Io faccio così #171 – I pirati di Sea Shepherd in difesa dei mari

Dal 1977 l'organizzazione internazionale Sea Shepherd porta avanti la sua missione: fermare la distruzione dell'habitat naturale ed il massacro delle specie selvatiche negli oceani del mondo intero. Abbiamo incontrato il vice-presidente di Sea Shepherd Italia, Enrico Salierno.

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Immaginate un incrocio tra i pirati e Robin Hood. Moderni pirati che solcano gloriosamente i mari e che rubano ai ricchi per dare ai poveri. Nel cielo sventola un vessillo nero, su cui campeggia un teschio… Un teschio? “Un teschio composto da un delfino e un capodoglio che rappresentano eleganza, grazia e forza che devono stare in equilibrio. Il bastone che lo sostiene è quello di Nettuno e l’altro bastone rappresenta noi, i ‘sea sheperd’ – pastori del mare. Il teschio è il destino della nostra specie se non troviamo un equilibrio tra le creature di terra e quelle del mare”.

 

Queste sono le prime parole che ci dice Enrico Salierno – vice presidente di Sea Sheperd – quando lo intervistiamo.

 

 

E in effetti il teschio che in realtà nasconde delfini e capidogli ben rappresenta l’agire di questa organizzazione apparentemente fuori dalla legalità e in realtà sintomo e simbolo di amore infinito per il mare e i suoi abitanti.

 

Per presentarvela, usiamo le parole del loro “chi siamo” sul sito ufficiale del gruppo italiano:
“Costituita nel 1977, Sea Shepherd Conservation Society (SSCS) è un’organizzazione internazionale senza fini di lucro la cui missione é quella di fermare la distruzione dell’habitat naturale e il massacro delle specie selvatiche negli oceani del mondo intero al fine di conservare e proteggere l’ecosistema e le differenti specie. Sea Shepherd pratica la tattica dell’azione diretta per investigare, documentare e agire quando è necessario mostrare al mondo e impedire le attività illegali in alto mare. Salvaguardando la delicata biodiversità degli ecosistemi oceanici, Sea Shepherd opera per assicurarne la sopravvivenza per le generazioni future. Il Capitano Paul Watson, fondatore e attuale presidente dell’associazione, è un famoso e rispettato leader nelle questioni ambientaliste”.

 

Capitani, navi, bandiere. Sembra un film di qualche anno fa e invece è tutto vero. Quello che muove gli attivisti di questa organizzazione è una fortissima chiamata all’azione. Loro non si accontentano di petizioni, manifestazioni, azioni dimostrative. Loro vogliono fermare anche fisicamente i veri “pirati” del mare, che sono spesso multinazionali che depredano gli oceani incuranti di legislazioni nazionali e internazionali.

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E allora i nostri eroi partono e vanno all’attacco. All’attacco di navi enormi con piccoli gommoni o motoscafi. Affiancano i mostri del mare e gli impediscono di raggiungere le prede. Tagliano le reti, bloccano le ancore, usano i propri corpi per impedire nuovi scempi. E spesso vincono. Vincono battaglie nei mari e vincono battaglie nei tribunali. Tribunali in cui spesso non si arriva perché la multinazionale o il governo di turno decide di non denunciare gli attivisti, ben consapevole che farlo significherebbe dover giustificare le proprie azioni criminali.
Il problema, ci spiega Salierno, è che esistono moltissime leggi sulla salvaguardia dei mari, ma pochissimi organismi in grado di farle rispettare.

 

Le loro attività sono molteplici, in tutto il mondo: dall’Antartico ai mari del Giappone, dall’Africa al Golfo del Messico ai mari italiani. In molti casi – in Italia ad esempio – Sea Sheperd lavora insieme alle istituzioni del luogo per combattere la pesca di frodo o altre azioni illegali.

 

“Usiamo Violenza non aggressiva, contro le cose e non le persone – continua Salierno – Se vogliamo pensare di salvare gli oceani dobbiamo concentrarci sui problemi veri, come la pesca intensiva. Se pensiamo che la maggior parte di ciò che mangiamo viene pescato in modo illegale e vicino alle coste è facile capire che gran parte dell’illegalità avviene nei mari di paesi poveri, in cui i governi non posseggono le risorse necessarie per la difesa”.

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L’organizzazione è composta in gran parte da volontari. Sono retribuiti solo gli ufficiali di bordo, il macchinista, il dottore, il pilota e i professionisti della sicurezza. Ecco perché il 90% delle loro entrate può essere investito nell’attività diretta.

 

La flotta principale è composta da otto navi. “L’ultima è stata costruita appositamente per noi – ci confida con orgoglio il vice-presidente di Sea Sheperd – Ora possiamo intervenire in modo concreto in Antartide. Molte navi ci sono state donate o le abbiamo acquistate grazie ai contributi dei nostri sostenitori”.

 

Il gruppo italiano nasce nel 2010. “Eravamo in pochi, ma abbiamo deciso di creare una struttura proprio per incontrare nuovi volontari. Ora, tra volontari ‘on shore’ e ‘off shore’ siamo circa settecento. Non formiamo prima le persone, perché non possiamo avviare percorsi professionali. Ma prepariamo l’equipaggio a bordo, tutte le attività necessario vengono insegnate. Ognuno si occupa di cose specifiche e si forma su queste. A bordo delle navi ci sono persone di tutte le nazionalità, la lingua ufficiale – quindi – è l’inglese. Gli equipaggi sono composti da uomini e donne nella stessa percentuale, compresi gli ufficiali e i capitani”.

 

 

Quando gli chiedo cosa possa fare un nostro lettore per contribuire alla causa non ha dubbi: “Dato che Sea Sheperd vive sulla donazione dei privati e sul desiderio di chi vuole fare qualcosa, chiedo di investire i soldi sulla nostra associazione. Questi verranno rendicontati e usati solo per gli scopi della Onlus. I più temerari e i più appassionati, inoltre, possono passare direttamente all’azione!

 

Cosa è l’Italia che Cambia? È un Paese fatto di persone che fanno senza aspettare che qualcuno faccia al posto loro”. Come non essere d’accordo?

 

Intervista: Daniel Tarozzi
Riprese e montaggio: Paolo Cignini

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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