Io faccio così #170 – Repubblica Nomade, in cammino verso una nuova società

Camminare insieme per abbattere le barriere e costruire un modello sociale più equo e solidale. È questo l'obiettivo di Repubblica Nomade, associazione che da anni organizza cammini lunghi con una finalità politica ed un valore simbolico molto forti.

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“La Repubblica Nomade è uno spazio e un sogno in movimento dove le persone che scelgono di farne parte, o di attraversarlo, possono trovare un loro posto e dove il nomadismo diventa prefigurazione di un diverso modo di vivere e di stare al mondo”. Tutto è iniziato nel 2011 quando Antonio Moresco e un gruppo di scrittori della rivista Il Primo Amore hanno dato vita a Cammina cammina, un lungo spostamento a piedi da Milano a Napoli-Scampia, agguerrito e pacifico, nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, per ricucire un Paese che molti vorrebbero sempre più disunito e devastato. Da allora Repubblica Nomade organizza cammini lunghi con una finalità politica ed un valore simbolico molto forti. Ne abbiamo parlato con Antonio Moresco, scrittore, camminatore e fondatore di questa realtà.

 

 

Che cos’è Repubblica Nomade?
Repubblica Nomade è il nome che si è dato un gruppo di persone che ha cominciato a camminare insieme da circa 6,7 anni. Dopo alcuni anni, 5 per l’esattezza, siamo riusciti a darci un nome perché abbiamo capito chi eravamo e questo nome prendeva origine dal fatto che c’era tra noi uno stile di vita molto repubblicano e nel contempo eravamo dei nomadi, non avevamo una patria, non avevamo una nazione e quindi eravamo nomadi, come d’altronde siamo tutti sul nostro pianeta terra, anche se crediamo di essere tutt’altro.

 

Il primo e unico articolo del nostro statuto recita: “Fanno idealmente parte di questa potenziale Repubblica Nomade i migranti, coloro che sono disperati e che cercano un loro cammino nello spazio buio della vita, quelli che attraversano il mondo con gli occhi spalancati o con gli occhi chiusi, i sognatori, i traslocatori, quelli cui stanno stretti la vita che abbiamo di fronte e i suoi artificiali confini, quelli che non ne possono più di essere perennemente indignati e incazzati oppure disincantati, quelli che non si sono fatti distruggere dal contagio dell’odio e del cinismo dominanti, quelli che sognano una diversa società ma anche gli antisociali, gli irregolari, gli umiliati e offesi, i terremotati e i terremotanti, i fragili, gli indistruttibili, gli illusi, gli incantati, gli inappagati…”. Quindi, chi si riconosce in alcune di queste cose, sappia che fa anche lui parte della Repubblica Nomade.

 

I nostri sono cammini lunghi, esagerati, estremi, ma che non hanno una finalità atletica o turistica in senso stretto, hanno certamente una finalità politica molto forte in senso lato. Abbiamo cominciato a camminare dopo aver visto che tutti quanti attorno a noi in Italia si lamentavano erano tutti frustrati e però non facevano che lamentarsi, con questo senso di impotenza dominante etc. Allora noi abbiamo detto: “Smettiamo di lamentarci, facciamo qualcosa, un gesto, un’azione che coinvolga il nostro corpo, la nostra mente, il cuore, la pancia, le viscere, il cervello, tutto quanto, perché questo ci renderà più forti. Se lo facciamo insieme, a maggior ragione vuol dire che possiamo riprendere il movimento, che non siamo bloccati. Siamo bloccati se ci blocchiamo noi stessi nella nostra testa. Se ho le spalle al muro, dietro non posso andare, posso andare solo avanti. Quindi i nostri cammini, anche se qualche volta ci capita di andare in posti dove le persone che ci abitano ci fanno vedere delle cose meravigliose, il nostro obiettivo non è di tipo turistico, né gastronomico o enologico, anche se certe volte, ci abbandoniamo anche a questo tipo di sollazzi.

 

Il messaggio che desideriamo portare ha un significato anche in questi anni dove grandi masse di popoli si spostano in cerca di fortuna o di salvezza da una parte all’altra del pianeta, lo fanno come hanno sempre fatto gli uomini sulla faccia della terra quando si sono trovati in situazioni di disagio, e nessuno li ha mai fermati. Bisognerebbe ricordarlo ai demagoghi odierni che pensano che basti alzare un muro per fermare questo fenomeno…

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Ci racconti alcuni dei cammini che avete affrontato?
Abbiamo fatto diversi cammini, il primo dei quali è stato di 700 km da Milano a Scampìa (uno dei quartieri più degradati e problematici di Napoli, ndr). Lo abbiamo fatto proprio nel 2011: l’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, perché proprio in quegli anni, c’era chi voleva creare rottura e inimicizia tra il Nord e il Sud, in una maniera molto forte, molto odiosa, e allora noi abbiamo pensato che più che fare tante chiacchiere, saltare il fosso fosse la cosa migliore mettendoci a camminare, ricucendo fisicamente con i nostri passi l’Italia che qualcun altro avrebbe voluto vedere divisa.

 

Il secondo cammino è stato una pazzia che abbiamo chiamato Stella d’Italia e cioè 5 bracci di camminatori che partendo da Reggio Calabria, Santa Maria di Leuca (LE), Genova, Venezia e Roma, convergevano poi su L’Aquila per dire che bisognava ricostruire L’Aquila ma che anche tutta l’Italia era da ricostruire. Questo è stato un cammino enorme che ha raccolto quasi un migliaio di persone, uno sforzo sia organizzativo che fisico veramente mostruoso e aldilà delle nostre forze. Noi infatti non abbiamo uno zoccolo economico, non abbiamo sponsor, non abbiamo niente, è proprio puro volontariato: la volontà di fare qualcosa che abbia un significato profondo nella vita del nostro Paese.

 

Il terzo cammino, anche quello estremo nel 2013, da Mantova a Strasburgo attraversando le Alpi. Una volta arrivati a Strasburgo abbiamo consegnato al Parlamento Europeo una lettera dove sostanzialmente abbiamo scritto che siamo europeisti (nel senso di un’unione dei popoli europei, ndr), ma che a noi un’Europa così com’è adesso non piace, e abbiamo detto come la vorremmo. Siamo stati ricevuti dal Presidente del Parlamento Europeo che allora era Martin Schulz: è a lui che abbiamo consegnato la lettera. Il Presidente ci ha ricevuto dove si ricevono i capi di Stato, anche se noi eravamo un gruppo di sporchi, puzzolenti e sudati camminatori!

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Poi l’anno dopo abbiamo camminato in Sicilia: da Palermo a Gela, che è uno dei posti più disastrati d’Italia. Noi non scegliamo le località belle, né tantomeno quelle turistiche, ma finiamo a Scampìa, a L’Aquila, a Gela, a Sarajevo, quindi andiamo in posti in cui ci sono delle cicatrici, dei posti dove c’è sofferenza. A Gela, ci siamo trovati di fronte alle colonne doriche dell’antica Magna Grecia da una parte e i resti del Polo Petrolchimico dall’altra parte. In questo posto che indica l’inizio e la fine di un’era, abbiamo deciso di fondare ufficialmente la nostra Repubblica Nomade.

 

Nel 2015 abbiamo fatto un cammino nel cuore della Sardegna. È stato il cammino più festoso, con accoglienze incredibili, quasi imbarazzanti, perché ci offrivano da mangiare e da bere come degli ossessi fino alle 2 del mattino: Cannonau in purezza, Fil’e Ferru, che certo non sono proprio l’ideale per coricarsi per terra e svegliarsi alle 4-5 del mattino (dice ridendo Antonio, ndr)! Però l’abbraccio della popolazione sarda è stato davvero molto caldo.

 

L’anno scorso abbiamo camminato da Trieste a Saraievo per mettere idealmente in contatto queste due città segnate dalla guerra. Siamo partiti dalla risiera di San Sabba di Trieste, luogo di deportazione di prigionieri politici ed ebrei e siamo finiti a Saraievo, che porta ancora le cicatrici della guerra di più di 20 anni fa, con ancora case tutte sventrate. È stato come un monito per dire: “Guardate che la guerra non è una cosa tanto lontana, né geograficamente, né temporalmente: è un rischio sempre presente, specie se va avanti così…”.

 

Quest’anno camminiamo da Parigi a Berlino (il cammino è attualmente in corso, e con i suoi circa 1.200 km è il più lungo cammino di gruppo mai organizzato in Europa, ndr), sempre per un discorso forte sull’Europa, partendo dal Manifesto di Ventotene (documento per la promozione dell’unità europea scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Ursula Hirschmann tra il 1941 ed il 1944 durante il periodo di confino presso l’isola di Ventotene, nel Mar Tirreno, ndr), per dire: “Guardate che con quello che sta succedendo nel mondo, negli Stati Uniti, etc., se si sfascia anche l’Europa è una catastrofe per l’Europa e per il mondo intero”, però non ci riconosciamo nell’Europa così com’è, se non supera certe dittature, il mercato stesso che è diventato una nuova tirannide, e tanti altri aspetti estremamente critici, non ci potrà essere questo sogno di unione europeistica. Perché è esattamente questo ciò che impedisce che si realizzi la vera unione dei popoli.

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Qual è significato simbolico e pratico che attribuite ai vostri cammini?
Noi vediamo la pancia del Paese, e qui incontriamo le persone. Abbiamo eletto il cammino quale nostro modo per dire delle cose, perché certamente si potevano dire anche in altri modi: attraverso incontri, assemblee, come peraltro abbiamo fatto all’inizio e avremmo potuto rinnovarle e farle diventare sempre più grandi e più note di anno in anno, avremmo potuto redigere dei documenti.

 

Però a un certo punto abbiamo pensato che non fosse sufficiente, che di fiumi alluvionali di parole non surrogate ce ne fossero già tanti. Il fatto di dire le cose camminando per noi ha un significato profondo, ed è parte del messaggio che noi vogliamo dare. Il fatto che diciamo certe cose camminando, indica una possibilità di vita diversa. Quando camminiamo ci sono tra noi le persone più varie e di tutte le età: da ragazze/i di 14 anni a gente di 70, maschi e femmine, pur con una stragrande maggioranza di donne (oltre il 75%), ci sono tutte le parti dell’Italia, dai giovani disoccupati e precari a quelli che hanno un lavoro.

 

Creando questa piccola Repubblica Nomade e repubblicana dimostriamo al lato pratico che tutta una serie di differenze che nella vita di tutti i giorni sono dei muri che dividono le persone tra: vecchi e giovani, donne e uomini, disoccupati e occupati, etc., si possono trasformare in una carovana che si muove insieme e che non conosce barriere né tra di noi, né al di fuori. Tra i camminatori poi ci sono i caratteri più disparati: uno è un bravo organizzatore, l’altro è bravo a cercare sentieri in mezzo ai boschi col GPS, l’altro ancora è bravo a massaggiarti la caviglia. Poi c’è uno che magari ogni tanto sclera, e allora ci sono delle camminatrici o dei camminatori che lo sanno e che gli vanno vicino per farlo calmare.

 

Camminare in gruppo è sia una cura che una scuola. Quindi costituisce quasi una sorta di embrione di possibilità di vita o di società diversa. Perché camminando ci sottoponiamo a uno sforzo, un’avventura in cui giorno per giorno non sappiamo quale sarà il pavimento o il letto su cui dormiremo. Quando torno a casa conosco il mio letto e le mie pareti abituali e quindi questo genere di avventura ti da l’idea che la vita può essere sempre aperta. E così come gli uomini hanno camminato per migliaia di anni, noi abbiamo sepolto in qualche angolino del nostro cervello questa nostra caratteristica ancestrale. Quando facciamo un lungo cammino, in qualche modo è come se ci ricollegassimo a quella potenzialità.

 

Difatti ci sono persone (io per primo) che, per età, o perché non sono certo degli atleti, non avrebbero mai immaginato di riuscire a camminare per un migliaio di chilometri; però lo possono fare, perché la nostra specie l’ha sempre fatto. L’uomo non è fatto solo per correre sull’autostrada senza vedere nulla, ma anche e soprattutto forse, per camminare lentamente dentro il mondo, per vederlo e riconoscerlo, come se fosse un’apparizione o se lo vedesse per la prima volta.

 

Forse è solo un’illusione, chissà, ma ho l’impressione che si possano mettere in movimento dei cerchi concentrici: noi facciamo una cosa piccolissima, una piccola goccia che cade su uno specchio d’acqua e fa un cerchietto piccolo. Però anche con l’esperienza di Repubblica Nomade abbiamo visto che anno dopo anno questo cerchietto piccolo crea via, via dei cerchi sempre più grandi che si allargano.

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Repubblica Nomade ha un sogno?

In questi ultimi anni è successo un fatto incredibile che non è stato registrato con la dovuta attenzione dai media: in Italia, come anche in altri Paesi d’altronde, in poco tempo un numero enorme di persone si è messo a camminare. Ciascuno per motivi diversi: chi per conoscere meglio il Paese, chi l’ha fatto per il benessere fisico, il fatto è che un gran numero di persone recentemente ha scelto questo modo di viaggiare. Questo è un segnale molto forte. Vuol dire che le persone dentro di loro hanno sentito il desiderio di riprendere in mano la propria vita, rimettere in assetto il proprio cervello/il cuore/gli arti, sentirsi attive, protagoniste della propria vita e non semplicemente gente che ogni tanto dà una delega elettorale o di altro tipo.

 

Questo è un fatto di grande significato, a me piacerebbe molto che un giorno o l’altro molte o solo alcune di queste persone che si sono messe a camminare, per una settimana, 10/20 gg., facessero un enorme cammino insieme, anche con i propri animali, con le proprie cucine da campo, spostandosi come una vera e propria carovana, per dire che in Italia non c’è solo la frustrazione, la pena, la disillusione continua, il disinganno permanente, o “la strage delle illusioni” come la chiamava Leopardi, ma che in Italia stanno succedendo delle cose nuove.

 

Sarebbe bello se questi gruppi dimenticassero per un po’ i loro assetti interni e organizzativi e se ne fregassero di tutto quanto per fare qualcosa di eclatante, segnando tutti insieme la nascita di un movimento nuovo e inaspettato che ha preso forma in Italia in questi ultimi anni.

 

Intervista: Veronica Tarozzi e Paolo Cignini
Realizzazione video: Paolo Cignini

 

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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