Quando il punto vendita di un grande marchio come Saers o Macy’s fallisce, spesso si innesca un effetto domino che colpisce tutte le altre attività del mall in cui si trova. Queste “cattedrali del consumo” non vedono solo diminuire le loro entrate e l’afflusso di clienti: spesso infatti, si attivano delle clausole contrattuali che consentono agli altri inquilini del centro di concludere i leasing o rinegoziarne le condizioni, in genere accorciando i periodi degli affitti, finché i posti lasciati vuoti non vengono occupati da nuovi marchi.

 

Per ridurre le perdite, le società proprietarie dei centri commerciali trovano velocemente dei nuovi inquilini per gli enormi spazi di vendita lasciati vuoi dalle grandi marche che hanno chiuso, cosa molto difficile – specialmente nei mall che sono già in declino – quando i negozi principali hanno ridotto la portata commerciale.

 

Questa situazione provoca gravi conseguenze per i centri commerciali, specialmente nei mercati in cui è difficile convertire gli spazi di vendita sfitti in altre tipologie di locazione, come quella abitativa. I malls con le peggiori performance di vendita – classificati come “C” e “D” – sono quelli che subiscono il contraccolpo più duro.

 

La società di ricerca immobiliare Green Street Advisors ha stimato che circa il 30% dei centri commerciali adesso è in queste due categorie. Questo vuol dire che un terzo di essi è a rischio di fallimento in seguito alle chiusure dei negozi che ospita.

 

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Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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