Un viaggio tra gli eremiti per ritrovare noi stessi

"L’eremita, attraverso le sue scelte, riesce a dar voce a qualcosa che anima molti di noi”. Al termine della loro intensa esperienza, i due giovani registi Alessandro Seidita e Joshua Wahlen ci raccontano il loro viaggio tra gli eremiti d'Italia. Le testimonianze di questi incontri saranno raccolte nel documentario “Voci dal silenzio”.

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Chi sono e come vivono gli eremiti? Cosa ha dettato la loro scelta di vita e quale significato assume l’isolamento nell’esistenza di queste persone? Per scoprirlo Alessandro Seidita e Joshua Wahlen, due giovani registi di Palermo, nell’ottobre scorso sono partiti per un viaggio lento tra le vie solitarie e insolite del nostro Paese, animati dal desiderio di conoscere le storie di chi vive in solitudine.

 

Italia che Cambia in questi mesi li ha seguiti e su queste “pagine” abbiamo pubblicato alcuni estratti di quelle testimonianze che comporranno “Voci dal Silenzio”, documentario sugli eremiti d’Italia e sulla nostra comune esigenza di (ri)trovare un senso.

 

Tornati dal loro viaggio in camper, durato quattro mesi, Alessandro Seidita e Joshua Wahlen mi hanno raccontato questa loro intensa esperienza.

Joshua Wahlen e Alessandro Seidita con uno degli eremiti incontrati durante il viaggio

Joshua Wahlen e Alessandro Seidita con uno degli eremiti incontrati durante il viaggio

Cosa portate a casa da questo viaggio?
Tante cose. Prima di tutto la chiara comprensione che altre forme di stare al mondo sono possibili, che la maniera in cui seguiamo “da bravi figli” i sentieri che con insistenza ci hanno indicato i contesti culturali e familiari non sono necessariamente i migliori per il nostro benessere. Le storie raccontate nel documentario sono tutte storie di aderenza alle proprie attitudini, di unione e incontro con il proprio daimon interiore – così come amavano chiamarlo i Greci – e quindi la prima cosa che si apprende da questo incontro è di non aver paura di scoprire e seguire il destino che è scritto in noi, di avere il coraggio di essere quello che si è.

 

Che accoglienza avete ricevuto?
Abbiamo trovato una grande apertura, dopotutto un cammino di conoscenza non può prescindere dalla relazione con l’altro. Spesso commettiamo un grande errore nel far coincidere l’esperienza della solitudine con l’incapacità di stare con l’altro. La solitudine è una fase, un punto da cui si deve passare affinché ci si possa porre in una vera condizione di ascolto. E quando questo ascolto è sincero e autentico ne consegue una profonda apertura nei confronti del mondo.

 

La difficoltà più grande veniva piuttosto da noi, da un nostro conflitto interiore. Era giusto o no andare a rompere lo spazio di silenzio di queste persone? È inutile dirvi qual è stata la risposta, ma questo dissidio in qualche modo ha sempre accompagnato il nostro ingresso in un eremo, e se all’inizio del viaggio vi era il timore che gli eremiti potessero rifiutare l’idea di esporsi, per lo più di fronte una telecamera, una volta comprese le reali intenzioni che animavano il progetto, abbiamo trovato una grande disponibilità ad accoglierci e collaborare.

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“Ogni eremita è un mondo a sé”, scrivevate all’inizio del viaggio. Gli incontri hanno confermato questo? Ci sono invece degli elementi comuni che avete colto?

Sicuramente c’è una grande eterogeneità dell’esperienza: la storia personale dell’eremita e la tradizione all’interno del quale vive il ritiro diventano fattori peculiari in grado di distinguere una storia dall’altra. Abbiamo però compreso che esiste un’attitudine comune, un particolare approccio all’esistenza che caratterizza tutte le figure incontrate. È difficile parlarne, ci sono diversi livelli di analisi, ma volendo sintetizzare diremmo che la chiave dominante è l’esperienza dell’Amore. L’eremita è un uomo in ricerca e l’elemento trainante di questa sua ricerca è quel sentimento autentico e profondo di cui presagisce la potenza. Non un sentimento qualsiasi. Parliamo dell’Amore. Ed è la tensione verso questa esperienza pervasiva che stempera difficoltà e sacrifici. Se non vi fosse questo slancio, difficilmente l’eremita sopporterebbe l’isolamento e le tante rinunce cui va incontro.

 

Gli eremiti che avete incontrato sono felici di condurre una vita di solitudine? Che sensazioni avete avuto in questo senso?
Nessuna delle figure incontrate sembra patire la solitudine, anzi. Un certo spazio di riflessione, che l’isolamento e il silenzio favoriscono, ha un grande potenziale trasformativo. Nel silenzio di un eremo, l’eremita contrasta quotidianamente le pulsazioni dell’ego, le illusioni della mente e i suoi istinti più bassi. Quando questo lavoro è ben compiuto, ne scaturisce una sensazione stabile di equilibrio, appagamento e gratitudine, una piena realizzazione, insomma, che potremmo definire l’anticamera della felicità.

 

Che ruolo ha la natura nella vita di queste persone?
Nel suo ritorno alle radici dell’essere, l’eremita fa esperienza anche di un altro ritorno, quello dell’uomo alla natura. Il suo è un percorso che tende a ristabilire i vecchi rapporti con l’esistenza, riscoprirne i riti, le forme essenziali del vivere. È una relazione imprescindibile questa e l’uomo se n’è completamente sottratto attraverso un gioco di controllo e dominazione. Ma in questa maniera non ha più bussole per orientarsi, non sa più cosa è essenziale per la vita e cosa non lo è. Una vita ben vissuta è quella capace di non perdersi nel superfluo, ma di rimanere nell’essenziale. E la natura è il luogo in cui è racchiusa questa essenzialità, del vivere e del morire.

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Il vostro viaggio è stato molto seguito (sui social, su Italia che cambia) e in tantissimi hanno aderito alla campagna di crowdfunding. Siete sorpresi o vi aspettavate interesse verso questo tema? Come lo spiegate?
All’inizio del viaggio intuivamo che il tema potesse attirare l’attenzione del pubblico. Ma quando – già durante le prime tappe – questo interesse si è manifestato apertamente, ha suscitato in noi tanta gratitudine e stupore.
La partecipazione del pubblico non è mai scontata. Come ce la spieghiamo? Forse perché l’eremita, attraverso le sue scelte, riesce a dar voce a qualcosa che anima molti di noi. E non ci riferiamo unicamente al desiderio di evasione o di rottura da un contesto sociale distorto. Il suo modo di abitare la vita scaturisce da una percezione più profonda e sottile. Non è facile spiegarla. Il suo è uno sguardo rivolto verso un regno utopico di cui l’uomo presagisce l’esistenza, un mondo estraneo al gioco delle passioni, che prende forma a partire da uno stato contemplativo. Con questo non vogliamo dire che ogni eremita ha conquistato questa vetta, ma sicuramente la sua immagine si presta bene a questo tipo di proiezione.

 

Quando uscirà il documentario?
Il documentario uscirà a dicembre. I primi mesi sarà possibile visionarlo sulla piattaforma Infinity. Una volta pubblicato organizzeremo invece una serie di proiezioni e dibattiti su tutto il territorio. Se ci fosse qualcuno interessato ad organizzarne delle proiezioni potrebbe approfittare della campagna di crowdfunding che scadrà tra pochi giorni, e prenotarne una. Contribuirà così attivamente alla realizzazione del documentario.

 

State già pensando ad un prossimo progetto?
Ci interessa molto continuare ad approfondire i momenti di cesura, gli strappi, intesi come momenti di svolta nell’esistenza di un uomo. Durante questo viaggio ci siamo spesso resi conto che uno dei fattori che accompagna l’eremita nella sua scelta di silenzio e solitudine è l’incontro con la malattia, con l’esperienza di morte. Potrebbe forse essere questo il tema del nostro prossimo documentario: la malattia come momento di riscoperta del sé, come ritorno alla vita. Per certi versi è un lavoro che potrebbe anche essere visto come una continuazione di Voci dal silenzio. Vedremo…

 

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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